«I ricci graficratici» di Cosimo Monari

Cosimo Monari

Sul web si possono trovare molte specie di ricci. Hanno un musetto peloso, la faccia sorridente e amichevole, e una gran curiosità che si traduce in una sana voglia di farsi i fatti degli altri. Quest’ultima caratteristica, però, costituisce spesso un problema, dal momento che i ricci tendono a contemplarsi l’ombelico per la maggior parte della loro vita e hanno un’istintiva e genuina repulsione per tutto ciò che ne differisce. È quindi facile vederli esibirsi in arditi giudizi morali ed estetici senza aver la minima idea del concetto di punto di vista differente.

Ecco, quando accade ciò e qualche utente sprovveduto che non li conosce bene si permette di avanzare gentilmente un’opinione diversa dalla loro, i ricci si chiudono nella loro bella palla di spine e si fissano l’ombelico, arrivando alla conclusione che, essendo il suddetto ombelico così bello, così rotondo, e così perfettamente peloso, sicuramente hanno ragione loro. Non conta l’insensatezza di questo pensiero, né contano le minacce o gli avvertimenti, ma neanche le prove dei fatti, o il semplice buon senso, o il ragionamento logico che dovrebbe essere la base di ogni comunicazione; il riccio si chiuderà benappunto a riccio e uscirà solo per insultare gli utenti che hanno osato contraddirlo.

Come si diceva, esistono varie specie di ricci; una delle più straordinarie e al contempo inquietanti è quella dei ricci graficratici. Qui il termine grafia è da considerarsi in un’accezione parziale e non del tutto esatta, ovverosia «frase grammaticalmente corretta con tutti i segni di interpunzione al posto giusto e con un uso ad hoc dei termini idonei alla situazione esplicitata, esatta, precisa, non verbosa, possibilmente in un italiano fluente, ricco ma leggero, memore delle lezioni di grandi pensatori, da Dante al Bembo, dal Manzoni a Calvino». Il termine cratici, invece, è da considerarsi in senso letterale. Il grande sogno dei ricci graficratici era infatti un mondo dove chi non rispettava le regole di comunicazione imposte dalla suddetta definizione di grafia, venisse messo immediatamente alla gogna.

Comparvero sul web una mattina di primavera, al risveglio da un letargo durato una decina d’anni, durante i quali si era evoluta e già consumata la stenografia da SMS. Ne rimaneva ancora qualche traccia nelle conversazioni di utenti frettolosi, pigri, o semplicemente affetti da paralisi delle funzioni cognitive (che – uno non direbbe – ma è un tipo di deficit molto diffuso che ha trovato l’ambiente ideale al proprio sviluppo nei social network). Ignari di ciò, i ricci graficratici si inserirono nel regno virtuale a poco a poco, con diffidenza verso quel mondo che non contemplava il loro ombelico; si fecero l’e-mail, poi Twitter, Facebook, Pinterest, un blog letterario, e altre cose su cui non ci soffermeremo. Si misero poi a guardare i commenti degli altri utenti, e questo fu il loro errore. Il primo «ke» non li spaventò più di tanto. Il secondo gli provocò solo un leggero brivido sulla schiena. Al primo «xke’», però, impallidirono. Quando incontrarono il primo congiuntivo sbagliato, imprecarono. Alla prima apparizione della terza persona presente del verbo avere senza H, bestemmiarono (ma sempre cercando di creare una certa armonia tra sonorità, stile e significato). Fu quando furono testimoni dell’uso a culo di (in ordine crescente di orrore) virgola, punto, accento, punto e virgola, punto esclamativo, due punti, punto interrogativo, puntini di sospensione, apostrofo, e videro lo scempio della consecutio temporum, D eufoniche inserite a sproposito, «ovvero» usato al posto di «cioè», e periodi ipotetici che iniziavano senza essere terminati, fu allora che tutti i ricci graficratici del mondo indissero la loro personalissima crociata eleggendo il web come Sacro Sepolcro perfetto da liberare dagli infedeli (il fatto di poter stare comodamente seduti davanti a uno schermo senza dover sudare, si sposava peraltro con la loro inesauribile pigrizia).

Così cominciò la crociata. Potevi trovare i ricci graficratici sempre in prima fila quando si trattava di commentare qualcosa di letterario o qualche post che voleva essere simpatico. I loro commenti e improperi vertevano principalmente sulla correttezza grammaticale degli scritti, sulla debolezza delle argomentazioni e sulla banalità dei temi. Non volendo però sembrare troppo spocchiosi, chiudevano puntualmente i loro commenti con frasi tipo: «bello, però!», «Comunque molto interessante.», «Lavoraci su!», «Malgrado ciò, ci sono spunti molto carini.», le quali immancabilmente sortivano l’effetto opposto: renderli odiosi ai più.

Su Facebook potevi trovare la loro pagina ricolma di citazioni, frasi, articoli che esaltavano l’importanza della cultura e della lettura, e – se avessi avuto modo di parlarci – ti avrebbero immancabilmente parlato per ore dell’ultimo libro che avevano letto in così poco tempo, per poi enumerare tutte le loro letture degli ultimi quindici anni, e lamentarsi della grettezza della gente, della loro superficialità, che non capiscono niente, che pensano solo al sesso, che l’uomo non si è evoluto, che solo passando ogni ora della nostra esistenza a leggere potremmo darle un senso. Al contempo, ignari del concetto di coerenza, insultavano i ricci da videogiochi perché erano degli asociali che dovevano farsi una vita. Non era peraltro raro sorprendere ricci graficratici che si vantavano di aver letto Cinquanta sfumature (che – a detta loro – non era neanche così brutto), oppure innalzavano a cardini della letteratura e/o della filosofia mondiale figure che risulterebbero quanto meno imbarazzanti per chi nella vita abbia letto altro oltre alla Pimpa e Playboy.

Aborrivano qualsiasi tipo di storpiatura, stenografia, abbreviazione, neologismo, inglesismo (i francesismi no perché erano abbastanza radical chic per loro), termine dialettale, interiezione inventata, inciso stilisticamente imperfetto, e soprattutto errori. Se qualcuno veniva colto sul fatto – H mancante, K di troppo – gli si lanciavano addosso come avvoltoi. Era inutile per il malcapitato provare a spiegare che era stato un errore di distrazione, o che non c’aveva fatto caso, che erano loro a essere eccessivamente severi; i ricci graficratici si chiudevano, si scrutavano l’ombelico, e – rassicurati – tornavano alla carica con nuovi e fantasiosi insulti (ma sempre impeccabili dal punto di vista grammaticale).

Storcevano sempre il naso davanti alle novità. Del resto, ogni novità è qualcosa che mette in discussione l’ombelico di ogni riccio. Per esempio, quando apparvero i primi e-book, potevi trovare migliaia di post che già rimpiangevano l’odore dei libri, il frusciare e il colore delle pagine. Poi, piano piano, visto che il loro ombelico sembrava non aver niente in contrario, decisero che gli e-book erano la nuova frontiera della conoscenza, e insultavano chiunque ne parlasse male.

I ricci graficratici cominciarono a estinguersi quando uno di essi fece un errore di battitura. Un suo amico (anche se, per quello che fece, definirlo amico è molto generoso…) gli scrisse un commento del tutto innocente per farglielo notare. Il riccio dapprincipio minimizzò: «Oh, sì, è una svista. :)». Poi stette al computer giornate intere senza mai riposare, attendendo che il suo amico facesse un errore. La pazienza del riccio venne premiata. Il premio fu un orrendo «ha» senza H. Subito cominciò a commentare: «Ah, correggi me, ma vedo che anche tu non scherzi!» oppure «Mh, c’è bisogno di un po’ di scuole serali…» o anche «Ma l’hai scritto apposta, vero? No, perché altrimenti è inconcepibile…». L’amico non gli diede corda, non lo insultò, non lo tolse dagli amici, non gli disse neanche che aveva ragione né che si sarebbe prostrato davanti alla sua indiscutibile superiorità. Si limitò a commentare il messaggio con una fastidiosissima faccina sorridente. Preso alla sprovvista, il riccio si chiuse a palla per ascoltare i preziosi consigli del suo ombelico. Dopo lunga discussione, l’ombelico gli confermò che il suo amico era uno stronzo, e che era meglio cancellare lui e quelli come lui da tutti i suoi contatti di tutti i suoi profili di tutti i suoi social network.

Il riccio obbedì. Ben presto, una volta che la notizia si diffuse, ogni persona che avesse a cuore i propri maroni usò lo stesso escamotage per estromettere i ricci graficratici dalla propria vita. Fu così che essi si ritrovarono per loro stessa scelta in gruppi, pagine, blog, e social che ospitavano solo dei loro simili. Dapprincipio furono contenti di ciò: finalmente la loro Terra Promessa, il loro mondo perfetto retto dalle sopracitate regole ferree della grafia era giunto. Purtroppo ignoravano le regole istintive che governano la loro specie: i ricci costretti a convivere finiscono per odiarsi a vicenda. Questo perché, come si diceva, da una parte hanno un’attitudine innata a farsi i fatti degli altri, ma dall’altra – come spero si sia evinto da questo breve racconto – sono tremendamente permalosi. Scoppiarono guerre intestine sulle regole più idiote (pare che alla base di tutto ci fosse una disquisizione sul valore causale o temporale del «che» di nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai in una selva oscura / che la diritta via era smarrita); qualcuno minacciò di rivolgersi all’Accademia della Crusca, qualcun altro ancora arrivò a minacciare di sostituire apposta tutti i «ch» con K e mettere e togliere le H a sproposito, qualcun altro lo sfidò a farlo, lui lo fece ma, preso dalla vergogna, pensò di suicidarsi, e l’avrebbe anche fatto se il suo ombelico non l’avesse convinto che era una brava persona e che gli stronzi erano gli altri.

Sarebbe potuta finire in tragedia ma, per fortuna, a causa quella pigrizia per cui vanno famosi i ricci, la vicenda si risolse con la chiusura di tutte le loro pagine web, e con un’impennata nelle vendite dell’ultimo libro della serie di Cinquanta sfumature. Ma solo in versione cartacea.

NOTA IMPORTANTE: recenti studi hanno dimostrato che l’Autore di questo testo, nonostante abbia tentato di far sparire qualunque prova del fatto e abbia minacciato di querele e pestaggi chiunque volesse distoglierlo dalla tranquillità del Suo ombelico, possedeva fino a qualche tempo fa la tessera di Socio Onorario dei Ricci Graficratici. In virtù di ciò, l’incauto lettore è tenuto a prendere con le dovute precauzioni le informazioni che questo breve scritto documentaristico divulga e/o suggerisce.


stocCosimo Monari è nato nel 1986 a Castel San Pietro Terme (Bologna). Stupida Tempesta di Provincia è la sua prima raccolta di racconti pubblicata nel 2011 da I Libri di Emil. Dal 2016 scrive articoli per la rivista cinematografica  MisterMovie. Attualmente frequenta il master in Editoria, Giornalismo e Management Culturale presso La Sapienza.