Da Arles a Saint Remy sulle tracce di Van Gogh

Alessandro Melia

Ad agosto di tre anni fa decisi di viaggiare per due settimane nel sud della Francia. Anch’io, come Joseph Roth, volevo vedere Le città bianche. Visitai Arles, Avignone, Nimes, Les Beaux, Saint Remy e Aix en Provence. Ovunque guardassi c’erano campi di girasole, strade sterrate e case dalle pareti bianche. Nonostante il caldo, l’aria mi sembrava purissima e osservavo i fiori nascere da paesaggi lunari, tra le pietre levigate dal mistral, il vento furioso della Valle del Rodano. È in quei luoghi, dove i colori ardono e la natura non smette di sedurre, che Vincent Van Gogh ha dipinto alcuni dei suoi quadri più famosi: Notte stellata sul Rodano, L’arlesiana, I girasoli, Terrazza del caffè la sera, Seminatore al tramonto, La casa gialla.

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Van Gogh arrivò ad Arles il 20 febbraio del 1888. Nella piccola cittadina francese, che delimita i confini tra Provenza e Camargue, si lasciò attrarre come un magnete dalla luce abbagliante del sole, dalle fioriture primaverili, dalla limpidezza del cielo. In quei campi sconfinati ci vedeva il mare. «Questo paesaggio è come un mare senza niente». Cominciò allora un periodo di lavoro febbrile che lo portò a dipingere oltre trecento tele in quindici mesi. Con il pennello umido in mano, gli occhi infuocati e la mente surriscaldata, Van Gogh alternò momenti di estasi pittorica a momenti angosciosi, in cui la testa si affollava di voci e paure innominabili.

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Arles, foto di Alessandro Melia

Ad Arles si stabilisce all’albergo Carrel in Rue Cavaliere 30 e mangia ogni giorno al Cafè de la Gare. A maggio decide di prendere in affitto l’ala destra di una casetta in Place Lamartine 2 (nota come La casa gialla). Ha un sogno: lavorare con altri pittori e creare una casa di artisti per sé e i suoi amici con il sostegno economico del fratello Theo, al quale scrive regolarmente da sedici anni. Il desiderio di realizzare una maison d’artiste, però, va in frantumi a causa dei continui attacchi nervosi che lo portano, dopo un litigio con Gaugin, a tagliarsi un pezzo d’orecchio e a consegnarlo a una prostituta di nome Rachel. Viene ricoverato nell’ospedale di Arles, ma gli attacchi continuano e così, nel maggio del 1889, decide volontariamente di entrare nell’antico monastero di Saint Paul de Mausole, diventato ospedale psichiatrico, a Saint Remy de Provence. In quell’ambiente triste rimane confinato un anno, ma non smette di dipingere neppure per un momento. Anzi, impara a «soffrire senza lamentarsi» e a sfruttare i giorni in cui si sente meglio.

La casa gialla

La casa gialla, foto di Alessandro Melia

Scrive al fratello Theo: «Mi trovo a casa mia, qui. Ho una piccola cameretta tappezzata di grigio verde con due tendine verde acqua e disegni rosa molto pallido. Attraverso le sbarre della finestra vedo un rettangolo di grano in un recinto. Inoltre ho una stanza per lavorare».

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Monastero Saint Paul de Mausole, foto di Alessandro Melia

La paura di nuove crisi si attenua: «Osservo negli altri che anch’essi, al pari di me, hanno sentito strane voci e che anche davanti a loro le cose parevano cangianti. Questo diminuisce l’orrore che avevo». Durante la permanenza a Saint Remy dipinge copie libere dalla Pietà di Delacroix, dal Buon samaritano di Rembrandt e da opere di Millet. Ma soprattutto la Notte stellata, con il suo cielo basso, violento, vorticoso, attraversato da stelle che sembrano palle di fuoco. Un incubo fiammeggiante che piomba sul villaggio addormentato, circondato da colline che paiono onde minacciose, mentre un cipresso scuro affilato come un coltello taglia in due il paesaggio.

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foto di Alessandro Melia

Passeggiando per le vie di Arles ci si imbatte nei pannelli che rappresentano i quadri di Van Gogh nei punti in cui si fermò a dipingere: Il Caffè Le Soir in Place du Forum, il ponte di Trinquetaille, la riva del fiume per Notte stellata sul Rodano, il vecchio mulino in Rue Mireille, i giardini dell’ospedale dove fu ricoverato in place Felix Rey, l’arena e il ponte di Langlois aux Lavandières. Esiste un itinerario turistico che prevede anche la visita alla Fondation Vincent Van Gogh, una galleria d’arte che ospita mostre contemporanee. Ma è soltanto visitando il monastero di Saint Paul de Mausole, a Saint Remy, che abbiamo l’impressione di avvicinarci davvero a Van Gogh. Ad accoglierci all’entrata è una statua in bronzo che lo raffigura con un mazzo di girasoli in mano. Intorno siamo circondati dagli ulivi e il silenzio viene rotto solo dal frinire delle cicale. Superata la soglia di una chiesa entriamo nel chiostro del monastero, ricoperto di fiori, e saliamo le scale verso la camera di Van Gogh. L’aria è immobile, le pareti rovinate trasudano il dolore di chi ci è rimasto rinchiuso. Dalle inferriate della finestra oggi si vedono i campi di lavanda, gli iris e i girasoli.

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Giardino del monastero Saint Paul de Mausole, foto di Alessandro Melia

L’aspetto che mi ha sempre sorpreso di Van Gogh è la lucidità con cui ha affrontato la malattia. Come ha scritto Karl Jaspers nel saggio Genio e follia, «egli la domina». Continuamente Van Gogh spera che non tornino le voci, però ammette: «È anche giusto che avendo vissuto degli anni in salute relativamente buona, presto o tardi ne abbiamo anche noi la nostra parte. Non avrei proprio scelto la follia se si fosse trattato di scegliere, ma in ogni caso è una malattia come un’altra. Una volta che si è ammalati non si può prendere due volte il male». Una presa di coscienza che non cede di fronte alle crisi sempre più forti. «Se un giorno la cosa si aggravasse, bisognerà seguire il consiglio dei medici. Io non mi oppongo certo. Ma so che la guarigione viene, se si è coraggiosi, dal di dentro. Lotto con tutta la mia energia per rendermi padrone del mio mestiere, dicendomi che se ci riesco, sarà questo il miglior parafulmine contro il mio male. Mi piace dipingere, mi piace vedere gente e cose, e mi piace tutto ciò che costituisce la nostra vita.» Con franchezza e semplicità Van Gogh celebra la vita. Le lettere al fratello Theo, oltre a essere la testimonianza dell’esigenza che aveva di parlare della vita, sono uno degli epistolari più commoventi della storia dell’uomo. Mai ci fu artista capace di intrecciare in modo così indissolubile pittura, scrittura e vita.

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Stanza di Van Gogh, foto di Alessandro Melia

Lo scrittore Antonin Artaud – che trascorse nove anni in un manicomio e vinse nel 1948 il premio Sainte-Beuve sostenendo in un libro che Van Gogh non si suicidò per pazzia ma fu portato al suicidio dalla società – ha scritto che «non ci sono fantasmi nei suoi quadri, né visioni, né allucinazioni. Solo pittore, Van Gogh, e niente di più, niente filosofia, niente mistica, niente storia, letteratura o poesia. I suoi girasoli sono dipinti come girasoli, ma per capire un girasole in natura, bisogna adesso rifarsi a Van Gogh, così come per capire un temporale in natura, un cielo tempestoso, una pianura, non si potrà più non rifarsi a Van Gogh».