«Un grido nella notte» di Grazia Deledda

Redazione

Premio Nobel per la letteratura nel 1926, Grazia Deledda (Nuoro 1871 – Roma 1936) è stata una delle scrittrici più feconde e conosciute (anche all’estero) del suo tempo. Le sue opere sono intrise di un verismo di marca regionale dagli aspetti folcloristici. Sotto la lente d’ingrandimento una società mossa da passioni elementari e tutta votata al suo lato più primitivo. Così, si alternano leggende paesane, cronache e racconti di una realtà che conosce la dimensione del peccato ma non si risparmia un certo romantico senso della vita e un istinto di riscatto contro la fatalità del male.

Tre vecchioni a cui l’età e forse anche la consuetudine di star sempre assieme han dato una somiglianza di fratelli, stanno seduti tutto il santo giorno e quando è bel tempo anche gran parte della sera, su una panchina di pietra addossata al muro d’una casetta di Nuoro.

Tutti e tre col bastone fra le gambe, di tanto in tanto fanno un piccolo buco per seppellirvi una formica o un insetto o per sputarvi dentro, o guardano il sole per indovinare l’ora.

E ridono e chiacchierano coi ragazzetti della strada, non meno sereni e innocenti di loro.

Intorno è la pace sonnolenta del vicinato di Sant’Ussula, le tane di pietra dei contadini e dei pastori nuoresi: qualche pianta di fico si sporge dalle muricce dei cortili e se il vento passa le foglie si sbattono l’una contro l’altra come fossero di metallo. Allo svolto della strada appare il Monte Orthobene grigio e verde fra le due grandi ali azzurre dei monti d’Oliena e dei monti di Lula.

Fin da quando ero bambina io, i tre vecchi vivevano là, tali e quali sono ancora adesso, puliti e grassocci, col viso color di ruggine arso dal soffio degli anni, i capelli e la barba d’un bianco dorato, gli occhi neri ancor pieni di luce, perle lievemente appannate nella custodia delle palpebre pietrose come conchiglie. Una nostra serva andava spesso, negli anni di siccità, ad attinger acqua ad un pozzo là accanto: io la seguivo e mentr’ella parlava con questo e con quello come la Samaritana, io mi fermavo ad ascoltare i racconti dei tre vecchi. I ragazzi intorno, chi seduto sulla polvere, chi appoggiato al muro, si lanciavano pietruzze mirando bene al viso, ma intanto ascoltavano. I vecchi raccontavano più per loro che per i ragazzetti: e uno era tragico, l’altro comico, e il terzo, ziu Taneddu, era quello che più mi piaceva perché nelle sue storielle il tragico si mescolava al comico, e forse fin da allora io sentivo che la vita è così, un po’ rossa, un po’ azzurra, come il cielo in quei lunghi crepuscoli d’estate quando la serva attingeva acqua al pozzo e ziu Taneddu, ziu Jubanne e ziu Predumaria raccontavano storie che mi piacevano tanto perché non le capivo bene e adesso mi piacciono altrettanto perché le capisco troppo.

Fra le altre ricordo questa, raccontata da ziu Taneddu.

«Bene, uccellini, ve ne voglio raccontare una. La mia prima moglie, Franzisca Portolu, tu l’hai conosciuta, vero, Jubà, eravate ghermanitos (cugino in terzo grado), ebbene, era una donna coraggiosa e buona, ma aveva certe fissazioni curiose. Aveva quindici anni appena, quando la sposai, ma era già alta e forte come un soldato: cavalcava senza sella, e se vedeva una vipera o una tarantola, eran queste che avevan paura di lei. Fin da bambina era abituata ad andar sola attraverso le campagne: si recava all’ovile di suo padre sul Monte e se occorreva guardava il gregge e passava la notte all’aperto. Con tutto questo era bella come un’Immagine: i capelli lunghi come onda di mare e gli occhi lucenti come il sole. Anche la mia seconda moglie, Maria Barca, era bella, tu la ricordi, Predumarì, eravate cugini; ma non come Franzisca. Ah, come Franzisca io non ne ho conosciuto più: aveva tutto, l’agilità, la forza, la salute; era abile in tutto, capiva tutto; non s’udiva il ronzio d’una mosca ch’ella non l’avvertisse. Ed era allegra, ohiò, fratelli miei; io ho passato con lei cinque anni di contentezza, come neppure da bambino. Ella mi svegliava, talvolta, quando la stella del mattino era ancora dietro il Monte, e mi diceva:

“Su, Tané, andiamo alla festa, a Gonare, oppure a San Francesco o più lontano ancora fino a San Giovanni di Mores“.

Ed ecco in un attimo balzava dal letto, preparava la bisaccia, dava da mangiare alla cavalla, e via, partivamo allegri come due gazze sul ramo al primo cantar del gallo. Quante feste ci siamo godute! Ella non aveva paura di attraversar di notte i boschi e i luoghi impervi; e in quel tempo ricordate, fratelli miei, in terra di Sardegna cinghialetti a due zampe, ohiò! ce n’erano ancora: ma di questi banditi qualcuno io lo conoscevo di vista, a qualche altro avevo reso servigio, e insomma paura non avevamo.

Ecco, Franzisca aveva questo ch’era quasi un difetto: non temeva nessuno, era attenta, ma indifferente a tutto. Ella diceva: “Ne ho viste tante, in vita mia, che nulla più mi impressiona, e anche se vedessi morire un cristiano non mi spaventerei”. E non era curiosa come le altre donne: se nella strada accadeva una rissa, ella non apriva neanche la porta. Ebbene, una notte ella stava ad aspettarmi, e io tardavo perché la cavalla m’era scappata dal podere ed ero dovuto tornare a piedi. Oh dunque Franzisca aspettava, seduta accanto al fuoco poiché era una notte d’autunno inoltrato, nebbiosa e fredda. A un tratto, ella poi mi raccontò, un grido terribile risuonò nella notte, proprio dietro la nostra casa: un grido così disperato e forte che i muri parvero tremare di spavento. Eppure ella non si mosse: disse poi che non si spaventò, che credette fosse un ubriaco, che sentì un uomo a correre, qualche finestra spalancarsi, qualche voce domandare Cos’è? poi più nulla.

Io rientrai poco dopo; ma lì per lì Franzisca non mi disse nulla. L’indomani dietro il muro del nostro cortile fu trovato morto ucciso un giovine, un fanciullo quasi, Anghelu Pinna, voi lo ricordate, il figlio diciottenne di Antoni Pinna: e per questo delitto anch’io ebbi molte noie perché, come vi dico, il cadavere del disgraziato ragazzo fu trovato accanto alla nostra casa, steso, ricordo bene, in mezzo a una gran macchia di sangue coagulato come su una coperta rossa. Ma nessuno seppe mai nulla di preciso, sebbene molti credano che Anghelu avesse relazioni con una nostra vicina di casa e che sieno stati i parenti di lei a ucciderlo all’uscir d’un convegno. Basta, questo non c’importa: quello che c’importa è che la perizia provò essere il malcapitato morto per emorragia: aiutato a tempo, fasciata la ferita, si sarebbe salvato.
Ebbene, fratelli miei, questo terribile avvenimento distrusse la mia pace. Mia moglie diventò triste, dimagrì, parve un’altra, come se l’avessero stregata, e giorno e notte ripeteva: “Se io uscivo e guardavo e alle voci che domandavano rispondevo – il grido è stato dietro il nostro cortile – il ragazzo si salvava…”.

Diventò un’altra, sì! Non più feste, non più allegria; ella sognava il morto, e alla notte udiva grida disperate e correva fuori e cercava tremando. Invano io le dicevo: “Franzisca, ascoltami: sono stato io quella notte a gridare, per provare se ti spaventavi. Un caso disgraziato ha voluto che nella stessa notte accadesse il delitto: ma l’infelice non ha gridato e tu non hai da rimproverati nulla”.

Ma ella s’era fissata in mente quell’idea, e deperiva, sebbene per farmi piacere fingesse di credere alle mie parole, e non parlasse più del morto. Così passò un anno; ero io adesso a volerla condurre alle feste e a divagarla. Una volta, due anni circa dopo la notte del grido, la condussi alla festa dei Santi Cosimu e Damianu, dove una famiglia amica ci invitò a passare qualche giornata assieme. La sera della festa ci trovavamo tutti nello spiazzo davanti alla chiesetta. Era agli ultimi di settembre ma sembrava d’estate, la luna illuminava i boschi e le montagne, e la gente ballava e cantava attorno ai fuochi accesi in segno d’allegria. A un tratto mia moglie sparì e io credetti ch’ella fosse andata a coricarsi, quando la vidi uscir correndo di chiesa, spaventata come una sonnambula che si sia svegliata durante una delle sue escursioni notturne.

“Franzisca, agnello mio, che è stato, che è stato?”

Ella tremava, appoggiata al mio petto, e volgeva il viso indietro, guardando verso la porta della chiesa.

La trascinai dentro la capanna, l’adagiai sul giaciglio, e solo allora ella mi raccontò che era entrata nella chiesetta per pregare pace all’anima del povero Anghelu Pinna quando a un tratto, uscite di chiesa alcune donnicciuole di Mamoiada, si trovò sola, inginocchiata sui gradini ai piedi dell’altare.

“Rimasi sola” ella raccontava con voce ansante, aggrappandosi a me come una bambina colta da spavento. “Continuai a pregare, ma all’improvviso sentii un sussurro come di vento e un fruscio di passi. Mi volsi, e nella penombra, in mezzo alla chiesa, vidi un cerchio di persone che ballavano tenendosi per mano, senza canti, senza rumore; erano quasi tutti vestiti in costume, uomini e donne, ma non avevano testa. Erano i morti, maritino mio, i morti che ballavano! Mi alzai per fuggire, ma fui presa in mezzo: due mani magre e fredde strinsero le mie… e io dovetti ballare, maritino mio, ballare con loro. Invano pregavo e mormoravo: Santu Cosimu abbocadu, Ogademinche dae mesu… quelli continuavano a trascinarmi e io continuavo a ballare. A un tratto il mio ballerino di destra si curvò su di me, e sebbene egli non avesse testa, io sentii distintamente queste parole: Lo vedi, Franzì? Anche tu non hai badato al mio grido! 

Era lui, marito mio, il malcapitato fanciullo. Da quel momento non ci vidi più. Ecco il momento, pensavo, adesso mi trascinano all’inferno. È giusto, è giusto, pensavo, perché io vivevo senza amore del prossimo e non ho ascoltato il grido di chi moriva. Eppure sentivo una forza straordinaria; mentre, continuando a ballare, sfioravamo la porta, riuscii a torcere fra le mie le mani dei due fantasmi e mi liberai e fuggii; ma Anghelu Pinna mi rincorse fino alla porta e tentò di afferrarmi ancora: egli però non poteva metter piedi fuori del limitare, mentre io l’avevo già varcato. Il lembo della mia tunica gli era rimasto in mano; per liberarmi io slacciai la tunica, gliela lasciai e fuggii. Marito mio bello, io muoio… io muoio… Quando sarò morta ricordati di far celebrare tre messe per me e tre per il povero Anghelu Pinna… E va a guardare se trovi la mia tunica, prima che i morti me l’abbiano ridotta in lana scardassata.”»

«Sì, uccellini» concluse il vecchio zio Taneddu, «mia moglie delirava; aveva la febbre, e non stette più bene e morì dopo qualche mese, convinta di aver ballato coi morti, come spesso si sente a raccontare: e, cosa curiosa, un giorno un pastore trovò davanti alla porta di San Cosimo un mucchio di lana scardassata, e molte donne credono ancora che quella fosse la lana della tunica di mia moglie, ridotta così dai morti.

Sì, ragazzini, che state lì ad ascoltarmi con occhi come lanterne accese, il fatto è stato questo: e quel che è più curioso, sì, ve lo voglio dire, è che il grido lo feci io davvero, quella notte, per provare se mia moglie era indifferente com’essa affermava. Quando essa fu morta feci dire le messe, ma pensavo anch’io: se non gridavo, quella notte malaugurata, mia moglie non moriva. E mi maledicevo, e gridavo a me stesso: che la giustizia t’incanti, che i corvi ti pilucchino gli occhi come due acini d’uva, va alla forca, Sebastiano Pintore, tu hai fatto morir tua moglie…
Ma poi tutto passò: dovevo morire anch’io? Eh, fratelli miei, ragazzini miei, e tu, occhi di lucciola, Grassiedd’Elé, che ne dite? Non ero una donnicciuola, io, e d’altronde morrò lo stesso, quando zio Cristo Signore Nostro comanda…»