Le 6 ragioni + 1 del SÌ al Referendum costituzionale

Scriveva Carl Gustav Jung, padre della psicologia analitica e teorico della stretta connessione fra individuo e collettività, che «solo un cambiamento dell’atteggiamento individuale potrà portare con sé un rinnovamento dello spirito delle nazioni. Tutto comincia con l’individuo». Prima delle istituzioni, della politica, della legislazione, è necessario che il singolo rifletta sul proprio passato e sulla possibilità concreta di modificarlo. Modificare una parte della politica, vuol dire modificare se stessi.

In Italia, dal 1948 (anno dell’entrata in vigore della Costituzione) in poi, ci sono state grandi trasformazioni, ma sempre accompagnate da generali reticenze al cambiamento. Con l’andar del tempo sono emersi con vigore alcuni tratti fondamentali o consuetudini dell’attuale ordinamento che hanno suscitato e continuano a suscitare non poche perplessità.
 Una delle caratteristiche che sembra essersi evidenziata e consolidata nel corso della storia è una sostanziale instabilità dei governi, con frequenti cambi di direzione e di strategie, ribaltoni e alleanze d’interesse, che hanno generato non solo confusione, ma anche una certa dose di sfiducia nelle istituzioni, oltre che un clima di inefficienza sotto il profilo strettamente economico. Si tratta di una fragilità legata a problemi relativi ad alcune pratiche proprie della cultura politica del paese (accordi, divisioni del potere o opportunismi) e che si sono tradotte nel grande tema dell’immobilismo: ovvero l’inefficacia dei governi e quindi il loro fallimento in quanto a capacità di incidere in modo propulsivo sulla vita del paese.


Dopo aver esposto le ragioni del no in un pezzo dedicato, seguendo le cinque parti in cui è diviso il quesito referendario, spiegheremo le ragioni del perché è finalmente il tempo di votare e accettare una revisione della nostra Costituzione, cioè di barrare la casella del sì al referendum.

STORIA DELLA RIFORMA E DELLE RIFORME.Una revisione della Carta di cui si parla da mezzo secolo e che da oltre 30 anni tutte le parti politiche tentano di attuare.

Dell’esigenza di una riforma che renda il bicameralismo perfetto attuale – cioè con entrambe le Camere aventi lo stesso potere – diverso e più efficiente si discute ormai da più di mezzo secolo, anche se solo nel 1983 fu costituita la prima commissione bicamerale per le riforme istituzionali, proprio allo scopo di esaminare proposte di modifiche alla Costituzione che potessero apportare migliorie al sistema parlamentare.

Nessuna di quelle proposte (tantissime in verità) ebbe però un reale seguito. Almeno fino al 2001, quando in ottobre un referendum approvò la riforma del Governo D’Alema, che modificava 20 articoli della seconda parte della Carta in senso decisamente federalista, affidando più poteri alle regioni. Il secondo referendum costituzionale della storia della Repubblica si svolse nel giugno del 2006: in quell’occasione i cittadini respinsero la riforma del secondo Governo Berlusconi, che prevedeva la riduzione del numero dei parlamentari – in entrambe le camere -, l’istituzione di un Senato Federale con poteri differenti da quelli della Camera, il rafforzamento dei poteri del Primo Ministro (il cosiddetto Premierato) e un’ulteriore devoluzione alle regioni di alcune potestà legislative esclusive (la cosiddetta devolution). Il percorso dell’attuale riforma ha origine appena due anni più tardi, con la bozza di riforma scritta e presentata da un gruppo di parlamentari guidati da Luciano Violante, che contemplava una differenziazione delle camere con un Senato a elezione indiretta e molti altri aspetti in comune con il ddl Boschi. Con l’avvento della crisi economica, il progettò passò in secondo piano, ma ne tornò a parlare il Presidente della Repubblica Napolitano che nel 2012 invitò il Governo tecnico di allora, presieduto da Monti, a scrivere una nuova bozza, che effettivamente prevedeva – anche quella – una divisione delle competenze fra Camera e Senato e la riduzione del numero dei parlamentari. Caduto il governo Monti, nel 2013 lo stesso Napolitano nominò una commissione di 10 «saggi» da diverse fazioni politiche per scrivere una nuova bozza, che però a causa delle solite scissioni interne finì con un nulla di fatto. Il Governo Renzi, dopo una consultazione con il centro-destra sugli accordi per le successive riforme costituzionali (2014, Patto del Nazareno), attingendo dalle precedenti idee, iniziò da subito a scrivere la prima versione del disegno di legge, quello che il 4 dicembre saremo chiamati ad approvare o a bocciare. Il quesito, scritto dal governo secondo le disposizioni vigenti (legge 352/70, art. 16), è stato dichiarato conforme dalla Corte di Cassazione.

1. UN BICAMERALISMO IMPERFETTO NECESSARIO. 
La riforma garantirebbe maggiore stabilità parlamentare e introdurrebbe importanti innovazioni in senso democratico, come l’uguale rappresentanza di uomini e donne, la revisione delle leggi elettorali per la legittimità costituzionale e i referendum d’indirizzo.

Quasi tutti gli schieramenti (certamente quelli principali) sono dunque unanimi nel ritenere necessaria una modifica della Carta Costituzionale in modo che risulti più chiara, più adatta alle circostanze europee e soprattutto più pratica nello svolgimento delle funzioni di Governo. Le «disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario» prevedono la modifica dell’art. 70 in modo che le due camere, che oggi svolgono le medesime funzioni, abbiano ciascuna i propri compiti: la Camera per le disposizioni a livello generale e nazionale e il Senato per le regioni e le autonomie locali.

È evidente – come si nota dalla storia e dalla volontà congiunta di tutte le parti politiche – la necessità pressante di una riforma volta a rendere più funzionale l’attuale sistema bicamerale che sia conforme ai vari modelli europei, come la Germania (il cui senato, il Bundesrat, ha potere limitato ad alcune materie e non concede la fiducia al Governo), l’Austria (dove il Consiglio Federale è molto meno potente di quello nazionale), il Regno Unito (in cui la Camera dei comuni ha compiti più limitati rispetto alla Camera dei pari) o la Spagna (dove il Senato è escluso dalla fiducia).

Se è vero che il testo modificato è molto più lungo rispetto all’attuale, è anche vero che prevede una maggiore chiarezza nella distribuzione delle competenze e negli ambiti di giurisdizione: in un Parlamento in cui Camera e Senato non svolgono le stesse funzioni, doveva necessariamente essere sacrificata la semplificazione, senza immediati rimandi a regolamenti interni e con una nuova e più completa riscrittura.

La separazione degli ambiti può avere un forte impatto positivo sulla governabilità e sullo sveltimento dei processi legislativi. Senza alcun dubbio non si avrebbero le navette parlamentari, cioè quel gioco di rimandi da una camera all’altra che rallenta notevolmente il percorso di approvazione di una legge (non ci sarà la possibilità per una Camera di fare ostruzionismo). Ma aldilà del beneficio imminente per l’eliminazione dell’ostacolo pratico, il reale vantaggio si potrebbe trarre nel lungo periodo, quando i primi adeguamenti al nuovo sistema sarebbero stabiliti e l’iter legislativo inizierebbe a procedere speditamente, senza dispute strumentali e con sporadici ricorsi in Corte Costituzionale.

Come già visto, nelle democrazie europee più importanti (Germania, Spagna) il Senato non concede la fiducia al Governo: la mancanza di questa peculiarità per una camera non comporterebbe, come comunemente si è indotti a dedurre, una riduzione delle libertà democratiche, ma al contrario darebbe quella maggiore stabilità politica che è mancata negli ultimi decenni della Repubblica. Una solidità presente nei principali paesi occidentali e la cui mancanza in Italia ha prodotto in più di una circostanza crisi politiche e amministrative ed emergenze gestionali (le elezioni del 2013 portarono addirittura a un Parlamento spaccato in tre fazioni pressoché equivalenti, senza una vera maggioranza). Il Senato manterrebbe in ogni caso una funzione di controllo, avendo la possibilità di esaminare ogni disegno di legge già approvato e di proporre delle opportune modifiche.

Alcune innovazioni presenti nel testo sono meritevoli di una menzione. La prima – di non poca importanza – prevede un equilibrio fra i rappresentanti dei diversi sessi sia all’interno del Parlamento, sia nei consigli regionali (art. 55 comma 2 e art. 122), che potrebbe avere ripercussioni positive anche nelle politiche sociali e in altri ambiti economici per la parità di genere. Viene inoltre sancito per la prima volta il dovere per tutti i membri del Parlamento «di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni», garantendo in qualche misura un monito esemplare anche per la partecipazione dei cittadini all’attività politica (art. 64 comma 6).

La riforma introduce anche un importante aspetto intimamente legato all’ordinamento stesso della Repubblica, la cui assenza non di rado ha portato a forti dissidi interni. Le leggi elettorali, cioè quelle leggi che regolamentano l’elezione dei parlamentari della Camera dei Deputati e del Senato, sono state spesso oggetto di continue discussioni e scontri politici: la legge Calderoli (meglio nota come Porcellum) è stata dichiarata parzialmente incostituzionale ben 8 anni dopo la sua approvazione, con due elezioni politiche svolte con questo sistema elettorale. Gli articoli 73 (nel comma secondo) e 134 (comma quinto) dispongono che – dietro preventiva richiesta – proprio questa tipologia di leggi può essere sottoposta a giudizio di legittimità dalla Corte Costituzionale (un organo deputato al bilanciamento dei poteri, esterno al Parlamento), che dovrà decretarne l’ammissibilità entro 30 giorni dal ricorso. In questo modo si avrebbe maggiore garanzia per le leggi elettorali e di conseguenza un sistema politico più solido e più democratico. Con il nuovo sistema bicamerale, insomma, ci sarebbe una concreta opportunità di avere stabilmente un governo di legislatura, ovverosia un esecutivo che rimanga in carica per tutti e 5 gli anni della durata del Parlamento, garantendo continuità e di conseguenza un’amministrazione più omogenea e più conforme all’attuazione delle policies.

Un altro aspetto importante che ha caratterizzato in negativo soprattutto le ultime legislature è l’utilizzo smodato, da parte dei governi, dei decreti-legge, cioè quei provvedimenti provvisori in deroga agli ordinari iter legislativi che, per eccezionalità e urgenza, entrano immediatamente in vigore e tali rimangono per 60 giorni, termine dopo il quale decadono se non approvati dal Parlamento. La consuetudine degli esecutivi fino a oggi è stata quella di inserire in questi atti normativi materie certamente non soggette a straordinarietà. Inoltre per ovviare alla necessaria decadenza si è praticata la reiterazione di uno stesso decreto con modifiche irrisorie, in modo da evitare (con un cavillo) la norma che vieta la riproposizione di uno stesso decreto, e quindi giungendo alla possibilità di prolungare di molto la vita del decreto stesso. Si tratta di un problema decennale su cui la Corte Costituzionale ha già emesso diverse sentenze, senza tuttavia giungere a una soluzione definitiva. Basti pensare che nei primi anni ’90 i decreti-legge hanno superato per numero le normali leggi approvate in Parlamento: tale abuso deriverebbe da un vizio di forma proprio del bicameralismo perfetto italiano per cui l’esecutivo, fragile e frammentato, non ha la forza parlamentare necessaria perché le proprie proposte possano completare l’iter legis in un tempo utile: per questo motivo si rivolge al decreto-legge.
 Il testo della riforma prevederebbe una consistente limitazione nell’uso di questo strumento, non consentendo per esempio la reiterazione di decreti non accettati in precedenza (lo stesso decreto non può essere ripresentato se nella sostanza stabilisce le stesse disposizioni), né la proposizione di norme dichiarate costituzionalmente illegittime o materie che siano di competenza delle leggi ordinarie (art. 77 comma 4). Tuttavia il beneficio basilare deriverebbe dall’eliminazione della parità fra le due camere e dalla semplificazione dell’iter che renderebbe pressoché inutile il ricorso ai decreti.

In ultimo, fra le maggiori novità presenti nella revisione della Carta, c’è l’introduzione dei referendum d’indirizzo (art. 71 comma 4), cioè quelli direttamente proposti dai cittadini e disciplinati con leggi apposite, che consentono una più diretta e consapevole partecipazione democratica.

 

2. UN SENATO PIÙ PARTECIPATIVO E VICINO ALL’EUROPA
. Con la diminuzione del numero dei parlamentari, ci sarebbe un allineamento alle maggiori democrazie europee e i senatori, tutelando gli interessi delle Regioni da cui provengono, parteciperebbero di più al dialogo politico.

Il secondo punto del quesito, quello concernente «la riduzione del numero dei parlamentari», prevederebbe la diminuzione dei senatori dai 315 attuali a soli 100. Si è molto dibattuto sull’esagerata composizione delle due camere e sull’effettiva utilità di avere così tanti parlamentari (il numero più alto fra le più importanti democrazie d’Europa): con la riforma si avrebbe un totale di 730 parlamentari (a fronte dei precedenti 945), vale a dire 1,2 per ogni 100mila abitanti, abbassando la cifra sino ad avvicinarci al totale dei parlamentari tedeschi e scendendo al di sotto di quelli spagnoli e francesi.

Il metodo di elezione, a causa della struttura stessa dei testi fondamentali del nostro ordinamento, non può essere presente nel dettaglio in un articolo di un testo costituzionale, ma deve essere demandato a una apposita legge (la legge elettorale). Tale legge, che sarà presentata alla Camera e dovrà essere approvata con regolare procedimento, potrà comunque – come già specificato – essere sottoposta a un giudizio sulla sua legittimità dalla Corte Costituzionale. Il percorso legislativo sarebbe disciplinato adeguatamente dall’art. 57, con modalità che tengano conto sia della scelta degli cittadini che della Carta (come per esempio indicando sulla medesima scheda elettorale il rappresentante regionale che dovrà andare al Senato), giacché altrimenti diverrebbe fatalmente incostituzionale e sarebbe dunque bloccato all’istante.

In ultimo, venendo a delinearsi un bicameralismo nel quale il Senato sarebbe il punto di raccordo fra lo Stato e le Regioni, i componenti di quest’ultimo avrebbero una maggiore competenza per rappresentare le proprie territorialità, essendo già sindaci e consiglieri regionali degli enti locali dai quali provengono. Più che un «doppio lavoro» svolto male, quindi, ci sarebbe un coinvolgimento in più da parte dei senatori nel difendere gli interessi locali dinanzi allo Stato e uno sprone a una partecipazione massima in questa direzione, riequilibrando il dialogo fra le parti.

 

3. UNA RIDUZIONE DEI COSTI NEL LUNGO PERIODO.Oltre a una serie di importanti modifiche, fra cui i tagli ai gruppi politici e l’introduzione di un tetto per gli stipendi dei funzionari regionali, il vero risparmio si avrebbe con lo stabilizzarsi delle nuove istituzioni nel corso del tempo.

Il punto sul contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni riguarda uno dei temi più discussi e forse più sentiti dai cittadini, in particolar modo negli ultimi decenni della Repubblica. Con la riduzione del numero dei senatori si risparmierebbe in primo luogo sugli stipendi dei 215 parlamentari eliminati (che rimarranno in carica sino a che non si svolgeranno nuove elezioni; dopodiché saranno regolarmente sostituiti). Ma i nuovi senatori, percependo già un compenso per la funzione di sindaci e consiglieri regionali, non avranno alcuna ulteriore indennità, così come quelli nominati dal Presidente della Repubblica, con un risparmio anche dalla graduale riduzione del personale di Palazzo Madama. Il secondo comma dell’art. 40 prevederebbe inoltre la sospensione dei finanziamenti ai gruppi consiliari, cioè di quei rimborsi o sussidi a carico della finanza pubblica per le fazioni politiche presenti nei Consigli regionali, evitando casi di sperpero del denaro pubblico come già avvenuto in più di un’occasione (Fiorito nel Lazio, le spese anomale dei consiglieri lombardi e così via).

Franco Fiorito

Franco Fiorito

Un’importante introduzione è costituita dal livellamento degli stipendi di sindaci e consiglieri regionali. Attualmente, in molte regioni, accade che i consiglieri regionali percepiscano anche fino a più del triplo dello stipendio dei relativi sindaci (si veda il caso del Molise), con degli squilibri inspiegabili soprattutto a fronte delle funzioni svolte. Il nuovo art. 122 stabilisce che un consigliere regionale non può percepire uno stipendio superiore a quello del sindaco della città capoluogo, mettendo di fatto un tetto ai compensi dei funzionari pubblici regionali.

Con la revisione del Titolo V, ovverosia con la nuova divisione delle competenze fra Stato e Regioni, si avrebbero delle ulteriori agevolazioni economiche derivanti dall’eliminazione delle conflittualità e dallo smaltimento dei passaggi decisionali che spesso bloccano opere o iniziative: non dovendo più discutere sulle rispettive giurisdizioni non si bloccherebbero più i lavori per le infrastrutture, i trasporti o l’incremento turistico, migliorando alla lunga la qualità della vita dei cittadini. 
La cifra esatta del risparmio non è di certo quantificabile con esattezza, ma i principali benefici si manifesterebbero nel lungo periodo, soprattutto con la riduzione del numero di ricorsi alla Corte Costituzionale, la semplificazione delle leggi e una maggiore conformità ai modelli europei (essenziale per un dialogo ormai avviato e maturo con la Comunità Europea): dall’efficienza, insomma, dell’intero apparato quando il nuovo ordinamento avrà trovato una propria stabilità.

 

4. IL CNEL: UN ORGANO COSTITUZIONALE MA SUPERFLUO.Sembrano essere tutti d’accordo riguardo la sospensione di un ente che costa allo Stato circa 20 milioni all’anno e che non ha prodotto nulla di significativo a livello legislativo e consultivo.

Nessuna riforma si era mai orientata per la soppressione di un organo che, sebbene istituito nel 1957 al fine di mediare fra gli interessi dei lavoratori e quelli delle imprese, è risultato sostanzialmente improduttivo e oneroso.

Il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro è regolamentato dall’art. 99 della Costituzione e ha competenze in ambito economico e sociale: fornisce pareri al Governo, al Parlamento o alle Regioni e ha facoltà di proporre leggi nel proprio settore di pertinenza. Ma dal punto di vista legislativo, dalla sua istituzione – in 60 anni – ha presentato solo 14 disegni di legge (uno ogni quattro anni), di cui nessuno peraltro approvato; a livello consultivo, ovverosia per la formulazione di pareri tutt’altro che vincolanti, ha fornito in totale 96 consulenze (neanche due l’anno) e i documenti elaborati per studi e ricerche varie sono inferiori al migliaio, vale a dire poco più di una quindicina l’anno.

sede CNEL a Roma

sede CNEL a Roma

In più i 64 consiglieri più il presidente percepiscono stipendi per un ammontare che si aggira attorno ai 3 milioni di euro, spese e rimborsi compresi, e parte dei finanziamenti finisce in pubbliche relazioni e propaganda di dubbia utilità: il resto viene utilizzato per il personale, le spese di mantenimento, la manutenzione della struttura in cui ha sede l’ente (Villa Lubin, a Roma) e altre quote, per un totale di circa 20 milioni annui. A fronte, per giunta, di un assenteismo medio del 18%.
 Nessuna forza politica sembra voler conservare i privilegi del Cnel e la sua soppressione appare più come un atto necessario che una semplice scelta.

 

5. STATO E REGIONI PIÙ TRASPARENTI E MENO CONFLITTUALI.L’eliminazione delle competenze concorrenti porterebbe a una riduzione della burocrazia e degli sprechi di denaro pubblico, oltre a rendere il Paese omogeneo e funzionale sotto molti aspetti, in primis la Sanità.

L’ultima parte del quesito riguarda «la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione», che regolamenta l’attribuzione delle competenze fra Stato ed amministrazioni locali. Un percorso legislativo in piena maturazione, già iniziato con la legge Delrio (56/2014), che prevede – fra l’altro – la dequalificazione delle Province e la gratuità di molti incarichi a esse collegate. Con la modifica del bicameralismo, il Senato verrebbe ad assumere un’importante funzione di collegamento fra il Governo e le autonomie locali, più diretta e partecipata. Attualmente, fungendo più da organo di raffreddamento, una sorta di doppione della Camera dei Deputati, il dialogo fra le due parti è affidato a un terzo organo collegiale che ne garantisce la collaborazione, la Conferenza Stato-Regioni. Al tempo stesso questo terzo soggetto rende più elaborate e prolungate le varie procedure di accordo (che comunque, per la maggior parte, si limitano a un’opera di mera consulenza). Con l’art.55 della riforma, invece, il Senato rappresenterebbe a tutti gli effetti le istituzioni territoriali, eliminando parte della burocrazia e velocizzando i procedimenti.

Con il nuovo testo si avrebbe inoltre una notevole agevolazione per la soppressione di molte competenze legislative concorrenti (si va dalla gestione dell’energia alla sanità, dalla ricerca alla tutela del lavoro) che con l’approvazione della vecchia riforma del 2001 hanno portato conflittualità fra Stato e Regioni con innumerevoli e continui ricorsi in Corte Costituzionale (con i costi connessi). Oltre a ciò, il decentramento in senso federalista ha portato negli ultimi 15 anni a una serie di casi in cui il denaro fornito alle Regioni, per la loro autonomia di impiego, è stato alla base di diversi scandali riguardanti spese dissennate, rimborsi insensati e conseguenti inefficienze nella gestione del potere. Tutto ciò è dovuto al fatto che attualmente il controllo dei finanziamenti da parte dello Stato incontra una sorta di muro nelle Regioni, che – come detto – hanno facoltà di gestirli in completa autonomia, senza cioè dover rendere conto in modo immediato del loro utilizzo. In questo modo lo Stato è impossibilitato a intervenire tempestivamente e lo spreco dei fondi pubblici è un rischio sempre presente.

La riforma, in questo senso, metterebbe dei paletti all’autodeterminazione fiscale degli enti locali, stabilendo che il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario torni a essere di competenza dello Stato (art. 117 comma 3), vale a dire che sarà quest’ultimo a disciplinare i criteri secondo i quali le Regioni potranno avvalersi dei contributi dei cittadini per le spese amministrative (art. 119 comma 2): i soldi derivanti dalle tasse avrebbero un diretto controllo dall’alto e il loro utilizzo sarebbe più trasparente.

Inoltre, dall’eliminazione di una materia concorrente in particolare, si trarrebbero alcuni vantaggi non trascurabili. Con la riforma del 2001 e la devoluzione agli enti regionali delle disposizioni per la tutela della salute, si è andata profilando nel corso del tempo una situazione di forte squilibrio fra una regione e l’altra in merito a molte questioni, quali la copertura dei vaccini, la distribuzione dei farmaci, la prevenzione: un cittadino che voglia usufruire di un certo diritto sanitario potrebbe ottenerlo in una zona, ma non in un’altra dello stesso Paese. Con l’art. 117, le disposizioni comuni e generali passeranno allo Stato, mentre alle Regioni rimarrebbe l’organizzazione sanitaria, con una significativa uniformità del diritto alla salute in tutte le aree del territorio italiano.

 

6. ALTRE DISPOSIZIONI E IMPLICAZIONI: IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
. Una più ampia condivisione necessaria per l’elezione del Presidente della Repubblica.

Altre disposizioni prevedono la regolamentazione dell’elezione del Presidente della Repubblica. Secondo la formula attuale saranno necessari i due terzi dei voti delle camere riunite per i primi tre scrutini; dal quarto in poi sarà sufficiente la maggioranza assoluta. Con la riforma (art. 83 comma 2) rimarrebbe invariata la votazione dei primi tre scrutini, ma dal quarto sarebbe necessaria la maggioranza di tre quinti (e dal settimo in poi dei tre quinti dei presenti in aula): il quorum per l’elezione del Presidente sarebbe dunque più alto, garantendo una più ampia condivisione e un maggiore consenso. Solo nel caso – improbabile e insensato – in cui tutte le opposizioni decidessero di abbandonare l’aula, non votando, un’ipotetica maggioranza potrebbe, solo dal settimo scrutinio in poi, procedere da sola all’elezione.

 

7. BONUS: IL COMBINATO DISPOSTO.La riforma costituzionale, intimamente legata alla legge elettorale, non consentirebbe alcun controllo sugli organi di garanzia e assicurerebbe una maggiore stabilità del governo.

Questa riforma costituzionale viene a trovarsi all’interno di un percorso di cambiamento dell’ordinamento italiano che non ha precedenti, un percorso che comprende la legge elettorale approvata lo scorso anno e che risulta organico e coerente con quel disegno di rinnovamento auspicato – come ampiamente detto – da tutte le principali forze politiche almeno sin dagli anni ’80.

Il cosiddetto combinato disposto (Riforma più Italicum) risulta quindi essenziale, dal momento che una modifica della Carta Costituzionale necessita, alla base, di una legge apposita che disciplini l’elezione delle camere per ottenere un’applicazione della riforma quanto più omogenea possibile. Anche se tecnicamente sono svincolate l’una dall’altra, è impensabile che un disegno di legge che intenda modificare – e si tratta di una rettifica legittima – la Costituzione nella regolamentazione delle funzioni del Parlamento (eletto dai cittadini) non disponga di un meccanismo di elezione opportunamente calibrato. Così come, all’inverso, è altrettanto inconcepibile una legge elettorale che non tenga conto del testo più importante della Repubblica e delle sue eventuali variazioni nel corso del tempo.

Il sistema maggioritario dell’Italicum non presume alcun accentramento di poteri che possa configurarsi come deriva oligarchica ma garantisce alla parte politica vincente alle elezioni la possibilità di attuare il proprio programma. Infatti la riforma non consente il controllo degli organi di garanzia, dal momento che, oltre al maggiore quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, il Senato avrebbe ancora la facoltà di nominare in Parlamento due giudici su cinque della Consulta (art. 135 comma 1). Semmai la stabilità derivante dal combinato disposto aumenterebbe la governabilità. La riforma poi non prevederebbe nulla di assoluto, perché con il dll Boschi la legge elettorale sarebbe soggetta a revisione costituzionale qualora richiesto – secondo gli articoli 73 e 134 – e in più, indipendentemente da questo, con il consenso di tutte le fazioni politiche una eventuale modifica è ancora possibile.

Si tratterebbe allora di un rinnovamento di più ampio respiro che risulti funzionale, compatto e ben strutturato in tutte le sue parti. In tal senso, una serie di disposizioni che vadano tutte in un’unica direzione sarebbero garanzia di stabilità e, come accennato, potrebbero assicurare un governo di legislatura. In ogni caso, questa stessa legge potrà essere sottoposta a riesami ed eventuali modifiche.

Questa riforma – riassumendo – parte da presupposti legittimi e indiscutibili: l’obsolescenza di un sistema bicamerale perfetto, i limiti palesemente evidenziati del decentramento in Italia, l’eccesso di ambiguità nei riferimenti alle competenze, il presupposto di una camera mai sufficientemente definita e delle falle (grossolane) nell’iter legis sin dalla loro proposizione.

Alcuni ricorsi sono stati presentati per la lunghezza del quesito e i molti temi affrontati dal ddl Boschi, a cui la stessa Corte Costituzionale ha espresso parere contrario: «Il diritto di voto non pare leso dalla presenza di un quesito esteso e comprensivo di un’ampia varietà di contenuti – è scritto nel provvedimento –, è la stessa Costituzione a connotare l’oggetto del referendum costituzionale come unitario e non scomponibile». Insomma, la riforma è stata votata dal Parlamento per intero e così dovranno fare anche i cittadini.

A ogni modo, non si tratterebbe di un processo totalmente irreversibile, dal momento che il Parlamento può sempre approvare un’ulteriore riforma costituzionale e modificare nuovamente gli articoli della Carta (come previsto dall’art. 138), così come sarà possibile modificare anche la corrente legge elettorale. Ma a oggi un cambiamento è quanto di più auspicabile il nostro Paese possa aspettarsi.