«Botta e risposta» di Regina di Luanto

Redazione

Nella stanza risuonò improvviso, irrefrenabile il riso squillante e ironico di Donna Valentina. «Non ve ne abbiate a male, Laurenzi… Che volete, ogni volta che mi sento rivolgere una dichiarazione d’amore, come quella che ora avete fatto, non posso fare a meno di ridere!» E continuava, mentre Laurenzi, seduto dall’altra parte del tavolinetto da thè, la guardava interdetto e sorpreso. Rimase zitto, col busto stretto nella redingote bene attillata, molto aperta davanti. Chiusa dalla piccola striscia bianca della sottoveste si mostrava sgargiante la cravatta di raso grigio a pallini rossi, col piccolo spillo di perle. L’occhiello della rivolta di seta era guarnito da un mazzolino di mughetti e il colletto della camicia altissimo, diritto, costringeva il capo a una posa forse incomoda, ma di sopraffina eleganza. La faccia di lui giallastra, colle palpebre un po’ gonfie, era atteggiata a studiata immobilità, per evitare che la lente rotonda incastrata nell’orbita cadesse troppo spesso.

Donna Valentina riprese sorridendo:

«Tant’è; questo avanzo di romanticismo, che stride tanto col positivismo ideale e reale del tempo nostro e che dura agonizzante nella retorica della quale un uomo crede necessario far uso nella corte a una signora, mi pare davvero grottesco».

«Ma è possibile parlar d’amore in altri termini?»

«A me invece pare impossibile che ancora non ci si sia decisi a confessare che oramai d’amore non si deve più parlare.»

«Come? Perché?»

«Perché non esiste più.»

«Che dite, Donna Valentina?»

«Una cosa verissima. Nelle esigenze della vita moderna, nella quale l’uomo non ha altro pensiero che quello di trovare il modo di soddisfare i suoi bisogni sempre crescenti, nella quale egli è tutto all’incertezza dell’indomani, vi pare che ci possa essere posto per l’amore? Parlo dell’amore, che è oggi una leggenda, del tempo cioè in cui per amore si era o eroi o ribaldi, in cui l’amore era il più alto ideale dell’uomo… Ora tutto questo fa ridere, è vero?»

«Naturalmente i tempi sono mutati.»

«Precisamente. E oggi si ama un poco per abitudine, un poco per necessità.»

«Oh!!»

«È proprio così, e anzi a questa necessità le classi ricche cercano di sottrarsi più che possono… capite? Le conseguenze ne sono incomode!…»

«Mi sembra invece che nelle classi ricche l’amore abbia sempre una gran parte…»

«Non v’illudete. Il più delle volte codesti amori non hanno altra causa che la noia o la vanità… Nelle classi inferiori poi è ancora peggio, poiché sono determinati, nelle donne per avere un vestito o un gioiello, nell’uomo per ottenere una protezione o un avanzamento.»
«Ma voi esagerate.»

«No, no: ai nostri giorni è così; si pecca senza piacere, senza rimorso… Neppure con curiosità; tanto la storia si conosce, è sempre quella; sempre la stessa noiosa tiritera.»

«Donna Valentina, che eresia!! Ma ditemi, se nella forma l’amore ha cambiato, nella sostanza non è, non sarà sempre lo stesso? L’uomo di una volta non è nella sua natura uguale a quello di oggi? Io non sento forse di amarvi colla stessa unica devozione di un cavaliero del medioevo?»

«Sarà; ma cavaliero del medioevo risuscitato nell’anno di grazia 1890. Ve lo figurate voi?… Un cavaliero medioevale costretto a manifestare i prepotenti ardori della sua passione nei furtivi incontri entro una lurida carrozza in piazza, a contentarsi di poche ore passate nella mediocre volgarità di una stanza d’albergo?… E il feroce cavaliero, geloso custode della sua dama, obbligato a stringere la mano del marito; anzi a esserne il migliore amico per timore di uno scandalo, di cui non vorrebbe sopportare le conseguenze… Perché è così che voi intendete dire, quando affermate di sentirvi l’animo di un antico amatore?»

«Ecco… veramente…»

«Non mi negherete che la descrizione che vi ho fatta è la perfetta immagine dell’amore, come si pratica adesso. L’uomo è sempre il medesimo, voi dite? E sarà; ma diminuito, rimpiccolito, esausto per il lungo corso dei secoli che hanno consumato a poco a poco tutto quello che era in lui di grande e nobile… Non vedete tutti gli artifizi, tutte le macchine, che egli ha dovuto inventare per averne aiuto, soccorso alla sua debolezza, alla sua impotenza?»
«Ah!!»

«Credetemi, credetemi; a che voler continuare una commedia che oramai si cangia in farsa e non illude più nessuno? Perché parlar d’amore? Quando il corpo è già fiacco a vent’anni; quando nello spirito indebolito appena reggono ancora le meschine ambizioncelle… Tutto è ridotto così piccino, così gretto, così degenerato e vorreste che l’amore solo non fosse mutato?… E ora che vi ho detto il mio modo di pensare, non ho io ragione di ridere, di ridere, quando mi si parla arcadicamente d’amore?»

«No; mille volte no» rispose Laurenzi, cercando di esprimere colla voce tutta l’enfasi che non ardiva manifestare coi gesti, per timore di perdere altrimenti la sua elegante insaldatura.

«No, perché di tutta quella rovina che voi vorreste fare dell’uomo resterà sempre una cosa… Una cosa che voi non potrete negare, distruggere; che domina e dominerà sempre… L’attrazione dei sessi… La potenza del maschio sulla femmina, potenza che sarà sempre vittoriosa contro ogni ragionamento e contro ogni sofisma…»

«Ma per codesto,» interruppe Donna Valentina, squadrandolo da capo a piedi, «preferirei il mio cocchiere!!»

Regina di Luanto, pseudonimo di Annalisa Guendalina Lipparini, nacque nel 1862 a Terni (anche se fonti del tempo indicano Firenze o Bologna) in una famiglia borghese benestante. Dopo il matrimonio nel 1881 con il diplomatico Alberto Roti (di discendenza nobile famiglia), con cui già conviveva a Firenze, diventò la contessa Anna Roti. Lo pseudonimo Regina di Luanto è infatti l’anagramma di Guendalina Roti. La morale ambigua e l’ipocrisia nella società tra Otto e Novecento sono temi ricorrenti nell’opera dell’autrice, così come la posizione critica e subordinata della donna nella società, nella famiglia e nel matrimonio. La scrittrice è stata fatta emergere dall’oblio grazie al lavoro di Giuliana Morandini.