Perché l’FBI spiava James Baldwin?

Redazione

Questo articolo di Hannah K. Gold è stato originariamente pubblicato su The Intercept_ ed è stato tradotto dalla Redazione di Altri Animali.

Cercando alla voce James Baldwin tra i faldoni dell’Fbi si trovano 1884 pagine di documenti, raccolti dal 1960 fino ai primi anni Settanta. Durante quell’epoca di sorveglianza illegale degli scrittori americani, l’Fbi accumulò 276 pagine su Richard Wright, 110 su Truman Capote, e giusto 9 pagine su Henry Miller. Il faldone di Baldwin era accostabile per la sua mole a quello degli attivisti e dei radicali di quel tempo: per capirci, era alto circa la metà di quello di Malcolm X.

Nella sua nuova biografia All Those Strangers, Douglas Field decodifica questi documenti con una finezza storica e letteraria magistrale. Spesso Baldwin affermava che la sua relazione con la politica era quella di un «testimone», ma si trattava di un testimone veementemente perseguitato, molestato e perfino censurato. Dopo aver studiato il dossier di Baldwin custodito dall’Fbi, Field ritiene chiaro che il suo telefono fosse sotto controllo e che agenti governativi, nella guisa di pseudoeditori o venditori d’automobili, lo abbiano pedinato nei suoi viaggi in Francia, Gran Bretagna e Italia.

La biografia arriva in un momento particolarmente delicato rispetto all’attenzione del pubblico sulla sorveglianza governativa. Oggi non solo abbiamo la National Security Agency col suo spionaggio globale, ma anche l’Fbi e le agenzie delle varie polizie locali che hanno preso di mira attivisti politici come i sostenitori del movimento Black Lives Matter. Il NYPD, per esempio, ha la sua unità antiterrorismo che sappiamo per certo ha sorvegliato intere comunità.

Perché l’Fbi spiava Baldwin? Era un romanziere, un saggista e un critico, uno degli scrittori e dei pensatori di spicco del suo tempo. Aveva la pelle nera, una sessualità fluida, e aveva tendenze politiche di sinistra, una combinazione che era abbastanza per farne un bersaglio dell’Fbi.

Eppure spulciando quel dossier, perfino i fatti più basilari della sua vita sono infestati di inesattezze. C’è, per esempio, una descrizione di Baldwin che recita: «bianco, appena ventenne, uno e ottanta, d’aspetto assai curato». In un’altra scheda Baldwin diventa l’autore di «Go Tell It to the Mountains» e «Another World». In realtà il suo primo e terzo romanzo si chiamano Go Tell It on the Mountain (Gridalo forte, traduzione di S. Mondino, Amos edizioni) e Another Country (Un altro mondo, traduzione di A. Veraldi, Le Lettere). Errori così marchiani possono essere letti come i prodromi di quello che succede oggi, quando raccolte spropositate di big data finiscono per diventare fonti di disinformazione.

L’Fbi non è da solo nel tentativo, alle volte comico, di identificare il profilo di Baldwin. I suoi critici e detrattori erano quasi ossessionati dall’inquadrarlo in categorie troppo precise, etichettandolo come uno scrittore nero, uno scrittore gay, uno scrittore religioso o laico, un americano o un espatriato. Lo stesso libro di Field nel suo insieme mette al centro la questione: l’umanesimo irriverente di Baldwin esula dalle banalizzazioni letterarie, e le classificazioni dei documenti di cui sopra si inseriscono chiaramente, perfino crudelmente, in questa linea di pensiero.

Baldwin è una delle poche figure letterarie che incita all’esempio a qualsiasi età venga letto, da chiunque lo legga. Nel corso degli ultimi anni, per esempio, i suoi saggi sulla brutalità poliziesca («la polizia è semplicemente il nemico assoldato contro questo popolo» scriveva) sono stati analizzati e strumentalizzati per la loro prescienza: andavano bene al tempo di Baldwin, vanno bene per il nostro. I documenti dell’Fbi hanno una rilevanza attuale perché alle ingiustizie del passato è stata data solo una mano di bianco.

L’interesse dell’Fbi per Baldwin cominciò nel 1960 quando lo scrittore era «connesso con diversi gruppi di punta del Partito Comunista». Nel decennio successivo, Baldwin divenne un bersaglio anche per i suoi legami con i movimenti dei diritti civili e quelli del potere nero. Una nota presa da un documento del 1968 conclude che Baldwin «si è unito a un crescente movimento di individui illustri nel supporto alle battaglie del Black Panther Party di Oakland». Baldwin aveva stretto amicizia con alcuni dei più famosi intellettuali e attivisti neri del tempo, gente come Harry Belafonte, Lorraine Hansberry e Nina Simone. Scriveva in un periodo in cui l’Fbi, sotto la direzione di J. Edgar Hoover, aprì dossier su una cosa come duecentocinquanta artisti, e al picco della lotta contro le Pantere Nere e altri nazionalisti neri, in quello che poi sarebbe stato svelato come il Counter Intelligence Program (COINTELPRO).

Baldwin non faceva certo mistero della sua opinione riguardo alla sorveglianza statale. Una volta etichettò Hoover come «il guardone più pagato (e più inutile) della storia». Scrisse anche della sua esperienza nel venire accostato da due agenti, nel saggio The Devil Finds Work. Nel 1945, due agenti lo prelevarono da un diner, lo sbatterono contro un muro e lo innaffiarono di insulti con la scusa che stavano cercando di rintracciare un disertore del corpo dei Marine. Nel 1963, poi, contribuì all’antologia satirica A Quarter-Century of Un-Americana: a Tragi-comical Memorabilia of HUAC, in cui si riferiva alla House of Un-American Activities Committee come a «uno dei fatti più sinistri della vita nazionale». Quello stesso anno, Baldwin raccontava al New York Times: «Per i fatti dell’Alabama non posso non incolpare, almeno in parte, J. Edgar Hoover. I negri non hanno motivo di aver fede nell’Fbi».

Forse, ciò che è più interessante riguardo al dossier di Baldwin è che si legge come un lungo, brutto romanzo: è, in tutti i sensi, narrativa prodotta dallo stato. Field nota che le schede dell’Fbi su Baldwin, con le loro inesattezze dilaganti, i passaggi sbianchettati, e le osservazioni a dir poco strambe «assomigliano a impermeabili testi modernisti». Il che è perfino generoso da parte di Field e illumina bene l’isolamento intellettuale di questi documenti. Per me, i testi dell’Fbi sono così ampollosi e noiosi che si leggono più come se qualcuno avesse trascritto un codice sorgente, il caotico backend di un’intelligenza che cerca di progettare una coerenza ideologica sempre e comunque. Magari c’è anche una specie di logica in quelle schede, ma dev’essere riconoscibile solo a chi lavora nell’agenzia.

Al contrario, il linguaggio di Baldwin – irto delle contraddizioni di un artista che sfida i suoi stessi limiti – conterrà sempre delle sfumature inaccessibili, e rimarrà un argomento difficile, ma appagante per la critica. È un sistema letterario criptico che schiude, però, la promessa allettante di una rivelazione finale.
 

 

copia-di-baldwin-cover-jpegL’unica raccolta di racconti di James Baldwin, Stamattina stasera troppo presto, è stata riportata in Italia da Racconti edizioni con la traduzione di Luigi Ballerini e le illustrazioni di Claudio Palmieri. Il libro è disponibile sul sito ufficiale a questo indirizzo.

 

«Se Van Gogh era l’artista “santo” del diciannovesimo secolo, James Baldwin è quello del ventesimo.»

Micheal Ondaatje