Il Giardino di Bruno Tognolini tra orsi e Maine coon

Ci si affeziona presto a una gatta Maine coon, anche solo immaginandola: seduta in una posa statuaria nel suo pelo semilungo, l’aria altezzosa e il muso che sembra un viso. Facilmente ci si affeziona anche a un cagnone bianco dal nome che ricorda un orso, Orson, sorridente e con lo spirito protettivo di un pastore maremmano-abruzzese. Ecco, senza accorgercene siamo in un giardino, non è un giardino qualsiasi.

«Ginger si sentì avvolgere da tutte le parti da una nuvola calda e lanosa, che la abbracciò, la strinse, la sostenne. Il cagnone s’era acciambellato intorno a lei, come una grande conchiglia d’amore, e con la morbida coda da una parte e il muso dall’altra le accarezzava i fianchi tremanti. Un cane? pensò Ginger in uno sprazzo di coscienza. Che sa fare questo?… Il canarino aveva preso a svolazzare sulla sua testa, facendole aria con le piccole ali: un’aria strana, dissetante e un po’ inebriante. E trillava, con un canto acuto ma largo, di spilli e nuvole, leggero, immenso, che non era di un solo uccello ma di molti.»

Siamo nel Giardino dei musi eterni, siamo nel romanzo di Bruno Tognolini (pubblicato da Salani). «Sì, gatta Ginger, mortua tu sei. Ora me asculta, felina. In terrore di pietra ora tu sei, ma io so che udire me puoi, e dunque asculta. Devi sapere che la morte è nella vita, sciolta dentro nella vita morte c’è. E allora anche c’è vita nella morte. Mortua tu sei, consumato tu hai le sette vite gatte tue. Ora l’ottava, se tu vuoi, comincia. Asculta me…» Così parla Mama Kurma, la vecchissima tartaruga con la sua voce rauca che pare venire dai millenni.

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Tognolini, col suo Giardino, dà voce e spazio a qualcosa che era solo esperienza intima, o esperienza condivisa ma ancora silenziosa e invisibile ai più: la morte degli animali domestici.

«Quando questi compagni di vita muoiono» scrive l’autore in una lettera ai librai «accadono cose di cui nessuno parla, atti nascosti e sentimenti muti, che non hanno una loro narrazione.» Una delle cose che accadono si chiama cimitero, perché esistono anche per gli animali i cimiteri, giardini sacri con lapidi e foto come per gli uomini, mondi segreti ma diffusi.

Ginger, gatta Maine cool, è da poco un Àniman del Giardino dei Musi Eterni, quando viene a sapere per caso di strane sparizioni dei fratelli. Decide allora di stare all’erta, per non dire indagare in autonomia, anche se ha ancora molto da imparare sul Giardino dopo i «passettini nel vento». Le sparizioni continuano e viene formata una squadra speciale, capitanata da Ted, un pastore tedesco silenzioso che parla come nei telefilm in cui i cani come lui sono poliziotti e infatti anche lui lo è.

Va da sé che Orson e Ginger sono parte della squadra, naturalmente anche Mama Kurma, la saggia tartaruga che tutto sa. La storia si intreccia con le vicende del Custode del Giardino, che, alla ricerca di qualcosa che si trova proprio nel corpo di un animale morto, non esita a dissotterrarne alcuni per controllare i resti. Sullo sfondo del mistero la quotidianità – che fa rima con eternità – fatta di corse, di giochi, e delle visite di una signora speciale, la Nonnina, l’umana di una pigra cagnetta bastardina.

L’affetto tra umani e animali è il rovescio della medaglia di una storia che parla di animali morti e Àniman scomparsi. Sembrerebbe, raccontata così, una storia cupa ma non lo è. Sa anche di complicità, di corse all’aperto, di pioggia, di mattini di cicale e di canti notturni di rane, di cucciolata e latte caldo e fratellini. La tenerissima Trilly, porcellino d’India che a volte, pur nella sua semplicità, somiglia quasi a Mama Kurma, dice che «anche l’amore è una bestia! Lui solo può unire! Può superare in un solo volo la distanza, migliaia di anni, che divide le specie, noi e loro!».
Alba della propria vita e simbolo dell’Alba dell’umanità, i bambini devono vivere insieme agli animali per crescere bene: «non vanno a diventare veri umani, senza animali accanto in loro Alba» dice la Kurma. Chi sono i bambini se non esseri non del tutto civilizzati? Sanno correre per correre, si dice a proposito del cane Bestio e di tutti i cani. E i bambini, non sanno giocare per giocare? Intendendo il piacere di compiere gesti per la sola soddisfazione di saperlo fare e non per un fine ultimo?

Il rischio di antropomorfizzare è alto, Tognolini ne è consapevole. Ma se noi lettori arriviamo a rispecchiarci negli animali del Giardino, tanto meglio, perché alcune considerazioni sembrano messaggi morali: «Guardate bene, dunque, coi due occhi aperti insieme! Poiché forse le veritate sono due!» dice la tartaruga saggia con la sua voce dall’aldilà o da dentro di noi; e Trilly, in un’altra occasione, dà degli stupidi a Orson e Ted, perché bravissimi nel «Tu sei Tutti e Tu sei Tu» ma «un po’ scarsini nel Tu sei ME! O sono tutti o sono solo loro! Non si sanno immedesimare in un altro TU!».

Il Giardino dei musi eterni è un romanzo, è un giallo, è una magia. Bruno Tognolini è un poeta e, badate bene, non solo per bambini («occorre essere poeta, per fare il poeta per bambini» ha affermato tempo fa in un’intervista). Troviamo, nel Giardino, una lingua che ci incanta, immagini che ci seguono, uno sguardo nuovo, che diventerà il nostro, sull’energia e sulla vita che ci circondano. «Figure giganti composte soltanto di gocce, che scintillano di lampetti cristallini, miriadi di perline trasparenti che muovendosi, avvicinandosi, allontanandosi, formavano i corpi di luce di cani immensi, gatti titanici, uomini e alberi e fiori.» Non è poesia questa?