La passione secondo Paolo Zardi

David Valentini

A due anni di distanza dal suo ultimo libro, XXI secolo – un testo visionario, apocalittico e senza pietà – Paolo Zardi torna con un romanzo sull’eutanasia, i rapporti familiari e le complesse contraddizioni dell’etica e della religione.

Date queste premesse si può intuire quanto sia stato difficile leggere La passione secondo Matteo con un occhio distaccato, che non tendesse continuamente al confronto con XXI secolo. Voglio mettere subito in chiaro questa cosa: per leggere bene La passione bisogna in qualche modo liberarsi dal pesante fardello di un libro arrivato finalista al premio Strega; bisogna spogliarsi di pregiudizi e termini di paragone, esattamente come un ricercatore farebbe con i propri bias durante un esperimento. Inoltre, chi ha letto qualcosa di Paolo Zardi non farà fatica a ritrovare le tematiche e lo stile dei racconti di Il giorno che diventammo umani.

«La passione secondo Matteo», Neo edizioni, 2017

«La passione secondo Matteo», Neo edizioni, 2017

Il romanzo è suddiviso in due momenti fondamentali: il viaggio verso l’Ucraina che Matteo compie con la sorellastra Giulia; l’incontro di Giulia e Matteo col padre e la decisione da prendere riguardo la sua malattia terminale.

Nel primo momento le tematiche fondamentali riguardano il confronto di due vite assolutamente diverse, accompagnate da due visioni del mondo che non hanno alcun punto in comune. Matteo è cattolico, marito devoto, padre di famiglia, perfetto lavoratore; Giulia è agnostica, affronta il sesso in modo libero, non ha figli e vive di espedienti. Lui è la parte sinistra del cervello (analitico, razionale, logico, lineare, capace di vedere nel tempo); lei è la parte destra (sintetica, creativa, olistica, apparentemente senza senso del tempo).

Queste due personalità cozzano a tal punto da sembrare, a una prima lettura, quasi macchiettistiche e stereotipate. È il tempo dedicato a questo confronto (ossia il numero di pagine) a fornire loro uno spessore che le rende umane a trecentosessanta gradi: quelli che inizialmente sono due abbozzi di persone – il cattolico e la freak – si trasformano pian piano in un universo completo, con due storie, due vissuti, due modi di vivere plausibili e una serie di obiettivi a breve e lungo termine in cui chiunque può ritrovarsi. (A tal proposito ho provato a fare un gioco per testare/tastare questi due personaggi così estremi: immaginare delle persone che conosco e cercare di associarle a uno dei due. Ebbene, nessuna persona che conosco è totalmente associabile a una o all’altra, e questo ha escluso la stereotipizzazione.)

Nel secondo momento interviene Giovanni, una personaggio con un vissuto enorme e con una personalità dissoluta, vanagloriosa, carismatica. Ma di questo personaggio ci viene presentato solo ciò che resta dopo il lungo travaglio di una malattia degenerativa irreversibile: un braciere quasi spento sotto la cui polvere grigia arde ancora qualche tizzone. Giovanni ha vissuto il Novecento nelle sue contraddizioni e nella sua complessità e ora, alla fine della sua vita, ha bisogno di sapere che va tutto bene; che non ha abbandonato due figli al loro destino; che, soprattutto, i figli che ha messo al mondo sono pronti ad affrontare le sfide che verranno.

Esattamente all’inizio del capitolo 20, a pagina 157, La passione secondo Matteo evolve. Ciò che nei primi tre quarti del libro è solo in potenza da questo punto in poi esplode. I confronti fra i personaggi si fanno serrati, emotivi, energici, sia a livello fisico che verbale. Tutto ruota intorno al passato, a come si cambia nel tempo, alle occasioni sprecate, a come si possono prendere decisioni difficili senza uscirne sconfitti. I confronti diventano scontri sul terreno sempre fecondo della morale umana, unico campo di battaglia in cui nessuno può veramente avere l’ultima parola.

Il punto centrale è che alcune scelte non possono essere né completamente giustificate né totalmente aborrite: verità o falsità infatti non pertengono alla morale se non quando le si vuole rinchiudere nei confini (spesso limitanti, come Matteo stesso ha modo di capire) di un sistema generale come, ad esempio, quello cattolico e quello ateo – e non è un caso se molte tematiche presenti in La passione di Matteo sono centrali nei libri di bioetica.

È difficile prendere una parte: tutte le motivazioni sono valide.

Chi allora può giudicare l’attrazione fra due persone che condividono una porzione di dna ma che, di fatto, non si sono praticamente mai viste?

Chi può giudicare la scelta di far terminare o meno la vita di una persona che sente di non avere altro motivo per continuare a vedere il proprio corpo diventare la propria prigione?

Amare è qualcosa di immenso, e intorno a questo tutto ruota. L’amore di Dio verso l’uomo, l’amore dell’uomo verso l’uomo. È veramente tutto lì, e non c’è niente di più complesso al mondo.

Matteo, che fino a quarant’anni ha vissuto una vita piena di amore convenzionale (verso Dio, verso l’uomo, verso la moglie e i figli), ora si trova a doversi confrontare con altri tipi di amore: l’amore verso un padre che l’ha abbandonato e che ora ha bisogno di lui per fargli commettere quello che, nei confronti della propria religione e del proprio Dio, è un peccato mortale; l’amore verso una donna, Giulia, così diversa dalla moglie e che così tanto ha da insegnarli su come funziona il mondo; l’amore verso se stesso, così ripudiato da tanto tempo.

Il discorso finale fra Matteo e Giovanni è il punto più alto del libro. Ne riporto una parte perché contiene una domanda che tutti dovrebbero porsi.

«Il matrimonio, l’amore tra un uomo e una donna… si basano su un reciproco egoismo. Sposare qualcuno è un modo di amare se stessi. Vivere insieme è fin troppo facile: non richiede sforzo, se non qualche piccola rinuncia. Se Maura ti chiedesse di ucciderla, non riusciresti a farlo.»

«Certo che no!»

«E così lei capirebbe che il tuo amore verso te stesso supera di gran lunga quello che provi per lei.»

«Visione curiosa, la tua. Vuoi che ti prepari la cena?»

«Fino a che punto sei disposto ad amare?» chiese il padre, come risvegliato da un lungo torpore.

Le neuroscienze contemporanee ci insegnano che gli uomini prendono le decisioni più sulla base delle calde emozioni che su freddi principi logici e razionali. La passione secondo Matteo affonda le radici in questo fatto scientifico e se ne ciba per portarci davanti allo specchio a domandarci: quanto siamo disposti ad amare?