Su «Mia figlia, don Chisciotte» di Alessandro Garigliano

Nella nostra vita molte cose possono occupare spazio e tempo al di là del lavoro: ci sono gli hobby, per esempio, che si portano avanti per impiegare qualche ora di svago; ci sono le passioni, che investono una maggiore quantità di tempo e di concentrazione, e che spesso fanno la differenza fra fallimento e riuscita. La passione verso un’attività, una persona, un ideale, è qualcosa che ci dà quella marcia in più e che non ci fa arrendere al primo problema.

E poi ci sono le missioni, che danno senso a un’esistenza che altrimenti può risultare vuota. Una missione è qualcosa che ci coinvolge pienamente, che invade ogni campo e spesso impedisce di vivere una vita regolare; ma è anche ciò che riempie e che spesso spinge ad andare avanti, a superare le resistenze, a frantumare gli ostacoli.

Ecco, per il narratore/protagonista di Mia figlia, don Chisciotte, la missione di una vita è la figlia, la sua bimba, la sua principeffa. È questa bambina a dare senso alla vita di un uomo socialmente ed economicamente fallito, il quale fa di tutto per far credere alla figlia «che il padre, ogni giorno, avesse un impegno lavorativo e non patisse instabilità».

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La missione nei confronti della figlia si incontra (senza scontrarsi) con la passione per il Don Chisciotte, testo sacro che il protagonista studia in maniera quasi ossessiva nella sua pantomima da docente universitario. Fra letture ad alta voce alla sua principeffa e digressioni giornaliere in solitaria mentre la moglie è al lavoro, le famosissime vicende dell’hidalgo che si inventa cavaliere illuminano il rapporto fra un padre quarantenne e una bambina di tre anni; l’illuminazione è reciproca e infatti le vicende e le sfide quotidiane – il barcamenarsi fra lavoro, studio, una sortita all’asilo e domande sulla vita e sulla morte – aiutano a fornire nuova comprensione a un testo che, a una prima occhiata, offre interpretazioni fin troppo immediate, anche a causa di una letteratura secondaria sterminata.

Quando capisce quanto sua figlia sia indispensabile per una diversa lettura del Don Chisciotte, dunque, al narratore non resta che imbarcarsi in questa avventura, esattamente come don Chisciotte è costretto a rivolgersi a uno scudiero, Sancio Panza. Ma il discorso si rivela subito più ampio, poiché la bimba è un faro nell’oscurità: «Anche don Chisciotte si accorge, come me, che è impossibile affrontare le avventure da soli. Senza mia figlia di rado metto piede oltre la porta di casa, anzi è difficile oltrepassi anche lo studio».

Il rapporto padre/figlia è dunque qualcosa che riempie di senso, e l’educazione e la protezione della prole è la missione sacra di un uomo che sembra avere poco altro su cui concentrarsi (o forse causa ed effetto sono invertiti: l’uomo ha poco su cui concentrarsi perché la sua missione coinvolge tutto). E qui avviene il cambiamento che modifica immediatamente la lettura del testo: la figlia non è lo scudiero, Sancio Panza, uomo saldo e con i piedi per terra (pur pronto a lasciar tutto per seguire le imprese del cavaliere), bensì è proprio don Chisciotte. Chi altri se non un bambino può identificarsi con un personaggio visionario e sognatore, qualcuno che lotta ogni giorno per cambiare il mondo e renderlo un posto da favola (in senso letterale: un posto fatto di cavalieri, principesse e scontri epici)?

Tuttavia un essere del genere, che mescola realtà e finzione fino a non riuscire più a distinguere l’una dall’altra, ha bisogno di qualcuno al proprio fianco che gli indichi la via. Così il padre diviene immediatamente Sancio Panza, auto relegandosi al ruolo di spalla. In qualche modo abdica al ruolo di protagonista della propria vita per rimanere nell’ombra, sacrificando tutto se stesso per la figlia. Ed ecco che torna il senso della missione di cui si è parlato all’inizio. C’è un passaggio bellissimo, in termini di concetti e di prova letteraria, che vale la pena riportare per intero perché rappresenta con un’immagine limpida e immediata cosa voglia dire essere padre:

Da quando è nata mia figlia, ho cominciato ad apprezzare di Sancio doti fino ad allora ignorate o peggio ridicolizzate. Mi sono rifiutato di vedere in lui soltanto il villano concreto e circospetto, e adesso mi pare addirittura i suoi dubbi siano necessari per dare un senso alle avventure del Cavaliere: se lo scudiero non frenerà mai le ambizioni del compagno, allo stesso tempo non ne consentirà l’anarchia; se non accetterà mai la violenza creativa senza accanirsi a mascherarla, ogniqualvolta vedrà infiacchirsi la fede, spronerà don Chisciotte a cercare sempre nuovi giganti. Insomma, mi sembra di poter rilevare in Sancio una capacità unica di stare in equilibrio tra la dimensione reale e quella immaginativa.

La missione di una vita è qualcosa che si vuole anche proteggere: e qui il rischio è proprio quello di frenarla, di contenerla, di limitarla per poterla difendere. Allo stesso modo il protagonista lotta costantemente per spronare sua figlia a crescere in un mondo fatto di sfide e pericoli (dimensione reale) ma, al contempo, salvaguardarla (dimensione immaginativa). Arriva al punto di immaginare un bunkerino entro il quale (rin)chiuderla, un posto fatto di giochi e protezioni che la isolerebbe dal mondo reale.

Esattamente come la trama di un libro anche un rapporto umano e una vita, se costretti all’immobilità, finirebbero per morire. Attraverso le evoluzioni di don Chisciotte e di Sancio Panza si compie anche il percorso dell’eroe/padre che arriva a comprendere come gestire la quotidianità turbolenta di un’età turbolenta. E noi lettori, oltre a questo, possiamo godere di una rilettura tutta particolare di un’opera classica.

Mia figlia, don Chisciotte è un testo a metà fra il romanzo e la saggistica divulgativa (anzi, come il protagonista stesso ammette: «più che un saggio è una narrazione critica del Don Chisciotte»), nel quale banali faccende familiari in cui si entra in punta di piedi si alternano alle vicende tragicomiche della storia di Cervantes. La prosa di Garigliano è presentata con un registro elevato che mai scade nel volgare: un registro arduo da mantenere per oltre duecento pagine e che a tratti rischia di risultare forzato, ma che adempie perfettamente al compito di narrare in chiave cavalleresco-epica quella sacrosanta missione che è la genitorialità ai tempi della crisi e del fallimento economico e sociale.