Italians a Londra, un genere letterario tutto per loro?

Venerdì pomeriggio, in un beauty centre nel quartiere londinese di Hackney. Una signora è in vena di confessioni intime. Ha settanta anni (per sua ammissione), è ben impellicciata e imbellettata, il rossetto rosso aragosta spalmato anche sui denti. Dopo qualche mondana chiacchiera su microonde e cibi pronti, mi si rivolge così, pubblicamente:

«Io sono a favore del matrimonio, ma non con un italiano. Gli italiani non ti lasciano mai in pace. Mio marito mi ha fatto fare otto figli, era impossibile dirgli di no.»

Il cicalio della sala si interrompe bruscamente. «Oh, wow.» Esclamano a un tratto le estetiste sedute dietro i banchetti della manicure. «Wow», annuiscono di nuovo, e si voltano a guardarmi, con in faccia uno sguardo che sembra di approvazione. Per qualche strana proprietà transitiva, qui a Londra le doti amatorie di un defunto immigrato italiano diventano anche merito mio.

Questo aneddoto non è né il primo, né l’ultimo della serie: che all’estero gli italiani siano considerati il non plus ultra dell’ars amatoria, già lo sapevamo. Non solo, oltre ad amare l’amore, uomini e donne del Belpaese adorano mangiare, vestire alla moda, cantare e raccontare barzellette. Però, quando un italiano si incavola, afferra la pistola che porta sempre in tasca con sé, e spara. Questo è il ritratto dell’italianità in Inghilterra: un misto di Rodolfo Valentino, di Alberto Sordi, di Totò e di Tony Soprano. Non male.

Oggi però le cose sono cambiate molto rispetto a quando il marito della signora del beauty centre era vivo, quando gli italiani in Inghilterra erano come funghi rari. Le cose cambiano e continuano a cambiare: secondo l’Associazione italiana dei residenti all’estero (Aire), nella sola Londra, gli italiani trapiantati sarebbero circa 250 mila.

L’Italia e l’Inghilterra oggi sono vicinissime, e non solo dal punto di vista dei trasporti. In molti quartieri di Londra si trovano attività commerciali (botteghe, calzolai, sarti, ristoranti), chiese e centri ricreativi italiani, ma anche agenzie immobiliari e centri per l’impiego. La capitale dell’Inghilterra è una delle mete preferite dei cervelli (e non cervelli) in fuga dall’Italia. Essere italiano e abitare a Londra non è più un fatto così esotico, estemporaneo.

Si vede anche da ciò che accade nella blogosfera, che oggi abbonda di racconti intimistici, diari in cui i nostri connazionali raccontano le loro avventure in terra londinese. E da quel punto di vista, gli italiani non sono certo tutti uguali.

C’è chi vola oltremanica con un’afflizione che non avevano nemmeno Foscolo e Dante quando sono andati in esilio. Quelli che, come minimo una volta al mese, devono tornare in Italia per ricaricare le pile. Quelli al pane buono e ai panni stesi al sole ci pensano tutti i giorni.

Accanto a questi, per fortuna, c’è anche chi vede come un fatto del tutto normale vivere in un Paese diverso da quello in cui si è nati, l’opportunità grandiosa offerta da quest’epoca di precarietà, ma anche di comunicazioni immediate e confini fluidi.

Possiamo stare certi che, in un futuro vicino, l’esodo di massa degli ultimi anni si rifletterà appieno nella letteratura: abbonderanno i romanzi ambientati a Londra, scritti da italiani che vi bazzicano o vi hanno bazzicato per un tempo più o meno lungo. A dire il vero, nelle librerie si trovano già libri di questo tipo.

Uno che sembra aver annusato bene l’aria è Luca Bianchini con Dimmi che credi al destino (Mondadori, 2015). Un romanzo di buoni sentimenti, dove la protagonista è Ornella, italiana trapiantata a Londra e direttrice di una libreria italiana, l’Italian Bookshop. Senza dubbio, quella di Bianchini è anche un’idea furba, poiché punta dritta al cuore degli Italians clienti del vero Italian Bookshop (che esiste davvero e si trova a Earl’s Court, così come la sua direttrice è un’Ornella vera, in carne e ossa).

La giornalista Caterina Soffici, invece, che a Londra vive già da qualche anno, nel suo Italia yes, Italia no (Feltrinelli, 2014), se la gioca sull’ironia, facendo anche un’altra cosa che noi italiani sappiamo fare bene: i confronti. Meglio il mare o la montagna? La pastasciutta o i cannelloni? Giustamente, Soffici si chiede: «meglio l’Italia o l’Inghilterra?», traendone le seguenti conclusioni:

«Londra non è meglio dell’Italia. Ma a Londra io ho trovato la banalità della normalità. Qui si può finalmente uscire dall’emergenza continua, qui si può vivere normalmente. Ecco perché a Londra si vive peggio ma si sta meglio. Perché è un posto normale. È l’Italia a non esserlo più». (Dalla quarta di copertina).

A mio parere, il miglior libro su Londra scritto da un italiano è La mia Londra (Giunti 2014) di Simonetta Agnello Hornby, che vive in Terra d’Albione dagli anni Settanta. Scevro da ogni vittimismo o sentimentalismo a buon mercato, questo libro è una guida personale alla città, ma anche un inno alla metropoli che muta faccia in continuazione, forte del vivace apporto multiculturale. Per il futuro, vedremo. Occhi aperti su romanzi e racconti delle nuove generazioni. Magari, per esempio, il romanzo di emigrazione diverrà un genere a sé stante. E se volete già leggere qualcosa scritta da alcuni italiani trapiantati a Londra, visitate i racconti di Scribacchini in Fuga.