«L’approdo», la schiavitù e gli aspirapolvere giganti di Shaun Tan

In Italia, a meno che tu non sia un fumettista che macina decine o centinaia di migliaia di copie (come possono essere Zerocalcare, Gipi o Leo Ortolani) devi faticare per trovare la tua piccola fetta di pubblico. Infatti pochissimi tra lettori e addetti ai lavori avevano mai sentito pronunciare il nome di Shaun Tan, almeno fino a quando l’occhio sempre vigile dei ragazzi di Tunué non ha deciso di correre ai ripari pubblicando una nuova edizione dell’Approdo (The Arrival), una delle opere più riuscite e premiate dell’artista australiano (ancora prima, però, diversi volumi di Tan erano stati pubblicati da Elliot Edizioni). Ai ripari, sì, perché quando scopri il talento di questo illustratore non puoi più fare a meno di chiederti in che modo e per quale motivo fino a oggi ti fosse sfuggito.

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Classe ’74, Tan, che per poco non inizia gli studi di genetica, decide di dedicarsi ad arte e illustrazione e in particolare a quelli che lui stesso definisce picture book. Dal momento che la dicitura viene applicata anche all’Approdo, vale la pena approfondire il significato dell’espressione. Partiamo dal presupposto che questo libro è a tutti gli effetti un fumetto, e non deve distrarre il fatto che Shaun Tan non si definisca mai comic artist (o cartoonist, fumettista) e preferisca descriversi come illustrator, perché all’interno del volume non si trovano una serie di illustrazioni a sé stanti o avulse dal contesto. Al contrario si racconta una storia attraverso le immagini, è dunque compiutamente arte sequenziale. Non è quindi il caso di perdere altro tempo sul falso problema delle definizioni (dopo graphic novel, l’aggiunta di picture book creerebbe solo più confusione).

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Di certo si tratta di un fumetto peculiare sotto diversi punti di vista. In tempi non sospetti, visto che la prima edizione di The Arrival risale al 2006, Shaun Tan racconta, con la versatilità che solo le immagini sono in grado di restituire, il tema struggente e attualissimo della migrazione; di più, lo fa senza il bisogno di una singola parola, senza un solo dialogo, senza un’onomatopea, senza una didascalia. Solo disegni, illustrazioni silenziose affiancate l’una accanto all’altra a comporre un maestoso mosaico narrativo.

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L’approdo racconta di un uomo costretto a lasciare la propria famiglia e il paese d’origine, un luogo che ormai il fuoco dei draghi (ma potrebbe trattarsi anche degli uomini con gli aspirapolvere giganti, della guerra, della schiavitù) ha distrutto cancellando ogni speranza, una città oscurata da immense ombre che costringono gli abitanti a rimanere nascosti nelle proprie case. E allora, foto con moglie e figlia alla mano, si imbarca da solo alla volta di un mondo lontano, che non comprende, completamente diverso dal suo, ma che nasconde la promessa della rinascita, l’occasione di una nuova vita. Così Tan dipinge con abilità e senza retorica una realtà straripante di simboli al tempo stesso alieni e perfettamente interpretabili, ambigui e universali, bizzarri ma comunque decifrabili dal lettore; il tutto a causa della presenza di strani alfabeti, creature anomale e oggetti assurdi che ricordano nella forma e nella funzione quelli che tutti conosciamo. La solitudine che si prova ritrovandosi in un paese di cui si conosce poco o niente, le difficoltà nell’ambientarsi, nel creare nuovi legami e nell’imparare di nuovo a vivere sono solo alcuni degli aspetti che l’illustratore australiano riesce a rappresentare, con sensibilità artistica invidiabile, nelle centoventotto pagine dell’Approdo.

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Le immagini mute sono un elemento che in circostanze diverse rischierebbe di rendere la lettura del volume fin troppo rapida, disattenta e, in mancanza di un’alfabetizzazione visuale sufficiente, anche superficiale. Ma sin dalle prime pagine è chiarissimo che lo storytelling e il tratto di Tan sono gli strumenti perfetti per scongiurare un rischio del genere; l’occhio del lettore viene catturato dalle tavole dell’artista, trattenuto nelle pagine a dodici vignette e liberato infine dalle splash page ad ampio respiro. Lo stile realistico e la quantità di dettagli costringono a soffermare l’attenzione su ogni vignetta, su ogni ruga d’espressione dei personaggi, su ogni bislacco animaletto o strano oggetto messo in scena. Da sottolineare anche la scelta delle illustrazioni anticate, quella paletta cromatica che varia dolcemente dal bianco e nero al seppia che ricorda foto d’epoca; se non fosse per l’ambientazione surreale, per i paesaggi sospesi tra gli istanti, per le creature esotiche che popolano il mondo di Tan, questa intuizione stilistica e cromatica potrebbe quasi convincerci di avere davanti agli occhi una storia realmente accaduta, la storia di qualcuno che ci ha preceduto, forse di un lontano parente; o magari semplicemente la storia di ognuno di noi.

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L’Approdo è un libro che sa toccare in modo spontaneo i giusti tasti emozionali, senza bisogno di escamotage narrativi strappalacrime, un racconto stratificato che sa premiare chi vorrà dedicargli più letture; una narrazione che usa un linguaggio efficace in grado di abbattere ogni barriera linguistica e culturale per parlare delle difficoltà – metaforiche o materiali – che tutti presto o tardi siamo chiamati ad affrontare nella vita; che si tratti dell’inizio di un nuovo lavoro, del trasferimento in un’altra città, dell’inizio di una nuova amicizia, o di un nuovo amore. Di questo racconta L’approdo, di tutte quelle volte in cui si parte per una nuova avventura senza sapere come andrà a finire, sentendosi persi; di tutte quelle volte in cui ci si assume un rischio, guidati solo dalla speranza.

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E lo fa soprattutto, come accennato, affrontando il dramma della migrazione, cardine delle evoluzioni socio-culturali dei nostri giorni, una criticità (forse) non ancora correttamente visualizzata dall’opinione pubblica che Shaun Tan raffigura con dovizia di particolari da una prospettiva personale e densa di sfumature emotive. E allora ben venga un libro come L’approdo che, al di là dell’intrinseca qualità artistica, può diventare una fotografia del presente, del passato e del futuro dell’uomo. La narrazione, i dettagli, i giochi di luce, i rapporti silenziosi ma intensi tra i personaggi, il racconto del sacrificio e la speranza in un domani migliore; ogni singolo elemento del volume è venato di empatia, sia quando si mettono in luce le angherie subite nelle terre d’origine dai migranti, sia grazie alle illustrazioni dei piccoli gesti di umanità da parte degli abitanti della terra promessa, che a dispetto delle differenze linguistiche e sociali aiutano il nostro protagonista con ogni mezzo a propria disposizione.

L’approdo di Shaun Tan insomma è una lettura da consigliare a tutti, senza limiti di target, un picture book che diventa indispensabile per chiunque voglia avere un’idea completa del panorama fumettistico e illustrativo internazionale.