L’anima russa vive ancora, l’ho incontrata nelle Case degli scrittori

Alessandro Melia

Prima di partire per la Russia, familiari e amici mi avevano avvertito: «Fai attenzione al portafoglio!», «Non girare di notte», «Ma che vai a fare a Mosca? Meglio San Pietroburgo». Poi sono partito. Sono rimasto in Russia dodici giorni, non molto ma un tempo sufficiente per scrollarmi di dosso quei pregiudizi e rendermi conto che la realtà era un’altra.

Lo stagno dei Patriarchi, dove comincia «Il Maestro e Margherita» di Bulgakov

Lo stagno dei Patriarchi, dove comincia «Il Maestro e Margherita» di Bulgakov

Mosca d’estate è una città piena di luce, con un cielo immenso e i palazzi color pastello che ti infondono il buonumore. È una metropoli assordante che nasconde al suo interno strade di paese, dove regna il silenzio e aleggiano i fantasmi della storia. È una città pulita, funzionante e le persone che ci vivono sono fredde solo in apparenza. I suoi abitanti, come anche quelli di San Pietroburgo, racchiudono due anime: quella europea e moderna, lanciata verso il futuro, e quella contadina, che risale all’Ottocento. Nessuna delle due ha il sopravvento sull’altra, ma convivono in modo armonioso. Questa impressione – assolutamente personale – l’ho riscontrata al ristorante, in taxi, nei negozi, chiedendo informazioni per strada, ma soprattutto visitando le case degli scrittori. Nel reportage del collettivo sparajurij Viaggiatori nel freddo (Exorma) avevo letto che nelle residenze-museo, a scortare i visitatori, c’erano donne in età da pensione che, come lavoro extra o in qualità di volontarie, spendono il loro tempo tra le mura abitate in passato da autori che loro venerano. Proprio in queste donne è più evidente il contrasto di cui accennavo, l’autentica anima russa a confronto con un comportamento standard richiesto per l’occasione (compresa una improbabile pronuncia inglese). C’è poi un altro aspetto che queste donne incarnano: il bisogno di credere dei russi. Non credere per forza in Dio, ma credere in un codice morale, in alcuni valori del passato, in questo caso nelle parole e nei concetti espressi da Čechov, Tolstoj, Gogol’, Dostoevskij, per trasferirli nel mondo di oggi. Čechov lo spiega bene nel racconto In viaggio: «La fede è una facoltà intrinseca al popolo russo. La vita russa si presenta come una serie ininterrotta di moti di fede e d’entusiasmo mistico. Se un russo non crede in Dio, questo significa, semplicemente, che crede in qualcos’altro».

  • L’anima russa vive ancora, l’ho incontrata nelle Case degli scrittori
    Casa Bulgakov
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    Casa Nabokov
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    Il retino di Nabokov
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    La stanza dei giochi dei bambini di Puškin
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    Lo studio di Puškin
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    Il caminetto dove Gogol’ bruciò il secondo volume de «Le Anime Morte»
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    Lo studio di Dostoevskij
  • L’anima russa vive ancora, l’ho incontrata nelle Case degli scrittori
    Casa di Dostoevskij
  • L’anima russa vive ancora, l’ho incontrata nelle Case degli scrittori
    Casa Achmatova
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    Casa Achmatova

Non è necessario conoscere la vita e le opere di ogni scrittore per provare quest’esperienza. Nella casa di Gogol’ (a Presnya, zona Est di Mosca) una di queste signore, con un sorriso affabile, mi ha afferrato per le spalle e fatto accomodare, ha chiuso le porte della stanza in cui era esposta la maschera mortuaria dello scrittore, ha abbassato le luci e mi ha indicato lo specchio che avevo di fronte. Con un effetto ottico ho visto levitare il corpo di Gogol’, mentre la sua voce riecheggiava nella stanza. Nell’oscurità la signora si è avvicinata e mi ha detto quello che poi ho capito essere qualcosa come: «Lo hai visto? Era proprio lui!». Ho annuito, anche se mi sembrava di essere finito dentro uno dei Racconti di Pietroburgo. Nella casa dove è morto Puškin (a San Pietroburgo, a pochi passi dall’Hermitage) una signora mi ha raccontato dei giochi che lo scrittore aveva ideato per i suoi figli e mentre parlava aveva gli occhi lucidi; quando le ho detto che ero italiano mi ha ringraziato, confidandomi che di italiani da Puškin se ne vedono pochi, preferiscono la casa di Dostoevskij (ed è proprio così). Durante il viaggio ho visitato anche le case di Puškin, Bulgakov e Čechov a Mosca, di Nabokov e Achmatova a San Pietroburgo.

Tornato in Italia, ho continuato a pensare a queste donne, ai loro modi garbati ma fermi di trasmettere – a gesti e a parole – l’amore per una certa tradizione russa che non è morta, ma continua a vivere sotto la superfici

Alessandro Melia è nato nel 1980 e vive a Roma. Giornalista, lettore, viaggiatore ha una passione per le biografie, i diari e le memorie. Il suo blog è https://alessandromelia.net/.