«Un re umorista» di Alberto Cantoni

Redazione

Alberto Cantoni (1841-1904) è tuttora uno degli scrittori tra i più trascurati dell’Ottocento italiano. Non che a suo tempo non abbia trovato riconoscimenti critici. Nato con libertà — anagramma del suo nome di cui andava molto orgoglioso — divenne il suo motto. In un’epoca in cui dominavano varie correnti letterarie, dal tardo romanticismo al verismo, dal classicismo carducciano al pascoliamo e si preannunciava il dannunzianesimo, Cantoni fin dai suoi esordi si propose ai lettori con una forte impronta personale che negli anni successivi ne fece — forse suo malgrado — un precursore nell’esame di una società apparentemente immobile ma in realtà inquieta, carica di incertezze e di interessi contrastanti.

2 maggio 18…
Ci siamo.
Sto per avere sulla coscienza la vita di un uomo. Sperava di tirare avanti parecchi anni prima di essere a questi ferri, ma nossignore. Appena uno, e scarso.

Sì, l’ombra smisurata dell’estremo supplizio abbruna ancora i miei felicissimi stati. Il Parlamento non si è trovato d’accordo per abolirlo, e io stesso, che ne farei senza tanto volentieri, pure non so che pensare quando odo dei vecchi e onesti militari sostenermi in coro che in ogni modo andrebbe mantenuto per l’esercito. Capisco: i soldati debbono rispondere di sé e degli altri, ma sono sempre uomini! C’è di buono che questa prima volta m’è capitato un caso chiaro, lampante. Un tristo che ha ucciso per rubare, freddamente, aspettando quieto quieto il momento buono. Nessun astio colla vittima, subito designata appena vista, e però nessuna nessunissima attenuante. Potrei fargli la grazia egualmente, lo so, e di fatto ieri la madre e la sorella mi hanno mezzo ammazzato alla loro volta chiedendomela spietatamente (intendo senza pietà di me), ma la grazia non è mica l’arbitrio, non è mica il capriccio del momento. La grazia non può essere altra cosa che la clemenza confortata dalla ragione, e io voglio poter dire là in alto quando che sia: «Le leggi erano, e io ci ho posto mano con giustizia. Se erano cattive, io ne aveva meno colpa di molti altri; so bene che le aveva giurate, epperò le ho mantenute. Ora niente mi è sembrato più importante, dal mio punto di vista, che di usare giustamente del diritto di grazia. Per queste e queste ragioni ho lasciato uccidere il tal delinquente; per queste e queste ragioni ho lasciato vivere il tal altro. I miei criteri possono essere stati sbagliati, ma io ci ho messo dentro in buona fede tutto quel po’ di senno che mi era stato dato. Se ne avessi sortito di più, non avrebbe guastato di certo in molte altre occasioni, ma pure qui, in questi casi particolari, credo fermamente che avrei fatto il medesimo, sebbene con maggior trepidazione».

Molto maggiore. La coscienza umana ha un modo così proprio di ragionare che meno aiuti si ritrova ad avere intorno e meglio è. E se certi legislatori avessero avuto più di coscienza e meno di aiuti metafisici pel capo, non avrebbero mai impiantato quel loro così detto dicastero di grazia e giustizia. Se fossero veramente due cose diverse fra di loro, dove andrebbe quest’ultima? A Patrasso?

Io intanto non mi sono voluto fidare né dei giurati, né dei giudici, e meno ancora dei miei ministri, i quali mi hanno detto uno per uno di assumere la responsabilità di quella testa e davanti agli uomini e davanti a Dio: no, io ho voluto veder tutto coi miei propri occhi, e ho qui da più giorni davanti le carte del procedimento da una parte, e la grazia o il rifiuto dall’altra. Farò più presto che potrò, perché non sono crudele, ma la legge mi ha accordato più giorni per pensarci, e io ci penso.
Anzi, posso dire che non c’è dichiarazione di teste, né voce pubblica di popolo, che io non abbia pesato e compulsato con equa lance, e nemmeno ho tralasciato di porre a confronto ogni argomento di procuratore con ogni stiracchiatura di avvocato. Mi sono messo nei piedi di ognuno, procurando continuamente di non escire mai dai miei, e ho concluso pur troppo che il meglio di tutto sarebbe di trovarsi in quelli di un buon borghese, il quale mandasse all’aria una boccata di fumo e dicesse da star seduto colle gambe tese: «Ecco. Io non muoverei un dito per salvarlo, ma pure sono molto contento di non aver nulla da fare per perderlo».
Oh, la beatitudine di costoro, fin che li lasceranno vivere, di star seduti, colle gambe tese!

3 maggio.
Che sogno!
Ho fatto aprire, ho lasciato fuori le guardie, gli ho detto senza ambagi chi fossi, e gli ho chiesto se avesse nulla a confidarmi in particolare. Mi ha sbirciato un momento di traverso e poi, come uomo che sapesse prendere i suoi partiti molto più presto di me, ha fatto un passo alla mia volta guardandomi negli occhi e dicendo forte:

«Ho capito. Voi volete sottrarvi al rimorso persuadendovi bene, prima di firmare, che io sono veramente lo scellerato che sembro. Sono. Potessi tornare indietro d’un anno, e rifarei quel che ho fatto con più prudenza e circospezione. Siete contento? Oppure vorreste che dessi la colpa all’ambiente in cui sono vissuto, e cioè in altri termini alla società? Dar la colpa alla società con voi che ne campate? Con voi che avete bisogno che i suoi puntelli tengano bene per starci sopra comodamente? Voglio far altro».

E mi ha quasi voltato le spalle.

Sono escito in molto peggiore stato che non entrassi, e corsi a firmare col capo rivolto da una parte, e a occhi chiusi. Ogni tratto di penna mi faceva correre un guizzo per ogni vertebra, come se avessi scritto, non già sopra un foglio di carta, ma sulla schiena di una torpedine. Oh, che nome eterno, il mio!

Poi s’è avvicinato il gran momento, e mi sono gettato sul letto come per darmi a intendere che avrei potuto dormire. Mancano venti minuti, ne mancano dieci, adesso lo conducono, gli presentano il crocifisso… ci siamo!… Via, ora sta meglio di me.

Ma egualmente mi svegliai di soprassalto, con un grande affanno e con le mani al collo. Ci sentiva come un senso di torpore, che togliendomi di volgerlo qua e là, mi forzava quasi a tenerlo all’in su, e sempre più in su. O prima era già assai lungo per suo conto, o questa notte mi deve essere cresciuto assai.

Mia moglie mi trovò dopo due ore con tutti i soliti quaderni davanti, e le narrai del mio bruttissimo sogno. Essa mi ascoltò attentamente e poi, come certa di essere a porte chiuse, mi disse: «Badi ancora ai sogni? Non ti sei mai avveduto che si torna bimbi, sognando? Faresti meglio a pensare che tu soffri, perché sei già pienamente persuaso che la grazia non vada conceduta».

«Lo so anch’io.»

«E allora, se ti tiri indietro, non può essere per altro che paura di star male poi.»

«Non è cosa che vada considerata?»

«Secondo le persone. Da te no. Pensa che Dio è molto migliore di noi, e che pure ci ha condannati a morte tutti. E firma. Da pari tuo.»

Fossi rinfrancato da queste parole, ovvero, ciò che è più probabile, avessi già scontato quella grandissima pena mediante la lunga tortura dei giorni prima, il fatto è che ho firmato, se non da pari mio, certamente da persona ben consapevole di quello che facesse. Poco dopo l’ora fatale è venuta davvero, e mia moglie, che mi vedeva ancora alquanto agitato, mi chiese: «Hai avuto qualche pensiero indegno, hai consentito a qualche basso istinto quando firmavi?».

«No davvero.»

«E allora?»

«Allora capirai che non è mica un gusto di patire per colpa altrui. L’ho ammazzata io la vittima? No. L’ho derubata? No. Eppure mi è costata bene. C’è stato un momento in cui l’ho avuta più con lei che non coll’assassino. Questo andava mandato sulla forca senza tante cerimonie, ma quella se era buona, chi me la rifà? Doveva difendersi un po’ meglio, per Dio!»

Qui mia moglie m’interruppe e disse: «Bada che tu stai per passare da un eccesso all’altro. Poco fa parevi quasi l’assassino tu, e ora ci ridi sopra».

«Lasciami ridere. Già tanto son fatto così. È la scorza delle cose che mi fa paura, non il nocciolo. Quella è il diritto di grazia – una illusione – questo la vita o la morte dei grandi malfattori. Così potessi fare il Caligola davvero a sradicarli tutti con una firma sola. Vorresti vedere che firma chiara!»