Su Charles D’Ambrosio e il riscatto miracoloso

Ero da poco tornato da Cesenatico dopo sei mesi a lavare pentole e pignatte nella cucina di un hotel, senza giorni di riposo. Non avevo più un lavoro e al momento non mi interessava affatto. Volevo solo ubriacarmi, e masturbarmi in santa pace, senza il pensiero di poter svegliare Stefano, un cuoco eroinomane, mio compagno di stanza, col cigolio delle doghe.

Era settembre, il sette avrei compiuto ventitré anni. Fino ad allora avevo letto quasi solo poesia, quindi decisi di farmi un regalo diverso dal solito e mi comprai un romanzo. Si chiamava Post office e l’aveva scritto uno dei miei poeti preferiti. Un poeta brutto, col volto butterato, i denti gialli, la pancia gonfia d’alcol e le gambe d’elefante. Non vi dico il nome perché tanto non lo conoscete.

Poco dopo mi fidanzai con una donna di otto anni più vecchia di me e trovai lavoro come aiuto cuoco in un ristorante. Dovetti lasciar perdere il libro perché fin da subito iniziai a non capire quale dei due fosse il lavoro.

Dopo qualche mese ci lasciammo e lasciai anche il lavoro al ristorante. Con lei andò a schifo per mille motivi ma ora non è il momento. Trovai un’altra occupazione e presi in affitto un appartamento al quarto piano di una vecchia palazzina, nella periferia di Vigevano.

Finalmente mi godetti Post office, comprai le altre opere in prosa dello stesso autore e passai a John Fante, secondo la logica di leggere gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti. In effetti funziona. Amai Fante fino alla devozione, fino a farne un santo da pregare ai piedi del letto. Leggevo la notte, dopo le dodici o tredici ore passate in cucina, scolandomi una o due bottiglie di vino e riempiendo mezza noce di cocco di mozziconi di sigaretta; poi aprivo la porta-finestra, mi sedevo sulla ringhiera del balcone, dando le spalle alla città, e appoggiavo la schiena sui fili stendi panni sperando che prima o poi si rompessero. Guardavo il cielo in attesa, pensando a un futuro miserabile, sperando che Arturo Bandini comparisse dalle nuvole per dirmi che presto avrei scritto il mio E il cagnolino rise.

Lasciai Fante e mi avventurai oltre. Passarono i mesi e gli anni e nuovi autori e nuove storie, marciando al ritmo di uno o due libri alla settimana. Diedi la precedenza ai racconti perché li preferivo, e li preferisco tutt’ora, ai romanzi. M’imbattei anche in buone cose, sì, ma nessuna voce e nessuno stile mi sembravano stare al passo dell’artiglieria di Fante. La Fante-ria meccanizzata, come la chiamo io. Non mi è mai interessata più di tanto la storia in sé, piuttosto il modo in cui viene raccontata. Volevo il sangue. Sentire lo schiocco della lingua sul palato quando deglutisci l’acquolina. E invece vedevo solo giochi di mestiere e forma, obbedienze alle strutture. Mi sembrava di sentire i grugniti di chi ha mangiato troppo e si siede a scrivere per digerire.

Ho passato il resto dei giorni a cercare quel tipo di scrittura. Nel frattempo ho scritto racconti e inizi di romanzi buoni solo per accendere il barbecue, finché un giorno sono riuscito a tirare fuori una storia degna di apparire su un lit-blog, e quella storia è diventata l’incipit di un romanzo che da poco pubblicato. Il primo miracolo.

Un annetto fa stavo chiacchierando di letteratura americana (o meglio, stavo attingendo dal suo sconfinato pozzo di conoscenza) con Paolo Cognetti. «Dovresti leggere Charles D’Ambrosio», mi ha detto. E allora sono corso in libreria, dove ho trovato la raccolta Il museo dei pesci morti (minimum fax, 2006, traduzione di Martina Testa). Quando a casa ho iniziato il primo racconto, Lo spartiacque alto, ho capito di essermi trovato davanti a un secondo miracolo:

«All’istituto mi svegliavo presto, quando le suore ancora dormivano, e me ne andavo al negozio del vecchio cinese. Il vecchio cinese era un uomo brunastro, nodoso e rattrappito che sembrava un pezzo di radice di zenzero e aveva uno di quei negozietti minuscoli che vendono pompelmi, vino e carta igienica e nessuno capisce mai come fanno i proprietari a camparci. Ma lui ci campava, si vede che aveva trovato un sistema. La sua vecchia moglie cinese era una donnetta esile come un ramoscello che se ne stava seduta su una sedia senza mai dire una parola. Lui parlava inglese solo quel tanto che bastava per mandare avanti gli affari, per dire buongiorno e buonasera, per dare il resto, anche se ogni mattina, quando andavo a comprare il mio pompelmo, cercavo di insegnargli qualche parola utile.[…]

Tirai fuori ventisette centesimi, mezza graffetta, il cappuccio di una penna e una pallina di lanugine azzurra. Le misi i soldi in mano e lei li fissò. Dal tintinnio solitario che fecero le mie monete da cinque e da uno quando la donna le ripose nei diversi scomparti capii che la cassa era vuota. Guardai alle spalle della cinese, oltre la tenda a perline, spiando nell’appartamento sul retrobottega. Accanto al lavello della cucina c’era una mela addentata, e la parte morsa era diventata scura come una vecchia risata.

Avevo il pompelmo in mano; lo tirai in aria e lo riacchiappai.

Lui dov’è?, chiesi.

Lei stava masticando un tocchetto di zenzero e me ne offrì un po’; accettai. […]

Suo marito?, dissi.

Lei mi guardò interdetta e sputò a terra. Meiyou xiwang, disse. Meiyou xiwang.
Giunse le mani, intrecciando i piccoli stecchetti marroni che erano le sue dita. Meiyou xiwang, ripeté, toccandosi il cuore e poi separando le mani e aprendo le braccia. […]
Eh?, feci io. […]

Aveva fatto tutta quella strada, aveva lasciato la Cina e attraversato l’oceano, era venuta a Bremerton e aveva aperto un negozietto, messo pompelmi nelle casse e bottiglie di Morgan David sugli scaffali, ma evidentemente aveva fatto un passo troppo grande, perché ora non era più capace di dire a nessuno che cosa le stava succedendo».

Finalmente, dopo tanto tempo, ero riuscito a trovare uno scrittore che mi mandava ai matti. Che dio ti benedica, Paolo.

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Le parole di D’Ambrosio generano energia dal proprio nucleo, formano frasi che sembrano pronte a esplodere al punto, immagini che appaiono e si deflagrano in un flusso ininterrotto. Racconti solitamente costellati di personaggi tragici, poco inclini all’ottimismo, le cui storie vengono però narrate con impressionante spensieratezza.

Sarebbe bello continuare a scrivere senza la paura di sminuirlo, ma non ne sono capace. Voglio solo aggiungere: grazie, Charlie.

L’unica cosa che mi sento di rimproverargli è che scrive un libro ogni (quasi) dieci anni; perché mi ha restituito la magia della scoperta, la magia di un tempo, cosa di cui non voglio fare a meno. Se tutto questo non fosse successo avrei mandato al diavolo ogni cosa e, con molta probabilità, avrei aperto una rivendita di cartucce per stampanti dal nome Little Toner, oppure mi sarei trasferito in India per aprire un ristorante fusion dal nome Curry curry guagliò.

16730470_1884894108456282_8233840047802521918_n-157x157Ivan Ruccione è nato a Vigevano nel 1986. Nel 2012 una selezione delle sue prime poesie è stata inclusa nell’antologia collettiva Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo, Bel-Ami Edizioni. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul blog letterario Nazione Indiana da Francesco Forlani. A inizio 2017 è uscito il suo primo romanzo, A fuoco vivo, edito da Miraggi Edizioni. Lavora nella cucina di un’osteria.