«Il grande regno dell’emergenza». Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi

Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi, adesso davanti alla tastiera ci sarebbe uno scrittore, o un professore, o un libraio, o un giornalista post-adolescente, drammaticamente in ritardo con la consegna di una recensione, fissata per il giorno dopo.

Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi, la nostra entità scrivente adesso starebbe fissando, dalla finestra di casa, la sua Firenze inabissata nella notte, cercando nei gesti degli ignari toscani passeggianti al di là del vetro spunti utili a mettere qualche parola sensata accanto all’altra, chiedendosi, al contempo, che senso abbia quell’accanimento perpetuo, sistematico, osceno, sulla pagina bianca, foraggiato da un serraglio di pennivendoli, imbrattacarte, scribacchini, la cui massima aspirazione sembra essere quella di alimentare un circo autoreferenziale di inchiostro inflazionato.
Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi, a quel punto il protagonista si renderebbe conto che la sua prole, addormentandosi con la guancia innocente poggiata proprio sulla tastiera del portatile, aveva trasformato quell’aborto di critica letteraria in una confusa amalgama di caratteri in libertà e simboli svelati da occulte combinazioni di tasti. Disperato, impanicato, incapace di replicare razionalmente a eventi irrazionali, si infilerebbe il primo cappotto trovato appeso all’appendiabiti, per infilarsi nei calli fiorentini, accompagnato solo dall’irrequietezza.

«Una catastrofe è sempre una vertigine personale, una maniera di non sentirsi partecipi del mondo […].»

Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi, il disgraziato, smarritosi più volte in una città che ormai, dopo tutti quegli anni, dovrebbe conoscere come le sue tasche, camminerebbe adesso sul ponte Santa Trìnita, fino a imbattersi in un fotografo suo conoscente, impegnato in un servizio fotografico alla statua della Primavera che, come sempre, si concederebbe lasciva. L’artista era stato suo complice in un losco affare: i due infatti avevano dato vita a una temporanea associazione per delinquere di tipo narrativo, dove il paparazzo squisito aveva il compito di passare al Nostro vedute insolite di Firenze così che questo, immoralista conclamato, potesse poi usarle come ispirazione per scrivere racconti.

Lo affiancherebbe per rispondere al suo sguardo, come è consono fare tra due ex-malviventi, riusciti a farla franca davanti alla legge forse più per merito della sorte benevola che per la loro scaltrezza.
«Due storie che si sognano sarebbero meglio di una sola, sebbene inveterata.»

Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi, lo scrittore reo confesso, messo il ponte alle proprie spalle, ne avrebbe incredibilmente già raggiunto un altro, trovandosi dalle parti del Ponte Vecchio, puntato in direzione di Ponte alle Grazie; «Una città di troppi ponti, per questo una città di tante solitudini». Allora, da una traversa al Lungarno così in in ombra da rendere la sua esistenza motivo di dubbio, vedrebbe sbucare tre ragazzi, con il volto celato da maschere animalesche: un lupo, una giraffa, un colibrì. Logicamente le maschere non rispecchiano il loro aspetto originale, ma l’atteggiamento che impongono al resto del corpo – disciplinato in movenze ferine, atto a reprimere bramosia bestiale –, lascia sospettare l’invadenza di un influsso sedimentato in profondità: cosa c’è di così inconcepibile in un’identità ammaestrata? Come per tutti gli abiti, se ne potrebbe vestire una semplicemente per comodità e, dopo averla portata per un po’, chi potrebbe accorgersi della differenza con ciò che c’era prima?

«Col potere della forma, il potere nella forma.»

Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi, nel vedere quel trio di tramutati, al protagonista tornerebbe in mente Zoè Gruni, una sciamana incontrata tra le dune nel deserto, capace di compiere ripetute metamorfosi, rinnovandosi di muta in muta, simile a un serpente, grazie all’ausilio di pelli rituali, da lei battezzate copricorpo. Era una dei tanti raminghi che quel suo viziaccio osceno dello scrivere gli aveva concesso di incontrare, assieme, per esempio, a un cuoco toscano, emigrato a New York, i cui piatti bizzosi non riuscivano proprio a stare zitti; o a una violoncellista ridente, sottoposta all’arte maieutica da un dottore asburgico in grado di psicanalizzare gli strumenti dei suoi pazienti.
Si chiederebbe allora, il tapino, perché sempre a lui, così affamato di realtà, tocchi confrontarsi con tanti e tali apparizioni dissonanti dal verosimile. Che la sua mente facesse difetto di realismo? Che le visioni schizoidi fossero connaturate agli scrittorucoli o che fosse, invece, tutta colpa di quella città funesta?

«Macché, i tempi sono tutti gialli. Firenze, città di pietra, si sta sfarinando tutta di giallo. Come un pesticida, il tuo giallo di Marte mi entra nelle narici. Io, come sempre mi hai detto, non so proprio cambiare, io non so proprio stare al passo con i tempi.»

Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi, la nostra entità scrivente sarebbe ora seduta su una panchina, con la testa tra le mani, ormai conscia di essere totalmente incapace di replicare anche alla più risibile delle situazioni d’emergenza, come era, del resto, una consegna imminente; talmente concentrato sull’autocommiserarsi da notare solo dopo un cospicuo quantitativo di minuti che accanto a lui sta seduto un uomo con troppe primavere sulle spalle, quasi obsoleto, con uno sguardo afflitto, perso in chissà quale ricordo doloroso.

Pur non interpellato, l’anacronistico compagno inizierebbe a parlargli di un museo abruzzese, un museo memoriale dei terremoti di ogni tempo. Di quello e di una bambina, una dodicenne che lo faceva sentire un po’ meno vetusto, un po’ meno obsoleto. Parlerebbe del museo e della dodicenne e nelle sue parole le due cose si confonderebbero, si invertirebbero, si sovrapporrebbero, si identificherebbero in un singolo flusso di pensiero, interrotto solo dal sopraggiungere delle lacrime.
«E ciò non è in fondo un male, servirà a qualcosa tutta questa voragine di caratteri sprecati.»
Se questo fosse un racconto di Alessandro Raveggi, il protagonista, pur non capendo – probabilmente fraintendendo –, abbraccerebbe per qualche minuto quell’uomo seduto sulla panchina con lui, simile meschino davanti all’emergenza, poi si alzerebbe per tornarsene indietro, sui suoi stessi passi; ripercorrerebbe i calli nativi, scavallerebbe di nuovo quella pletora di ponti vecchi, e rientrerebbe, con le prime luci del mattino, in quell’appartamento famigliare della città più familiare; infine, disarmato anche del cappotto, riacquisterebbe il suo amatodiato ruolo: seduto dietro la scrivania, con pochi click manderebbe nel cestino l’articolo sfigurato e aprirebbe un nuovo file; in un modo o nell’altro avrebbe scritto quella recensione.

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* Le situazioni e i personaggi descritti nell’articolo sono stati ispirati da Il grande regno dell’emergenza, antologia di racconti scritta da Alessandro Raveggi, pubblicata da LiberAria Editrice.