«La Passione considerata come corsa in salita» di Alfred Jarry

Alfred Jarry (1873-1907) è stato un drammaturgo, scrittore e poeta francese. Sotto l’influenza del simbolismo con la sua opera espresse attraverso il personaggio di padre Ubu, grottesca caricatura creata nell’adolescenza al liceo di Rennes, lo spirito di rivolta contro la stupidità umana. I testi di Jarry si basano sul fraintendimento e sul grottesco e sono considerati i prodromi del tema dell’assurdo dell’esistenza. Inventore della Patafisica, pseudoscienza che sbeffeggia il pensiero accademico, fece dell’umorismo aggressivo e del gusto dell’invenzione verbale il marchio di fabbrica della propria ricerca espressiva.

Chiamato in causa, Barabba dichiarò forfait.

Lo starter Pilato, estraendo il suo cronometro ad acqua o clessidra, e bagnandosi di conseguenza le mani – a meno che non ci avesse semplicemente sputato sopra – diede il via.
Gesù partì di gran carriera.

Stando a quanto riportato dal buon san Matteo, cronista sportivo, a quell’epoca si usava flagellare alla partenza gli sprinter in bicicletta, alla maniera dei cocchieri con i loro ippomotori. La frusta fungeva al contempo da stimolante e da massaggio igienico. Gesù, in gran forma, scattò, ma ci fu subito l’incidente con la gomma. Arrivò su un tratto di strada cosparso di spine e forò tutto il bordo della ruota anteriore.

Oggi possiamo notare la perfetta rassomiglianza fra quella vera e propria corona di spine e quelle esposte come pubblicità per pneumatici indistruttibili nelle vetrine dei costruttori di biciclette. Quello di Gesù, un banalissimo tubolare, non lo era.

I due ladroni, che facevano comunella, passarono in vantaggio.

Che ci fossero dei chiodi è un falso storico. I tre raffigurati in certe immagini sono le leve di smontaggio dette «Espresso».

Occorrerebbe ora iniziare a riportare le cadute. Prima però, descriviamo in poche parole il veicolo.

Il telaio è un’invenzione piuttosto recente. È nel 1890 che ne compaiono i primi esempi. Prima di allora il corpo del veicolo era composto da due tubi incrociati l’uno sull’altro in modo perpendicolare. Si tratta della cosiddetta bicicletta con tubo orizzontale o a croce. Gesù dunque, dopo l’incidente con gli pneumatici, si fece la salita a piedi, portandosi in spalla il telaio o, se vogliamo, la sua croce.

Esistono diverse incisioni dell’epoca che riproducono la scena, in base ad alcune fotografie. Ma pare che lo sport ciclistico – in seguito al ben noto incidente che mise fine alla corsa della Passione in modo così spiacevole e che riporta all’attenzione, a pochi giorni dal suo anniversario, l’analogo incidente del conte Zborowski nella salita della Turbie – pare che questo sport sia stato vietato per un po’ di tempo, con decreto prefettizio. Si spiega così come mai nei giornali illustrati che riproducevano la celebre scena, figuravano biciclette alquanto fantasiose. Si fece confusione tra la croce del telaio del veicolo, con il manubrio dritto, e quell’altra croce. Rappresentarono Gesù con le braccia aperte per tenere il manubrio, e possiamo notare a tal proposito che Gesù, al fine di ridurre la resistenza dell’aria, correva disteso sulla schiena.
Da notare anche che il telaio, o la croce del veicolo, era in legno, come alcuni cerchioni moderni. C’è stato chi ha insinuato, a torto, che Gesù guidasse una draisina, strumento a dir poco improbabile per l’arrampicata in una corsa in salita. Stando agli antichi agiografi ciclofili, santa Brigida, Gregorio di Tours e Ireneo, la croce era dotata di un dispositivo denominato «suppedaneum». Non occorre grande scienza per tradurlo con «pedale».

Giusto Lipsio, Giustino, Bosius ed Erycius Puteanus descrivono un altro accessorio che ritroviamo ancora nel 1634, come riporta Cornelius Curtius, su alcune croci in Giappone: una certa sporgenza della croce o del telaio, in legno o in cuoio, su cui il ciclista siede a cavalcioni.

Chiaramente la sella.

Simili descrizioni, d’altronde, non sono certo più infedeli della definizione di bicicletta che danno oggigiorno i cinesi: «Piccolo mulo che si guida per le orecchie e si fa avanzare a suon di calci».

Abbrevieremo il resoconto della corsa, riportata nel dettaglio nei testi specializzati ed esposta in scultura e pittura in alcuni monumenti ad hoc.

Lungo la salita assai dura del Golgota vi sono quattordici curve. Fu nella terza che Gesù cascò per la prima volta. Sua madre, in tribuna, si allarmò.

Il buon allenatore Simone di Cirene, che senza l’incidente delle spine avrebbe solo dovuto «tirarlo» e tagliargli l’aria, gli portò il veicolo.

Gesù, pur non portando nulla indosso, si mise a sudare. Non è chiaro se una spettatrice gli abbia effettivamente asciugato il viso, mentre il fatto che la reporter Veronica abbia realizzato un’istantanea con la sua Kodak corrisponde invece a verità.

La seconda caduta si verificò durante la settima curva, sul selciato scivoloso. Gesù sbandò per la terza volta, su una rotaia, all’undicesima curva.

Durante l’ottava, le israeliane di facili costumi agitarono i loro fazzolettini.

Il deplorevole incidente di cui sappiamo avvenne durante la dodicesima curva. Gesù era allora in un testa a testa mortale con i due ladroni. Sappiamo anche che continuò la sua corsa nei panni di aviatore… ma questo esula dal nostro argomento.

 

Traduzione di Daniela De Lorenzo