Nessun Deus ex machina: storia di un migrante e di un operatore (pt.1)

Erano le 11 di un mattino di settembre, la città sonnolenta già sognava il pranzo. Sul mio cellulare appare una scritta:

I NEED HELP, DEUS.

Deus è un ragazzotto ivoriano di ventinove anni, molto intelligente, molto sensibile e anche molto stronzo. Grazie alla sua conoscenza delle lingue e al suo livello di istruzione è stato fin da subito un prezioso anello di congiunzione tra me e il resto dei richiedenti asilo che avevo in affidamento. Questa sua posizione lo ha reso in breve tempo un punto di riferimento all’interno del gruppo, un capo. Negli ultimi mesi Deus è diventato meno collaborativo, e con lui tutto il gruppo, pianta grane di continuo, chiama a tutte le ore del giorno e della notte, protesta anche per il colore degli spazzolini in dotazione, per la lentezza delle pratiche burocratiche (richiesta d’asilo), boicotta ogni attività proposta al gruppo: scuola di italiano, partita di calcetto, laboratori d’artigianato, tutto. Ha iniziato a praticare molto sport ed è dimagrito.

I NEED HELP mi scrive, subito mi precipito da lui; è un tipo serio penso, di certo non mi chiama per gioco. Suono e mi apre la porta un uomo in lacrime, distrutto. Ci sediamo e prepariamo un tè che bevo con l’angoscia di chi sa che all’interno della casa vivono cinque ragazzi, due dei quali affetti da epatite B. Dopo il primo sorso Deus si scioglie in un pianto durante il quale mi racconta la sua storia, un momento prezioso per noi operatori, spesso non sappiamo nulla o quasi sulle persone che dobbiamo aiutare. «Mio padre è morto in guerra, mia madre è annegata durante un viaggio sul fiume in Africa, mio fratello… mio fratello è morto in mare a largo della Sicilia, sono caduto dal gommone e lui si è tuffato per salvarmi, dopo avermi assicurato alla corda è andato a fondo, ha lavorato in Libia come uno schiavo per pagarmi il viaggio.» Ormai siamo in due a piangere, dopo un lungo silenzio Deus continua il suo racconto: «Quando sono arrivati i ribelli al nostro villaggio sono scappato con mia moglie e mio figlio di cinque anni, li ho lasciati dai suoceri in un posto sicuro, poi sono andato a casa dei miei zii, la guerra è continuata, ho perso tutti i contatti con mia moglie, dopo mesi di ricerche inutili sono partito per la Libia, il viaggio è durato mesi, più di una settimana solo per attraversare il Sahara, poi le botte degli scafisti… e poi l’Europa».

Resto basito, muto e impotente, poi cerco di dire qualcosa e mi esce dalla bocca soltanto un: «Mi spiace tanto, cosa posso fare per te?». La risposta è spiazzante: «Portami dal dottore, non dormo da un mese, penso a quello che è successo e non dormo, se mi addormento sogno mio fratello oppure mia moglie e mio figlio, da una settimana li vedo anche quando sono sveglio, mi parlano, mi chiamano».

«Deus, hai le allucinazioni?»

«Non conosco questa parola, vedo la gente come fantasmi, se dormo, se sono sveglio, quelli mi chiamano.»

Immediatamente avverto i miei superiori e decidiamo di portare Deus dal medico di base per poi farci reindirizzare da uno specialista, un passaggio obbligato perché dobbiamo avvalerci della sanità pubblica. Dopo uno sbrigativo colloquio il medico decide di prescrivere dei sedativi (Xanax, 20 gocce) per facilitare il sonno, per ora non ritiene opportuno inviare il ragazzo da uno specialista, punto.

Deus capisce poco ma non è stupido, si sente tradito. Io sono imbarazzato e arrabbiato, oltre a lui devo seguire quattordici ragazzi con problemi di tutti i tipi, la bomba ormai è innescata. All’uscita dello studio medico Deus mi aggredisce verbalmente, è alto 1 metro e 90, tutto muscoli. Dice che la colpa è mia, che lui si è fidato e io non voglio fare niente, che il medico non vuole fare niente, che i documenti non arrivano e senza documenti non può tornare a cercare la sua famiglia: «Tu sei l’operatore, prendi i soldi per aiutarmi e non mi aiuti!».

Ogni tentativo di calmarlo e parlarci è inutile, telefono al medico e ai coordinatori del progetto… vicolo cieco. A tardo pomeriggio, senza pranzo, e dopo ore di telefonate e discussioni veniamo indirizzati verso il C.S.M ( centro di salute mentale). Entriamo nell’ambulatorio, alle pareti sono appesi quadri di paesaggi verdi e rilassanti, ogni tanto passa qualche taciturno paziente con lo sguardo annebbiato dai farmaci tenuto per mano da familiari ormai distrutti. Qua me lo rincoglioniscono di calmanti penso.

Quando riesco a parlare con un’infermiera Deus ormai si è calmato, testa bassa, fissa il pavimento. Spiego tutta la complicata vicenda, chi sono io, chi è lui e quale status giuridico ha, ci vuole quasi un’ora. Deus viene portato in una stanza per un colloquio preliminare, dopo pochi minuti vengo chiamato anche io a fare da interprete. Ormai sono inerme, traduco le sue parole a volte francesi a volte in inglese, traduco e non ascolto, traduco e penso solo a non sbagliare, anche se parliamo di cose passate mi è ben chiaro che sto traducendo il futuro di una persona. Dopo pochi minuti di racconto qualcosa mi risveglia dal torpore, Deus sta raccontando una storia un po’ diversa dalla precedente, singhiozza, piange, poi si blocca e non riprende, fissa il pavimento. L’audizione termina qua, nella stanza a fianco l’infermiera sta già chiamando lo psichiatra in servizio. Tutto il resto sarà un incubo chiamato Xanax, Depakin, Serenase, Tavor.

Dopo una breve visita il medico di turno ci consegna una modica dose di calmanti da prendere per la notte, ci viene dato appuntamento per il girono successivo. L’indomani lo trascorriamo tutti e due nell’impaziente attesa di andare al centro di salute mentale: io per liberarmi da questa situazione che non so gestire, Deus per tutte le sue ragioni. Arriviamo in ambulatorio quasi un’ora prima, l’aria è consumata e qualche paziente si è divertito a distruggere il bagno, ci sono molti assistiti in fila per ritirare gli psicofarmaci. Giunta l’ora dell’appuntamento, con un brivido di terrore scopro che il dottore si è dimenticato. Deus è furioso, io tremo di paura e di rabbia. Per fortuna, allora ho pensato che fosse una fortuna, ci viene incontro una dottoressa sulla quarantina, l’aspetto snello e informale, ci sorride e dice che può riceverci lei.

Nello studio minuscolo, pieno di libri, spiego la complessa situazione, spiego che non sappiamo se quello sia il luogo adatto, siamo lì solo perché è l’unico luogo in cui siamo stati ascoltati. La dottoressa mi tranquillizza: «Seguiremo il percorso adatto per il ragazzo, non necessariamente un percorso di psichiatria, può darsi che sia sufficiente un percorso diciamo… leggero».

Subito si rivolge a Deus: «Ciao, ti va di dirmi che succede?». E Deus: «Sì, in francese è meglio però». «Va bene, parlo anche francese.» Appena sentite queste parole Deus inizia a raccontare la sua storia, dei suoi genitori, di suo fratello, di sua moglie e di suo figlio, del viaggio e delle torture degli scafisti… poi scoppia a piangere con la testa tra le mani. La dottoressa mi guarda con gli occhi velati di lacrime: «Che casino».

Resto stordito da quelle parole poco tecniche e di sicuro poco rassicuranti, la psichiatra e psicoterapeuta ha appena commentato «Che casino». Si crea un silenzio irreale nello studio, Deus fissa il pavimento e piange, la dott.ssa. fissa Deus e quasi piange pure lei, io fisso entrambi attonito e vorrei piangere a mia volta. Invece faccio un grave errore, cerco di rompere il silenzio e salvare il salvabile: «Deus vuoi dire alle dottoressa come ti trovi qua? Quali sono le tue speranze per il futuro?». Lui : «Sì… dottoressa io sento le voci dei morti e a volte li vedo anche, nel sonno e da sveglio». Dopo queste parole pericolosissime vengo invitato a uscire dallo studio, il dialogo prosegue per una buona mezz’ora senza di me. All’uscita Deus è sfinito ma sembra quasi sollevato, la dott.ssa è distrutta. Dice: «È presto per trarre conclusioni ma credo che siamo davanti a un forte disturbo post traumatico da stress, la privazione prolungata del sonno ha fatto il resto, ora prescriviamo qualcosa per aiutarlo a dormire…». Subito mi allarmo: «Sono farmaci pesanti?». E la dottoressa: «Non troppo, capisco che sei preoccupato ma se non dorme è impossibile iniziare qualsiasi forma di terapia, il farmaco lo può ritirare in farmacia, ci vediamo qua tra quattro giorni, saremo in contatto telefonico».

Deus torna a casa con me, protesta dicendo che non può tornare a piedi da solo anche se abita vicino: «Tu sei l’operatore e tu devi portarmi a casa con la macchina». Sono esausto, forse è matto e nessuno può aiutarmi, lo accompagno senza troppe storie. Passo le seguenti due ore a spiegare la situazione ai ragazzi che abitano con lui, quelli non capiscono, mi ridono in faccia e se ne fregano. Aspetto le 21, gli do le pillole e lo metto a letto. Il mattino seguente Deus non è a scuola, spiego la situazione all’insegnante e poi vado a casa sua, lo trovo a letto con il lenzuolo sul volto, tendo l’orecchio… respira normalmente. Mentre esco dalla stanza la sua voce mi chiama, mi dice che non dorme e che tutta la notte non ha dormito e che è colpa mia se non dorme, è colpa mia perché ho comprato le medicine «non buone», e che io devo fare qualcosa perché sono pagato per farlo. Questa situazione dura per i giorni seguenti, anzi si aggrava. Deus non dorme, non va a scuola, non collabora, è sempre più irascibile e mi chiama a tutte le ore della notte: «Tu non fai niente, non mi aiuti, dove sono i documenti? Parla con la polizia, parla coi dottori, sei pagato per farlo, tu sei il mio operatore e tu devi aiutarmi». E io non posso che rispondere:«Tranquillo, domani ci aspetta la dottoressa».

Il vero problema per un operatore nel dare una risposta a domande del genere è che la risposta la conosci benissimo, l’hai bene in testa dal primo giorno di lavoro anzi, dal primo giorno di formazione. Se potessi essere sincero dovrei dire: «Mio caro, l’Europa e il mondo intero se ne fregano di te e dei tuoi problemi, per alcuni sei uno spiacevole imprevisto, per altri sei uno strumento politico e di guadagno. Il sistema non è pronto ad accoglierti e al momento è progettato per fare di te, nel migliore dei casi, forza lavoro a basso costo. Almeno per i prossimi dieci anni sarà così, poi, forse, potrai sperare in una vita decente. Se io sarò bravo, se tu sarai bravo, furbo, forte, e insieme saremo fortunati forse potrai farcela in breve tempo. Ma non ci spererei troppo». Questo avrei dovuto dire se fossi stato profondamente sincero. Con questo animo ogni giorno sono andato a svolgere il mio dovere lavorativo e morale, senza domeniche, senza Natale, senza dormire, senza speranza ma con tanta determinazione.

Se dovessi definire con tre aggettivi la mia esperienza di operatore direi: stupenda, profonda, devastante.
A distanza di anni non è ancora facile dare una forma e un nome agli stati d’animo vissuti in quei momenti. Avete mai avuto tra le mani il destino di un essere umano? La sua dignità? A me è capitato e la prima cosa che ho fatto dopo aver lasciato il lavoro è stata dormire. Ho dormito in maniera profonda e al risveglio ho pianto perché mi sono reso conto che per due anni non ho dormito mai, anche quando dormivo. Pensare che se avessi letto meglio una pagina del manuale operativo, compilando in maniera più dettagliata i fogli in questura, forse Mohammed avrebbe ottenuto l’asilo e la speranza di una vita migliore non ti fa dormire. Pensare che se avessi mantenuto la calma e non avessi chiamato la polizia Deus non sarebbe stato sottoposto a TSO, non ti fa dormire. A volte anche il fatto di dormire sereno e beato nel tuo letto non ti fa dormire.