Su «La confessione di Memory» di Petina Gappah

Stefano Friani

Dal 2009, l’anno in cui uscì An Elegy for Easterly, sensazionale raccolta vincitrice del Guardian First Book Award che ha per centro la vita di persone ordinarie nello Zimbabwe di Mugabe, Petina Gappah è ragionevolmente considerata la next big thing per quanto riguarda la letteratura africana – ammesso che sia lecito parlare di letteratura africana, visto che nessuno si sognerebbe mai di parlare di letteratura europea raggruppando assieme francesi, russi e inglesi, per dire. Osannata da Coetzee e autrice del recentissimo Rotten Row, finalmente Guanda ha il merito di tradurla e portarla in Italia con La confessione di Memory (traduzione di Stefania De Franco), il romanzo che l’ha definitivamente proiettata nel pantheon delle voci più interessanti provenienti dal continente nero e che però, a detta di chi scrive, costituisce un leggero passo indietro rispetto alla sua raccolta di racconti – che, c’è da dire, era davvero di livello altissimo.

Gappah è nata in Zambia, ma è cresciuta in Zimbabwe, scrive sia in inglese sia in chikaranga (anche detto shona), ha studiato legge a Cambridge, a Graz e in patria; oggi vive in Francia e lavora come avvocatessa a Ginevra.

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Se il termine di paragone più immediato potrebbe essere la connazionale NoViolet Bulawayo, autrice dell’acclamato finalista per il Man Booker C’è bisogno di nuovi nomi (traduzione di Elena Malanga, Bompiani), in realtà, anche per un rapporto con l’autorità più mediato e meno burrascoso e pur tuttavia critico e pregnante, viene subito da pensare al suo turbolento conterraneo Dambudzo Marechera, un intellettuale dissidente di primo piano in attesa di essere finalmente riscoperto che da noi ha fatto un solo breve e perlopiù inosservato passaggio a metà anni Novanta con La casa della Fame (traduzione di Marco Massignan, Selene edizioni). Anche se con La confessione di Memory ci troviamo di fronte a un libro improntato a una leggibilità estrema, assai più scorrevole delle pagine densissime di quello che al tempo fu definito il «Joyce africano».

Ciò che rimane simile in entrambi gli autori è il rapporto quasi orale con il testo, sebbene quello di Gappah sia un romanzo in cui si è decisamente portati per mano, accompagnati dalla voce di una vera narratrice. Del resto si tratta di una scelta assolutamente funzionale alla narrazione: quella che leggiamo è una confessione a una giornalista che sa poco o nulla degli usi e costumi locali e ha necessità di fare luce sul caso di Memory, la protagonista che è rinchiusa nel braccio della morte di un carcere femminile, Chikurubi in Zimbabwe (su cui aveva già scritto Chiedza Musengezi nei racconti di A Tragedy of Lives: Women in Prison in Zimbabwe, citato anche nei ringraziamenti da Gappah). Memory sconta la pena assieme a detenute che hanno staccato a morsi il pene di un cliente o magari hanno frodato il comitato olimpico assoldando fantomatiche squadre di curling zimbabwiane. Lei è l’unica, però, a essere condannata a morte. Dalla sua cella, in cui è obbligata a vivere con «mezzo rotolo di carta igienica, venticinque millilitri di dentifricio alla settimana e quattro assorbenti e mezzo al mese. Davvero mezzo, tagliato con precisione per lungo e completo di ala penzolante» fa quello che le suggerisce il suo nome: è costretta a ricordare e a fermare su carta la sua confessione.

Siamo dentro a un giallo: whodunit? Chi ha ucciso Lloyd Hendricks, il benefattore di Memory, il ricco e colto professore bianco che l’ha accolta prendendola (comprandola?) dai suoi genitori al 1468 di Mharapara Street, riscattandola da un futuro di miseria e però strappandola a una famiglia, a un quartiere e a una vita? Per i giudici non ci sono dubbi: non può che essere stata lei.

In un paese in cui i magistrati comminano pene più severe per chi ruba una mucca rispetto a chi stupra un minore e in cui i camaleonti non sono una band vegliarda degli anni Sessanta, ma animali forieri di disgrazie, Memory ha tutte le stimmate della colpevole.

Albina come Noè, su Memory pende una maledizione: è una murungudunhu, non è abbastanza nera da essere nera né abbastanza bianca per essere bianca e non può che desiderare altro se non essere come tutti gli altri, nera come tutti gli altri. In poche parole: appartenere a qualcosa, a una terra, alla sua gente. Da bambina le prova tutte: preghiere, esperimenti con creme, fondotinta e unguenti, un’impossibile e dolorosissima abbronzatura. Ma non funziona nulla, a quel punto l’unica scelta possibile rimane l’invisibilità: il mimetismo e il volo, citando Piero Pelù. In una parola è la colpevole perfetta: estranea com’è a tutto e tutti, senza una famiglia, senza una storia, senza un’identità.

Nel carcere di Chikurubi «non c’è speranza né salvezza, nessuna fuga verso la libertà su noci di cocco come Papillon o, come Andy Dufresne, attraverso un tunnel scavato con un martello da roccia per strisciare in un fiume di merda e sbucare puliti dalla parte opposta». Anzi, forse sì, una piccola speranza c’è: secondo la Financial Gazette, malgrado la disoccupazione galoppante, si registra una preoccupante penuria di boia; l’ultimo ha rassegnato le dimissioni più di dieci anni prima.

Grazie alle pagine a tratti leggere ma spesso grevi di oppressione e di disperazione di Gappah ci è permesso anche di abbracciare con lo sguardo Harare, la capitale dello Zimbabwe, e le sue township, brulicanti come formicai di case identiche fatte di mattoncini rossi con intorno uno spazio grande quanto un fazzoletto. Case in cui sono stipati e crescono disordinatamente padri, madri (spesso più di una, spesso la concubina), figli, zii e zie, cugini, piante e cani. agglomerati urbani in cui è incoraggiata la familiarità, ma mai l’intimità. «Zone piene di detriti dell’esistenza umana» in cui si è poveri non sapendo di essere poveri, visto che non si è fatto esperienza di altro nella propria vita. I bambini che ruzzano e il chiasso di Mufakose cozzano con il silenzio e la vista di cui Memory godrà dalla collinetta dov’è la villa del suo benefattore Lloyd Hendricks, discendente di una famiglia di vecchi coloni inglesi. Lì apprenderà l’amore per la bellezza, l’arte e l’eccentricità, anche contro le nuove goffe costruzioni che vanno riempendo il cielo di Harare: i nuovi ricchi e gli investitori arabi e cinesi preferiscono i grattacieli alle case coloniche neoclassiche. Una volta arrivata a Summer Madness, così si chiama la villa, Memory scoprirà, passeggiando per i viali alberati, che non ombreggiano certo le township, che la città «è stata progettata per tenere i raggi del sole lontani dal viso dei bianchi».

Religiosi di varie fogge, stregoni e indovini assortiti, lo Zimbabwe descritto da Petina Gappah sembra essere un concentrato di tribalismi e superstizione, un mondo fatto di maledizioni che si tramandano di generazione in generazione e popolato di ngozi, gli spiriti dei defunti che tornano a perseguitare i viventi. Nell’alta società bianca, nel frattempo, si continuano a replicare pantomime, pose e riti importati dai vecchi coloni e ormai scomparsi da decenni nella madrepatria («Dalla vera Inghilterra, con tutti gli indiani, i pachistani e i giamaicani che ci sono, sarebbero fuggiti inorriditi»). Sullo sfondo della narrazione si agitano i grandi temi della storia di questo angolo d’Africa: l’espatrio e il ritorno in un paese cambiato radicalmente dallo sguardo di chi è partito, la diversità, il carcere, la condizione della donna, gli sconvolgimenti politici e il passaggio dalla Rhodesia segregazionista allo Zimbabwe marxista di Mugabe, i sanguinosi espropri ai latifondisti bianchi.

Se la scrittura rimane vivida e spiccatamente sensoriale come in An Elegy for Easterly, il libro malgrado la componente mystery assume quasi i contorni di un romanzo di formazione e, tuttavia, finisce un po’ per soffrire della struttura assai statica di questo lungo confessionale, nonché – va detto – di una certa tendenza allo spiegone che si palesa soprattutto nel finale. Seguiamo l’albina Memory dagli anni dell’infanzia quando è una reietta fino alla scoperta dei libri e all’emancipazione, all’innamoramento e al terribile disvelamento della sua illusione; ovviamente sempre avendo ben presente la bussola di dove si trova in quel momento: dietro le sbarre in attesa della pena capitale, aspettando che si compia quella condanna a cui sembra destinata fin dall’infanzia. Ciononostante non manca certo la suspence e l’attesa che cresce palpitante man mano che i capitoletti di cui è composto il libro vengono divorati dal lettore. Come sempre nella letteratura che vale la pena leggere ciò che conta non è quello che si dice, ma il non detto; in questo caso, cos’è che non ricorda Memory?