Su «La figlia femmina» di Anna Giurickovic Dato

La figlia femmina, romanzo d’esordio di Anna Giurickovic Dato, pubblicato da Fazi, è un dramma costantemente pervaso da contrasti e incertezze, dai confini torbidi e sfumati, che si snoda tra due capitali: Roma e Rabat.

La storia ha inizio in Marocco: mentre fra le strade del suk si celebra la fine del Ramadan con tre giorni di festa, canti e colori, un uomo spiega davanti agli occhi attenti di una bambina la storia del sacrificio di Isacco.

La bambina lo guarda rapita e, anche se è intelligente e speciale, come le ripete spesso quell’uomo, non percepisce l’orrenda potenza di questo racconto, talmente forte da essere diventato uno dei cardini delle tre grandi religioni monoteiste.

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Non è turbata dalla cieca obbedienza e dalla fede estrema dell’episodio biblico in cui un padre è pronto a sacrificare il proprio figlio in virtù di un ordine superiore. In fondo ha solo cinque anni e pensa semplicemente che tutto quello che un padre fa sia giusto.

Maria, la figlia femmina del titolo, si limita a osservare quell’uomo, il modo in cui si muove e si esprime, l’incanto che esercita sugli altri con il suo fascino e nella testa pensa orgogliosa: «Questo è il mio papà».

Sempre a Rabat, la sera dopo la festa, il racconto si sposta all’interno dell’Ambasciata italiana. È qui che vive Maria ed è qui che avviene il più indicibile degli orrori; nella penombra della sua camera da letto la bambina subisce le molestie del padre, mentre una (forse) inconsapevole madre è incredibilmente vicina, dall’altra parte del muro, una voce fuori campo che canta la canzone più famosa di Edith Piaf, quella Vie en rose che è diventata il manifesto di una malinconica leggerezza e che qui si trasforma in macabra colonna sonora della violenza incestuosa.

Che la madre sia distratta oltre ogni ragionevole dubbio, realmente all’oscuro di tutto oppure che sia troppo determinata a non far crollare l’illusione di una famiglia perfetta è una questione destinata a restare senza risposta, ma che perde presto la sua centralità.

L’orrore dell’abuso, infatti, è solamente l’inizio di una catena di dolori, incomprensioni, ferite e rivalse, nel solco di una sterminata tradizione letteraria che ha per oggetto la famiglia, quasi mai un porto sicuro ma centro nevralgico e nevrotico della complessità dei sentimenti umani.

Ritroviamo Maria qualche anno dopo, a Roma. A questo punto il padre è uscito dal quadro familiare in un modo scioccante e controverso, così come vi era entrato. Silvia, la madre, sembra aver voltato pagina. È innamorata di un altro uomo, e continua a cullarsi in un infantile ottimismo; cerca di convincersi di aver trovato la tanto desiderata serenità, si illude che lo sporco del passato possa essere spazzato via dall’amore e che un nuovo inizio sia possibile.

Maria è un’adolescente difficile, irrimediabilmente segnata, che ha perso completamente la virginale innocenza simboleggiata dal nome che porta. Ha un mondo interiore inestricabile, cova un livore velenoso, usa la sua lolitesca sensualità per provocare scompiglio, forse per vendicarsi o forse semplicemente perché è l’unico linguaggio che conosce per rapportarsi con gli adulti.

Silvia vuole presentare Antonio, il suo nuovo compagno, a Maria e per l’occasione ha organizzato un pranzo. Crede che i tempi siano maturi, ha pensato a ogni dettaglio, ha cucinato e ha messo maniacalmente in ordine la casa. È una mattina strana di inizio estate, in cui sprazzi di sole si alternano a nuvole cupe che minacciano pioggia. I due sembrano andare immediatamente d’accordo, ma Maria è come quel cielo incerto: solo apparentemente serena. Finito il pranzo mette in scena un grottesco teatro di seduzione. Danza, gioca con i capelli e con il suo vestitino a fiori. Il vino scorre in abbondanza, offusca le percezioni e libera gli istinti. Forse per Maria si tratta solo di un gioco, ma è un gioco pericoloso, che risveglia antichi drammi e procura nuove ferite.

Chi è Maria? Il mostro descritto dalla madre nei momenti più disperati o la vittima sacrificale immolata all’altare borghese del quieto vivere?

Chi è Silvia? Un’egoista dominata dall’ignavia o a sua volta la vittima di un matrimonio contratto da adolescente con un uomo infelice e malato, che (oltre a se stesso) ha trascinato nel suo buco nero tutte le donne che l’hanno amato?

Nel romanzo di Anna Giurickovic Dato le colpe dei padri ricadono ovunque come una cenere scura, coprendo persone, ricordi, persino mobili, fino a che non diventa impossibile trovare qualcosa che sia ancora immacolato.

Questa contaminazione restituisce un piano etico ambiguo, in cui tutto si intreccia e si confonde, che accantona la prevedibile retorica della vittima e del carnefice per abbracciare un punto di vista più complesso e che lascia il lettore alle prese con molteplici interrogativi aperti.

La figlia femmina è un dramma borghese costruito intorno alla figura femminile , a un particolare tipo di forza volitiva che questa sprigiona, una forza generata dalla consapevolezza che a volte, come dice lapidaria Maria, «Se sei femmina sei sola».

La storia è profondamente disturbante ma narrata attraverso un linguaggio limpido e lieve. L’autrice affronta con sprezzo del pericolo gli abissi più remoti dell’oscurità familiare e per farlo si affida a una scrittura a tratti onirica, raccontando i momenti più crudi attraverso la lente offuscata del dormiveglia, dell’ebbrezza o del calore umido di un inizio di estate romana.

«In fondo anche ciò che è brutto può sembrarmi bello se è con occhi belli che lo guardo», ripete a se stessa quasi come una preghiera Silvia, la mamma di Maria, condannata a una vita di rimorsi, perché mai, a prescindere dalla sua presunta inconsapevolezza, le sarà possibile perdonarsi.

Accade lo stesso a questo romanzo che, pur affrontando una storia tragica, agli occhi del lettore si rivela in tutta la sua originale e complicata bellezza. Il racconto di questa famiglia attraversata dalla sofferenza ha un potere trasfigurante che attrae e appassiona, perché riesce a rendere appieno la complessità della psiche, delle relazioni e, in generale, della vita.

Questi personaggi controversi emanano un fascino magnetico, nonostante il solco lasciato dal dolore nelle loro anime o forse proprio per questo, come insegna Saiko, la protagonista di una fiaba che la nonna ama spesso raccontare a Maria. Saiko ha un negozio di riparazioni di vasellame, la cui insegna recita: «La Bellezza nel Difetto». Pratica l’arte giapponese del kintsugi, ovvero salda ciò che si è rotto facendo colare tra i frammenti dell’oro liquido, restituendo alla porcellana la forma perduta.

«La vita è integrità e rottura insieme» sussurra con dolcezza Saiko a una cliente, che teme di aver rovinato per sempre una preziosa zuccheriera. «La tua zuccheriera ora ha una storia ed è più bella. Il dolore ti insegna che sei viva, bisogna valorizzare il solco che lascia».