«Barchetta-fantasma» di Matilde Serao

Li conosci tu? Li conosci tu questi giorni fangosi e sporchi, quando la Noia immortale prende il colore bigio, l’odore nauseante, la pesantezza opprimente della nebbia invernale, quando il cielo è stupidamente anemico, il sole è una lanterna semispenta e fumicante, i fiori impallidiscono e appassiscono, le frutta imputridiscono, le guance delle donne sembrano di cenere, la mano degli uomini pare di sughero, la città patisce di acquavite e la campagna di siero? È in questi giorni che la fantasia del mondo, esaltata nella sua febbre, senza trovare più pascolo, senza avere più refrigerio, si nutre orribilmente di se stessa, arroventandosi o disseccandosi. In questi giorni la poesia, la delicata ed esile fanciulla, irrimediabilmente ammalata, s’illanguidisce, declina il capo e muore senza un gemito, senza un respiro – e l’arte, la robusta fanciulla, colpita mortalmente, agonizza, torcendosi le braccia, effondendo in lugubri lamenti la sua disperazione. Invano l’artista cerca di immergersi nel suo sogno prediletto: il sogno è scomparso. Invano egli tenta tutte le corde della bionda lira: sotto la sua mano tremante le corde si spezzano, con un suono che si prolunga nell’aria come un triste presagio. O giorni, o giorni scombuiati, feroci e maledetti.

Ma perché in questi giorni non amiamo noi, sino a morirne? Perché non chiudiamo gli occhi, lasciandoci rotolare in un abisso senza fondo dove è cosi dolcemente doloroso finire la vita? Perché non parliamo noi di amore sino a che la voce si esaurisca nella gola riarsa e la parola diventi un mormorio indistinto? Vieni dunque ad ascoltarmi. Narrerò a te d’amore.

A te, fantasma fuggevole e inafferrabile, essere divinamente malvagio, umanamente buono, infinitamente caro, bello come una realtà, orribile come una illusione, sempre lontano, sempre presente, che vivi nelle regioni sconosciute, che sei in me: chimera, persona, nebulosa, nome, idea odiosa ed adorabile da cui parte ed a cui ritorna ogni minuto la mia vita!

L’hai tu mai vista la barchetta-fantasma? L’hai tu vista, amor mio?

….. Odimi. Io non so quando avvenne la storia d’amore che ti narro; l’anno, il giorno e l’ora, non li conosco. Ma che importa? Oggi, ieri, domani, il dramma dell’amore è multiforme e unico. Batta il cuore sino a spezzarsi sotto una toga di lana, una corazza di acciaio o un abito di velluto, il suo palpito precipitoso non rovinerà meno o diversamente una esistenza; siano le braccia dell’amata cinte di bende sacre, nude, sotto le fasce dei braccialetti, chiuse nelle stoffe seriche, o seminascoste nei merletti, esse non abbracceranno con minore o diversa passione. Che importa una cifra? Tecla era bella. Il suo volto era di quel candore caldo e vivo che diventa cereo sotto i baci; nei grandi e voluttuosi occhi di leonessa si accendevano strane scintille d’oro; le labbra arcuate erano fatte per quel sorriso lungo, profondo e cosciente che poche donne conoscono; le trecce folte, brune, s’incu- pivano in un nero azzurro. Si chiamava Tecla, un nome duro e dolce, che nel fantasioso vocabolario dei nomi significa cuore colpevole. Hanno la loro fatalità anche i nomi. Fanciulla, Tecla aveva igno- rato l’amore, orgogliosa e indifferente; sposa a Bruno, Tecla aveva ignorato l’amore, moglie superba e glaciale. Eppure aveva veduto struggersi, consumarsi d’amore il forte cuore di Bruno, un ruvido e aspro cuore che non aveva mai amato, ma quel soffio ardente di passione non l’aveva riscaldata, quella voce ansiosa e appassionata non l’aveva commossa, l’amore di Bruno era rimasto inutile, inutile. Bruno se lo sapeva, Tecla glielo aveva detto. Ella non mentiva mai. Era sposa a lui, senza odio, ma senza trasporto. Bruno non si rassegnava, no. Tecla era il cruccio insoffribile della sua vita, il chiodo irrugginito, ficcato nel cervello, il tronco di spada spezzato e incastrato nel cuore. La ruga della sua fronte, la crudeltà del suo sguardo, il sogghigno del suo labbro, l’amarezza della sua bocca, il fiele del suo spirito era Tecla. Avrebbe dovuto morire, ma quando s’ama non se ne ha il coraggio. Avrebbe potuto uccidere Tecla, ma non vi pensava. Non si uccide una donna virtuosa: Tecla era virtuosa, di una virtù alta e fiera.

Ma come ogni altezza ne trova un’altra che la superi e la vinca, fino a che non si arrivi all’invincibile e all’incommensurabile, così dinanzi alla virtù di Tecla giganteggiò, immenso, l’amore. Fu una grande sconfitta; fu un gran trionfo. D’un tratto la fierezza si annegò nella umiltà, l’orgoglio fu ingoiato, trovolto. Era singolarmente bello Aldo, un fascino irresistibile vibrava nella sua voce armoniosa, le sue parole struggevano come fuoco liquido, il suo sguardo dominava, vinceva, metteva nell’anima uno sgomento pieno di tenerezza; ma se tutto questo non fosse stato, per Tecla egli era sempre, unico, l’amore. Fu una notte in una sala fulgida di lumi che si videro. Nulla seppero dirsi. Pure fra quei due esseri che si separarono senza un saluto, senza un sorriso, un legame indissolubile era sorto. Camminavano uno verso l’altro, dovendo inevitabilmente incontrarsi.

«Che fai tu alla finestra, Tecla? È un’ora che guardi nel buio, quasi vi scorgessi qualche cosa.»

«Guardo il mare, Bruno» rispondeva lei con la infinita mestizia di chi comincia ad amare. «La brezza della sera ti fa male, Tecla. Tu sei pallida come un cadavere.»

«Lasciami qui, te ne prego.»

«Tu sei triste, Tecla. A che pensi?»

«Io non penso, Bruno.»

«Dimmi, chi ti rattrista?»

«Nessuno può rattristarmi.»

« Tecla, la tua mano è gelata e le tue labbra sono, ardenti; tu soffri, tu tremi, tu vacilli…»

«Muoio…»

Ma in una notte cupa e profonda, dopo venti notti che l’insonnia tormentosa si assideva al
suo capezzale bagnato di lagrime, Tecla sentì scuotersi tutta, come se un appello possente la chiamasse.

«Eccomi» mormorò.

E muta, rigida, con l’incesso uniforme e continuo di un automa, col lungo abito bianco che le si trascinava dietro come un sudario, col passo ritmico che appena sfiorava il suolo, coi lunghi capelli disciolti sugli omeri, con gli occhi spalancati nell’oscurità, ella attraversò la casa e uscì sul terrazzo che dava sul mare. Aldo era là.

Ella andò a lui. Stettero a guardarsi, nell’ombra. Non un detto, non un sospiro. L’amore condensato, potente, sdegnoso di espansione, li soffocava.

O indimenticabili notti create per l’amore! O eternamente bello golfo di Napoli, dall’amore e per l’amore creato! Nelle notti di primavera, quando il fermento della terra conturba i sensi e tenta l’anima, quando nell’aria vi è troppo profumo di fiori, si può discendere al mare, entrare nella barca, fuggire la costiera, e sdraiati sui cuscini contemplare l’azzurro cupo del cielo, l’ondeggiamento voluttuoso del flutto, il palpito vivo delle stelle che pare si vogliano staccare per precipitare nell’immenso aere. Nelle torbide notti estive che seguono le giornate violente e tormentose, quando la terra si riposa, sfiaccolata, da una passione di quattordici ore col sole, felice colui che può farsi cullare in una barca, come in un’amaca, mentre il forte profumo marino gli fa sognare il tropico, la sua splendida e mostruosa vegetazione, e le svelte fanciulle brune che discendono sotto gli archi dei tamarindi.

Nelle meste e bianche notti autunnali, quando la luna malaticcia si unisce alla candida malinconia del cielo, al languido pallore delle stelle, alla nebulosità ideale delle colline, quando tutto il mondo diventa fioccoso di spuma, vi è chi presceglie il mare per confidente e va a narrargli il disfacimento della sua vita che inclina a perdersi nel nulla, mentre la morbida curva di Posillipo pare che si abbassi anche essa desiderosa di scomparire nel mare. Nelle notti tempestose d’inverno, quando il temporale della città ha tutta la grettezza e la miseria delle stradicciuole strette e delle grondaie piagnolose, quando l’anima sente il bisogno imperioso di una mano che l’afferri, che delizioso ed infinito terrore, che impressione incancellabile trovarsi in alto mare, in un ambiente nero, dove il pericolo è tanto più grande in quanto è indistinto. Ma più felice di tutti colui che godette queste notti carezzando i capelli morbidi di una donna adorata, che stringendola al cuore, potette sognare di rapirla nel paese sconosciuto desiderato dagli amanti, che potette sperare di morire con lei, sotto il cielo che s’incurva, nel mare che li vuole. Più di tutti colpevolmente felici e colpevolmente invidiati Aldo e Tecla.

«Aldo, il mare è troppo nero.»

«Io t’amo, Tecla.»

«Io t’amo, Aldo. Sostienimi col tuo valido braccio, amore. Perché quel barcaiuolo tace?»

«Il suo lavoro è duro, forse. Gli daremo del denaro… mi amerai sempre, sempre, Tecla?»

«Sempre. Aldo, quella fiaccola gitta una luce sanguigna sui nostri volti e sul mare. Pare che
illumini due cadaveri ed una tomba, amore.»

« Che temi tu dalla morte?»

«Dividermi da te.»

«Giammai. Dio deve castigarci egualmente.»

Un silenzio si prolungò. Si guardavano, mentre alla loro passione si univa la nota dolce di
una tenerezza grave come un presentimento. La barca volava sull’acqua; il barcaiuolo vogava con grande forza, senza volgere il capo a guardare gli amanti.

«Non ti sembra, Aldo, che siamo lontani assai dalla sponda?»

«Tanto meglio, dolcezza mia.»

«Perché quel barcaiuolo non parla?»

«C’invidia forse, Tecla. È giovane, amerà senza speranza.»

«Interrogalo, Aldo. Domandagli perché nasconde il suo volto.»
D’un tratto il barcaiuolo si volse. Era Bruno. Era la figura dell’odio. Aldo e Tecla si baciarono. E la barca si capovolse sul bacio degli amanti, sul grido di furore di Bruno. Tre volte vennero a galla gli amanti, abbracciati, stretti con una celestiale beatitudine nel viso, tre volte venne a galla una faccia contratta dalla collera.

….. Odimi, amore. In una certa ora della notte, sulla bella riva di Posillipo, su quella gaia di Mergellina, su quella cupa del Chiatamone, su quella fragorosa di Santa Lucia, su quella sporca del Molo, su quella tempestosa del Carmine, la barchetta fantasma appare, corre veloce sull’acqua, gli amanti si baciano lentamente, la figura dello sposo si erge sdegnata, la barchetta si capovolge. Ancora tre volte si rivede quell’eterno bacio, quell’eterno odio. Ogni notte la barchetta-fantasma appare. Ma non tutti la vedono. Dio permette che solamente chi ama bene, chi ama intensamente possa vederla. Apparisce solamente per gli innamorati, i quali impallidiscono a quell’aspetto. È la prova infallibile e singolare.

L’hai tu vista? L’hai tu vista, la barchetta-fantasma? O sciagurata me, se fui sola a vederla!

Matilde Serao (1856-1927) oltre a essere stata una scrittrice assai prolifica e tanto letta ai suoi tempi quanto inspiegabilmente trascurata oggi, è stata la prima donna in Italia a fondare e dirigere un quotidiano, Il Mattino, di Napoli. Leggendo Uno sguardo indietro (Editori Riuniti, traduzione di Maria Buitoni Duca), l’autobiografia di Edith Wharton, capita di trovare queste parole: «Tra le donne che ho incontrato là, la più straordinaria è stata senza dubbio Matilde Serao, la scrittrice e giornalista napoletana. Con il suo abbigliamento e la sua cadenza stridenti, appariva assurda in quel salotto, dove tutto era in penombra e in semitono – ma quando cominciava a parlare era padrona del campo. Ella non parlava mai dall’alto, né cercava di predominare nella conversazione, le interessava soltanto lo scambio di idee con persone intelligenti. Sapeva ascoltare e non si dilungava mai troppo su un argomento, ma interveniva con le sue battute al momento giusto, e lasciava spazio agli altri interlocutori. Ma quando era incoraggiata a parlare. Allora i suoi monologhi raggiungevano altezze superiori alla conversazione di qualsiasi altra donna che io abbia mai conosciuto. La viva immaginazione della narratrice (due o tre suoi romanzi sono magistrali) era alimentata da vaste letture e da una varia esperienza di classi e di tipi che le veniva dalla sua carriera giornalistica; e la cultura e l’esperienza si fondevano nello splendore della sua poderosa intelligenza».