«Natura in versi» di Simone Ghelli

Erano almeno cinque anni che volevamo farlo, ma con mio zio non si può mai programmare niente. Ogni tanto al telefono mi ripeteva che avremmo potuto farci un documentario, qualcosa da rivendere ai canali satellitari, e io mi ero ormai abituato all’idea che, come per tutto il resto, non se ne sarebbe fatto più niente, finché una sera di luglio non mi chiamò per dirmi che sarebbe venuto apposta in Italia.

«Ho preso due giorni di ferie. Mi sono fatto dare una piccola videocamera da un collega.»

Mi propose di dormire nella vecchia casa dei nonni, che da un po’ era disabitata.

«Così ci godremo un po’ il fresco.»

L’idea di stare in mezzo ai monti dell’Appennino toscano, senza luce né acqua calda e in compagnia di scorpioni e scolopendre, sembrava divertirlo.

«Si tratta di dormirci una notte, due al massimo. Per mangiare andiamo in trattoria.
Non me lo ricordo mica da quant’è che non mi mangio due pappardelle al cinghiale!»
Pensò lui a tutto. Prese i contatti con la gente del posto, gente che aveva conosciuto Peter e che si era data da fare per aiutarlo.

«Mi sono già messo d’accordo anche con quelli dell’associazione. La presidentessa ha organizzato addirittura una cena nella sua villa. Le ho detto che finiranno tutti in televisione.»

Così andai a prenderlo alla stazione di Montevarchi e da lì salimmo fino a Pian di Scò, dove avevamo appuntamento con la nostra guida.

La signora Ines ci venne incontro in mezzo a un corteo di galline.

«A me non mi riprendete» si raccomandò, «io vengo vestita così come sono.»
Aveva dei jeans tutti sporchi di terra, una maglietta gialla di un paio di misure più grande e un cappello di paglia tutto sfilacciato.

«Tu vieni con quei sandali e le gambe scoperte?» mi chiese. «Così ti mangiano vivo.»
Mi dette una salopette macchiata d’olio con il logo della Tamoil: «È una tuta di mio marito. Prendi anche le scarpe, anche se mi sa che ti vanno grandi. Ma è sempre meglio di quelle che hai.»

Mio zio, invece, si era vestito come se avesse dovuto fare uno dei suoi servizi sui meeting di atletica o sulle corse dei cavalli: mocassino marrone, pantaloni beige di cotone e una camicia bianca a maniche corte.

Dopo aver percorso un paio di chilometri lasciammo l’auto in uno slargo sterrato e da lì prendemmo un sentiero che si perdeva tra la vegetazione, con la signora Ines in testa che scacciava le zanzare e i nugoli di moscerini con il legno che sarebbe dovuto servire per le vipere.

«Ve l’avevo detto che è tanto che non ci viene più nessuno. Da quando è morto ci siamo stati per recuperare le sue cose, soprattutto i libri. Lo sapevate che ne aveva più di ventimila? La metà finirono bruciati nell’incendio. Lui dava la colpa a un ghiro che era saltato nel caminetto e che aveva fatto cadere per terra dei tizzoni.»

Mio zio mi fece segno di seguirlo. Affiancammo la signora Ines e io alzai la canna su cui avevamo legato il piccolo microfono portatile in modo da tenerlo sopra la sua testa e prendere anche il suono d’ambiente.

«E voi ci avete creduto?» le chiesi combattendo con l’assordante canto delle cicale in sottofondo.

«Io no. Penso piuttosto che si fosse addormentato con una sigaretta in bocca e che gli sia caduto un mozzicone a terra. Ne fumava non so quante.»

In fondo al declivio comparve la parte superiore del vecchio mulino, dove la ruota era sparita e con essa anche il rumore degli ingranaggi rugginosi.

«Ecco la Turbina.»

Nel video i colori sono troppo accesi, per alcuni secondi si vedono soltanto delle macchie verdi e gialle e poi delle figure sfocate che vibrano prima di tornare in carne e ossa. La colpa è dell’autofocus e dell’entusiasmo di mio zio che si gira ovunque, ingordo di cose da vedere.

La signora Ines si volta e per un attimo vediamo la sua espressione corrucciata, poi scende la piccola montagnola di terra con l’aiuto del bastone e scompare nel fuori campo.

«Oh madonnina com’è ridotta!» si sente dire alla sua voce un po’ nasale che combatte col fruscìo degli arbusti.

L’ingresso nella Turbina è anticipato dal rumore di un ruscello che non si vede, dove le acque non mancano mai.

Primo piano di un grosso lucchetto attaccato a un catenaccio rotto, ragnatele su ragnatele vecchie di cent’anni. Dal buio emergono dei contorni, delle lame di luce dove danza la polvere.

«Fate attenzione. Non si vede niente, apro le finestre.»

Ha l’aria preoccupata la signora Ines, abbozza un sorriso sotto al cappello che la protegge dalle creature annidate negli angoli.

«Com’è ridotta» ripete.

Indica qualcosa in alto, sul soffitto. Sono venuti giù dei calcinacci, si vedono le travi del piano superiore e una porzione del tetto. Sul pavimento ci sono dei cocci di ceramica, su un tavolo di legno dei bicchieri incrostati di sporcizia.

«Guarda di qua» dico a mio zio – nella mia voce registrata sento questa lisca che suona ridicola, che mi disturba e che non riconosco.

L’immagine avanza incerta, traballando scansa un paio di sedie e passa in un’altra stanza, dove c’è il grande caminetto incriminato.

«Che fine hanno fatto i libri salvati?»

«Abbiamo creato un archivio» risponde la Ines. «È stato inaugurato tre anni fa. Avevamo in mente di bandire anche un premio per gli scrittori esordienti, ma ancora non ci siamo riusciti. Sapete, siamo tutti volontari. Per certe cose ci vogliono tanti soldi e tempo che non ce n’è mai. Ognuno ha il suo lavoro, la propria famiglia.»

Con uno stacco di montaggio siamo catapultati al piano di sopra, nella camera dello scrittore. Del letto sono rimaste soltanto le tracce sul muro, dove poggiava la testiera. C’è una sedia accanto a una piccola scrivania di legno divorata dai tarli, sotto la finestra col vetro rotto – le imposte della fame, delle pesti, e delle ignobili devastanti sconfitte. Zoom veloce verso l’esterno, dove tra il fogliame s’intravede il luccichio dell’acqua del fiume, del piccolo lago dove, finalmente liberi e felici, vennero a costruire gli spiriti dei castori.

Accanto alla camera c’è il bagno, che affaccia sulle scale. La videocamera entra, perlustra le ceramiche blu e la vasca dove le gocce d’acqua hanno formato una lunga striscia marrone sulla superficie.

«D’inverno ci moriva di freddo, dormiva con il maglione e due coperte addosso. Per l’acqua calda gli mettemmo il boiler» ci spiega la Ines indicando un cilindro rugginoso attaccato al muro, «ma i primi tempi non c’aveva neanche quello e a turno si faceva venire a casa di qualcuno di noi per fargli fare la doccia.»

A quel punto doveva essere ormai un vecchio coi suoi fulmini plutoniani, che camminava scalzo per le colline versando un grido sull’altare afflitto del mondo, anche se le fotografie riprese da un album che ci ha mostrato la Ines non lo dipingono affatto così: sorridente sotto la folta barba bianca, con gli occhiali dalla montatura spessa e una logora giacca di velluto, porge all’obiettivo un ciocco di legno destinato al caminetto.

Riscendendo, l’immagine segue il succedersi degli scalini, le astrazioni dell’intonaco scrostato. Al piano inferiore si sofferma su altri dettagli: vecchie confezioni di pannoloni, alcune stoviglie, una sedia di legno col pagliericcio sfondato.

Negli ultimi anni Peter si lamentava di non avere più niente e nessuno, a parte un obiettore che andava da lui una volta a settimana per sbrigare la corrispondenza e provvedere alle spese necessarie alla sussistenza. A causa di una malattia virale era diventato quasi cieco e aveva prestato le proprie orecchie per tradurre la poesia dei lecci e degli ontani, delle prugnole e della bardana.

Con uno stacco siamo di nuovo fuori dalla Turbina. Zoom lento su tre macchine da scrivere impilate una sopra l’altra e infestate dall’edera.

È l’immagine più poetica, la più commovente. Dopo il senso di abbandono che ci accompagna per nove minuti, arriva, improvvisa, questa specie di epifania. È qualcosa di definitivo, un monito con cui fare i conti.

Entrando non ce n’eravamo accorti. Eravamo troppo presi dal rudere, dalla brama di trovare indizi, per vedere questo totem che sembra lasciato lì apposta. Se non ci fossi stato veramente, potrei pensare che sia opera di una regia posticcia.

Lentamente, le macchine da scrivere svaniscono insieme al resto e l’immagine si fa trasparente, lascia sopravanzare il bianco che divora tutto balzando indietro nel tempo, alla prima pagina.

Ci ho messo un po’ a trovare le parole giuste, quelle che arrivano da un altrove fatto di carta per depositarsi sull’inquadratura finale.

La casa è quieta, tutto è immobile / Io ho scritto tutta la notte. / I primi raggi dell’alba sopra la collina / Riempiono l’intera valle con la loro pace.

Quella sera cenammo nella villa di proprietà della presidentessa dell’associazione, dove era stato allestito un banchetto pieno di cose buone. C’erano professori, assistenti, studiosi, poeti: ognuno con qualcosa d’interessante da dire. Tutto quel parlare su qualcuno che non c’era più è diventato l’assordante fuori campo sonoro del finale che lascia spazio alla vera poesia. Il silenzio sopraggiunge per rendere un po’ di giustizia e ristabilire un ordine su cui quest’uomo aveva lavorato nei suoi ultimi trent’anni. È il mondano che infine non può più niente davanti a un guscio vuoto abbandonato sulla riva dell’oceano che aspira ad essere un’increspatura sulla corrente.

Naturalmente, nessuno di noi è mai stato in televisione per tutto questo. Mi è rimasto soltanto un dvd con un montato di dieci minuti. L’ho intitolato: Natura in versi.

 

Note dell’autore
I fatti qui raccontati sono in parte inventati, così come le persone.
Con mio zio siamo stati veramente alla Turbina, nell’estate del 2005.
Le frasi in corsivo sono riprese dalle traduzioni di alcune poesie di Peter Russell.

16825767_10212044717977444_4855421397015199594_oSimone Ghelli ha pubblicato L’ora migliore e altri racconti (Il Foglio, 2011) e Voi, onesti farabutti (CaratteriMobili, 2012). Alcuni suoi racconti sono comparsi su antologie, riviste e siti letterari vari come minimaetmoralia, Nazione Indiana, Poetarum Silva, Cadillac Magazine e Verde. Nell’autunno del 2017 uscirà una sua nuova raccolta di racconti per Miraggi Edizioni.