Nessun Deus ex machina: storia di un migrante e di un operatore (pt.2)

Poche ore prima dell’appuntamento vengo chiamato da uno dei coinquilini di Deus, tutti richiedenti asilo come lui : «Hello! Please come here! Deus is angry!». Mi precipito, da fuori sento gridare, apro la porta con il passepartout e trovo Deus che urla come un pazzo contro i suoi coinquilini. Stanno litigando perché vuole che boicottino un’attività integrativa che abbiamo in programma, ovviamente gli altri non vogliono grane e sono contrari, anzi sono interessati al progetto culturale che faremo di lì a breve.

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Fai click sull’immagine per leggere la prima parte della storia di Deus

Esco a telefonare ai miei coordinatori di progetto, Deus non vuole venire all’appuntamento con gli psichiatri che attende da una settimana. Nemmeno il tempo di spiegare e sento che in casa succede un gran frastuono, pentole che rotolano, vetri che si rompono. Ho lasciato le chiavi dentro. Inizio a suonare e a bussare alla porta, nessuno viene ad aprire, sento che in casa è in corso una colluttazione. Al telefono il capo continua a chiedere con angoscia: «Che succede? Tutto bene!?», e ancora: «Non correre rischi! Chiama la Polizia!».

Io vorrei farmi gli affari miei, ma in casa ci sono delle persone incolpevoli che stanno chiamando me per aiutarli; rovisto nella borsa e trovo un altro mazzo di chiavi, per fortuna c’è quella giusta, entro. Non appena entrato in casa trovo sotto i miei piedi una scia di oggetti rotti e mobili ribaltati che conduce in fondo all’appartamento, in camera di Deus. La casa sembra vuota ma è chiaro che tutti sono in quella stanza. Prendo due respiri profondi ed entro. Deus è in piedi nel mezzo della stanza che ha rivoltato, i suoi coinquilini sono appena maggiorenni, bassi e magri. Due lo tengono per le braccia e lui li solleva a tratti come se facesse esercizio, uno è appeso al suo collo come una sciarpa, un altro è in ginocchio e cerca di tenergli le gambe ma Deus, centonovanta centimetri di muscoli guizzanti, li sbandiera da una parte all’altra della stanza. Arrivo io, lo abbraccio da dietro all’altezza della vita, poi mi siedo in terra e tutti quanti vengono giù con me. Cerchiamo di immobilizzarlo senza fargli del male, lui si agita come un pazzo, urla, sbava, inizia a darsi pugni sul capo, poi si calma e sembra quasi dormire ma sempre coi nervi tesi e cerca di sorprenderci con improvvise esplosioni di forza. A fatica gli mettiamo un cuscino sotto la testa, lo teniamo fermo, perché non ci prenda a pugni o si prenda a pugni. Mentre cerco di parlargli prova anche a mordermi la mano.

Raggiungo a fatica il cellulare, chiamo il 118 che a sua volta mi intima di chiamare pure la polizia perché è un paziente psichiatrico violento e in stato di alterazione. Con la morte nel cuore la chiamo. Dopo un’attesa interminabile arriva per prima la volante, mi presento e spiego la situazione: l’atmosfera è tesa, dalle finestre tutti guardano, tutti si accalcano. Entrando in casa gli agenti si mettono dei guanti protettivi in lattice, io guardo le due gocce di sangue sulle mie mani e rabbrividisco sapendo che non è il mio. La conversazione con gli agenti prosegue male:

«Questo è un paziente psichiatrico e voi lo lasciate a casa senza controllo? Con altri rifugiati?», e ancora:

«Io te lo dico, se me devo fa’ male per colpa de ‘ste negligenze prima tiro fori la pistola e poi sparo».

Il mio sguardo attonito e l’intervento del collega mettono fine a questo teatro dell’assurdo. Entriamo nella stanza, alla vista delle uniformi tutti si irrigidiscono, io mi sbrigo a dire parole di conforto ma non serve, hanno tutti paura.

Gli agenti cercano con molta calma di parlare con Deus, lui sbarra gli occhi e non risponde. Spiegano che possono solo sorvegliare la situazione fino all’arrivo dei sanitari, nel frattempo chiedono i miei documenti e quelli di Deus che cerchiamo di ritrovare rovistando tra i cocci e le suppellettili fracassate. I ragazzi sono stanchi, Deus è difficile da controllare, ha molta forza e crediamo che i farmaci lo stiano aiutando, ci diamo il cambio nel tenerlo a terra con la testa sul cucino, agenti compresi.

All’arrivo dei sanitari il teatrino comincia di nuovo, frugare tra i documenti di Deus per trovare la tessera sanitaria, trovare la ricetta medica dei farmaci, il referto del centro psichiatrico ecc… Dopo numerosi tentativi di dialogo i sanitari decidono di portare Deus in ospedale per accertamenti ma lui si oppone. Faranno un TSO. Il trattamento sanitario obbligatorio è già una cosa complicata di per sé, ma in questo contesto è un vero disastro. Il medico ci informa che per il TSO è necessaria l’autorizzazione firmata del sindaco, dovranno intervenire in loco anche gli agenti della polizia municipale. Ormai è notte.

Nel bel mezzo della trafila Deus rinviene dalla sua follia, fa domande e comincia a parlare con l’agente (quello che casomai spara). Io controllo molto teso il dialogo, l’agente però è un padre di famiglia e a quel punto cambia volto: «Quanti anni hai? Stai tanto male? Ci vieni con noi all’ospedale?», una carezza e il gioco è fatto. Andiamo all’ospedale, per ora il TSO è scongiurato, il paziente collabora. L’ambulanza parte con passo tranquillo, io la seguo in auto. A metà del tragitto l’ambulanza comincia ad accelerare, corre. La seguo fino al pronto soccorso e mi infilo nel parcheggio riservato alle vetture mediche. I sanitari scendono di corsa e parlano agitati tra loro: «Sta dando di matto, si picchia in testa e morde anche!».
Dal portellone posteriore viene calata la barella, Deus è legato e digrigna i denti bianchissimi nel tentativo disumano di strappare le cinghie, non emette nemmeno un suono tanto è lo sforzo. Entrati nel pronto soccorso inizia la solita trafila di documenti e spiegazioni che ormai conosco a memoria, il telefono mi abbandona mentre cerco di aggiornare i miei superiori. La polizia mi chiede spiegazioni, i medici mi chiedono spiegazioni. Deus viene sottoposto agli esami standard: parametri vitali, analisi del sangue, sempre agitato cerca di mordere le mani che si affannano su di lui. Dopo diverso tempo dal reparto psichiatrico dell’ospedale (SPDC) arriva lo psichiatra, si decide nuovamente per un TSO.

All’arrivo dei vigili urbani con l’autorizzazione firmata dal sindaco, Deus ormai è calmo, i tranquillanti dei medici hanno fatto effetto, e la polizia se ne è andata. A questo punto tutto potrebbe procedere ma c’è un problema: il reparto psichiatrico non ha posti liberi, forse Deus verrà trasferito in un’altra regione a 200 chilometri di distanza, io ovviamente accolgo la notizia con grande sconforto, se così fosse dovrò seguirlo. Dopo ore di attesa trascorse sonnecchiando su una barella, vengo svegliato da un’infermiera che mi avverte: «Hanno trovato posto di sopra, al reparto, non lo trasferiscono». Mentre mi sforzo di lavarmi il viso in un bagno di servizio, dalla stanza accanto si solleva un gran fracasso, accorro e vedo Deus che di nuovo mena pugni in aria, morde gli infermieri. Credendolo sedato i medici lo hanno slegato ma i farmaci sembrano non aver fatto effetto. Vengono chiamati i carabinieri, non so perché, al loro arrivo subito si lamentano dell’operato dei colleghi poliziotti che, a loro dire, non dovevano lasciare il pronto soccorso.

Deus si agita a tal punto che dobbiamo tenerlo in dieci. Finalmente si riesce a metterlo su un letto a rotelle, legato, viene portato via tra una piccola folla di carabinieri medici e infermieri. Dopo un’oretta vengo condotto da un infermiere davanti alla porta del blindatissimo reparto psichiatrico, non posso entrare, dovrò tornarci domani mattina alle dieci per parlare con i medici. Esausto e frastornato raggiungo una cabina a gettoni e aggiorno i coordinatori: «Vai a casa, hai fatto un buon lavoro e non è colpa tua, è già successo ad altri, purtroppo capita, ci sentiamo domani». Torno a casa, finalmente accendo il cellulare e trovo un messaggio:

SONO LA DOTT.SSA, OGGI AVETE MANCATO L’APPUNTAMENTO, CHE SUCCEDE?

Lancio il telefono sul divano e mi addormento esausto. Tra le nebbie di questo incubo l’idea che mi è rimasta ben fissa in testa è: se sei matto non hai voce in capitolo.

Assistere a un TSO, prendervi parte, è stata forse l’esperienza più brutta della mia vita. Non è stata la violenza dell’atto in sé a scandalizzarmi, la barella, le cinghie ai polsi, i tranquillanti, mi ha distrutto l’idea che una persona, per legge, può essere privata della sua razionalità. Un essere umano può essere considerato pericoloso per sé e per gli altri e quindi chiuso in un reparto psichiatrico. Nel caso di Deus in quel momento tutto ciò era reale.

Un dato di fatto è che il sistema dell’accoglienza non è preparato a casi come questo, casi in costante aumento dato il trascorso traumatico dei richiedenti asilo e lo straniamento al quale sono sottoposti una volta arrivati in Europa. Il sistema sanitario Italiano deve rapportarsi con pazienti senza uno status ben definito, anzi, lo status può variare di mese in mese: richiedente asilo, richiedente asilo con documenti scaduti, richiedente asilo con documenti scaduti in attesa di rinnovo, beneficiario di asilo. A questo quadro giuridico-burocratico si somma la difficoltà di interazione coi pazienti che oltre alle turbe psichiche hanno diversa lingua, religione, gruppo etnico ecc… La già difficile situazione del disagio mentale in Italia è praticamente un disastro dal lato dei richiedenti asilo.

Resta però un tarlo nella mente di chi guarda: e se un giorno toccasse a me? e se un giorno qualsiasi, tra dieci anni, fossi io a essere legato a quella barella? potrebbe davvero succedere a me, razionalista convinto, ateo, imperturbabile anche davanti alla morte di persone care, imbevuto di illuminismo, amante di De André e De Gregori, esibizionista della mia indipendenza intellettuale fino alla nausea, fino alla spocchia. Potrei mai diventare così?

Cose come questa vanno a scavare nella parte più cupa dell’animo, persone come Deus in fondo ci tranquillizzano perché ci mostrano cosa non siamo, nel contempo ci terrorizzano perché ci mostrano cosa potremmo diventare.