Il pane con i pazzi e Christine Lavant

Sara Vergari

La poesia di Christine Lavant non sarebbe nemmeno dovuta nascere e niente nella vita della poetessa si è mosso a favore della scrittura. La Carinzia, quella terra del Sud dove ci si sente senza lingua né confini per la vicinanza a Italia e Slovenia, è una patria difficile da cui nessuno può liberarsi. L’intransigenza religiosa, il paesaggio silenzioso costituito da vallate dove l’eco è l’unica voce percepibile sono catene che stringono forte i suoi abitanti. La scrittura allora è una via d’uscita, un estremo tentativo di salvezza e testimonianza, una scelta di vita ribadita ogni giorno; è quella di Robert Musil, Ingeborg Bachmann, Christine Lavant, tutti e tre nati a Klagenfurt e segnati dalla malinconia carinziana.

Cresciuta in una famiglia di contadini in cui il padre non era potuto andare a scuola, Lavant sa bene che il suo destino è quello di imparare i lavori domestici e dedicare ad essi la sua vita, esattamente come la sorella. Una necessità più forte di ogni imposizione però grida da dentro fin dall’infanzia: leggere, amare, poetare. C’è un fuoco che arde nascosto e che deve divampare per non estinguersi. Bisogna dunque comprendere il profondo sconvolgimento adolescenziale di Christine Lavant, in bilico tra dover apparire una giovane donna remissiva e partecipe del mondo arcaico e primitivo carinziano ed essere invece luce che vuole brillare autonomamente, avida di vita. Il tentativo di suicidio a vent’anni e il ricovero volontario in un ospedale psichiatrico confermano la sensazione di impotenza verso se stessa. Nemmeno i medici sembrano capire il suo voler solo poetare, come riporta nei suoi Appunti da un manicomio.

«Allora bambina mia, il poetare lascialo a qualcun altro e quando il primario ti avrà riportato alla ragione, tra uno, due anni, allora sii felice se troverai una signora che ti insegnerà tutti i lavori domestici. Chiaro?»

Durante tutta la vita le condizioni di salute precarie la mettono di fronte alla morte, con cui costantemente dialoga nella sua poesia.

Morte diffamata, per me sei così bella!
Già di mattino ti penso come la mia capanna,
dove la sera mi trasferirò,
e penso che sopra la capanna brillerà una stella.
Nemmeno del trasloco ho paura!
Certo, prima bisognerà bruciare molto,
prima di tutto il corpo con tutte le sue brame
e dell’anima ciò che qui si è accumulato
in fatto di coraggio e di allegria.
Solo il mio amore, morte, lo porterò con me!
Per lui, se davvero sei il mio rifugio,
dovrai preparare l’angolo migliore della mia capanna,
e se possibile mettici anche una finestra,
perché la stella, la buona stella di cui parlo,
la possa colmare di tutta la consolazione,
che qui non gli ho mai potuto dare.

(Morte diffamata, per me sei così bella)

Dallo scorso Dicembre abbiamo la fortuna, grazie all’editore Effigie e alla traduzione di Anna Ruchat di poter leggere in italiano un’ampia selezione di poesie di Christine Lavant. Il volume Poesie raccoglie 81 componimenti scelti da Thomas Bernhard nel 1987 per il suo editore Suhrkamp. Lo scrittore voleva far conoscere al mondo intero l’amica che considerava un essere raffinato.

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Ciò che emerge forte e chiaro dalle liriche di Lavant è l’amore e il debito infinito verso Rilke. Un Tu etereo e spersonalizzato fa da destinatario ad una poesia su cui aleggia una terza presenza che veglia silenziosa. inquisitrice, quasi vendicativa. È il divino, quel Dio mio più volte ripetuto che suona più come imprecazione che come invocazione. La poesia di Lavant è infatti piena dell’assenza di Dio e grida rabbiosa, disperata ma mai compassionevole.

Questi giorni non diventeranno vita.
Forse già nel ventre di mia madre il mio destino
s’è coraggiosamente separato da me
e se n’è andato – audace come io non sono mai stata –
sulla stella abbandonata da Dio
ed è rimasto là, s’è messo a dormire
e forse sogna ciò che mi deve accadere
con le tempie luccicanti.
Maliziosa mi lascio portare dal vento
vicino al focolare della realtà
mi lascio abbrustolire, mi lascio sbucciare
e da coloro che sono amaramente delusi
mi lascio risputare nel fuoco
o nell’acqua salata.
Là spesso rifletto e mi chiedo, se Dio sappia di me
se ci siano spiriti custodi anche per quelli come me
e se il sacro nucleo dell’anima
ce l’abbiano davvero solo i sani
che rompono le noci con i denti
e prendono il destino degli altri per il loro.
Nel fuoco e nell’acqua nessuno è lucido –
Perdonatemi Dio Padre, Figlio e Spirito Santo!
Voi siete una trinità e io sono così sola
e nessuno lassù risveglia il mio destino.

(Questi giorni non diventeranno vita)

Il bisogno di risposte, conseguenza della percezione di questo abbandono divino, è del tutto umano e trova voce a partire dalle parole di Gesù che, in punto di morte, grida Dio mio perché mia hai abbandonato? (Matteo 27,46).

È della stessa intensità il grido del Rilke di Das Stunden-Buch (Il libro d’ore).

Senti altro accanto a me?
Altre voci oltre la mia?
Senti una tempesta? Anche io lo sono
e cenni ti fanno i miei boschi.

Senti un canto piccolo e malato
che ti tedia quando l’ascolti –
anch’io lo sono, esaudiscimi,
è abbandonato, inascoltato.
[…]
E così, Dio mio, è ogni notte.
C’è sempre qualcuno che è sveglio
e va e va senza mai trovarti.

(Das Buch von der Pilgerschaft)

Questo silenzio di Dio, per citare Bergman, nel cui cinema ha affermato e negato la presenza divina nella speranza della sua potenza redentrice, sembra rimanere tale nella lirica di Lavant dove l’Io combattente risulta in definitiva impotente.

Forse è stata tradita dalla fede cristiano-cattolica, come scrive Bernhard nella prefazione all’antologia, e forse, come ha scritto Nietzsche, l’umanità ha chiamato Dio la sua disperazione, la sua impotenza, tuttavia la poesia di Lavant sa che l’uomo deve lottare per affermare la vita, «masticando la radice della sua debolezza» e «condividendo il pane con i pazzi».

Voglio condividere il pane con i pazzi,
ogni giorno un pezzo di questo grande orrore,
anche la campana nel cuore,
là, dove il colombo fa il nido
e trova un minuscolo asilo
nella selva sulle acque.
A lungo ho vissuto come pietra
sul fondo delle cose.
Ma ho sentito la campana
Sussurrare il tuo segreto
nei pesci volanti.
Imparerò a volare e a nuotare
e lascerò tutto ciò che è pietra sotto la pietra
lascerò la malinconia coricata nella madreperla,
ma solleverò in alto la rabbia e la miseria.
Le mie ali sono più antiche della tua pazienza,
le mie ali sono volate oltre il coraggio,
che s’era fatto carico dell’errare.
Voglio condividere il pane con i pazzi
là, nella spaventosa selva del colombo
dove la capanna divide in tre parti il grande terrore
trasformandolo nel suono tripartito del tuo nome.

(Voglio condividere il pane con i pazzi)