«Quattro uomini in una grotta» di Stephen Crane

VEDI PURE ALLA VOCE QUATTRO REGINE E UN EREMITA A SULLIVAN COUNTY

La luna si fermò per un attimo sopra la vetta di un alto pino in collina.

L’ometto stava di fronte al falò e faceva orazioni ai suoi compagni.

«Quando torniamo in città avremo una bella storia da raccontare se indaghiamo su questa cosa» disse, in conclusione.

Li convinse.

L’ometto era determinato a esplorare una grotta, poiché la sua bocca nera si era spalancata di fronte a lui. I quattro uomini accesero un ciocco di pino e si calarono sulle rocce lungo la collina. Nascosta da un boschetto sul versante della montagna c’era un’apertura in pendio. Una volta giunti lì accanto si fermarono.

«Dunque?» disse l’ometto.

Volevano tutti l’ultimo posto e l’ometto fu battuto. Provò a lottare da laggiù urlando che, se quel grassone tracagnotto gli si fosse messo alle spalle lui avrebbe fatto da tappo. Ma alla fine lanciò dietro di sé una maledizione e avanzò strisciando dentro l’apertura. I suoi compagni lo seguirono con cautela.

Si trattava di un passaggio con il pavimento ricoperto da argilla umida e ciottoli, le pareti melmose, rivestite di muschio verde e gocciolanti, che si inclinava verso il basso.Le torce tra fiamme rosse e fumo nero indagavano l’atmosfera della grotta.

«Oh!» gridò l’ometto, soffocato e inzaccherato, «torniamo indietro.» I suoi compagni non erano coraggiosi. Erano ultimi. Quello più vicino all’ometto lo spinse avanti, perciò lui pronunciò parole solforose e continuò a strisciare.

Le cose che stavano appese al soffitto umido e irregolare sembravano pronte a cadere sul collo scoperto di quegli uomini. Sotto le loro mani il pavimento sudato sembrava che fosse vivo e che si agitasse. Quando l’ometto provò a mettersi in posizione eretta il soffitto lo obbligò a riabbassarsi. Sbucavano fuori spunzoni e punte che lo colpivano. Aveva i vestiti bagnati e ricoperti di fango, e gli occhi, quasi accecati dal fumo, provarono a trapassare l’oscurità che stava sempre davanti alla torcia.

«Oh, dico io, ragazzi, torniamo indietro» gridò. In quel momento vide un bagliore di luce tremolante fra le ombre indistinte davanti a lui.

«Ehi!» disse, «c’è un’altra uscita.»

Il passaggio curvava in maniera brusca.

L’ometto infilò una mano oltre l’angolo, ma non toccò niente. Lo esaminò e scoprì che quel piccolo corridoio scendeva in modo repentino giù per la collina. Alla fine brillava una luce gialla.

L’ometto si contorse a fatica, e si calò mettendo avanti i piedi. Gli altri seguirono il suo piano. In ansia, tutti si avviarono per quel corridoio facendo attenzione. Le rocce traditrici rotolarono da sotto i piedi dell’ometto e ruggirono in maniera tonante sotto di lui, pietre più piccole smosse dagli uomini alle sue spalle gli colpirono la schiena. Riuscì a trovare un punto d’appoggio abbastanza stabile, e, voltandosi giusto un po’, imprecò con rabbia verso i suoi compagni, chiamandoli stupidi scemi sbadati. L’uomo tracagnotto si sedette, ansimando e traspirando, in alto nelle retrovie della processione. Le esalazioni e il fumo di quattro ciocchi di pino gli erano finiti nel sangue. Polveri e scintille dappertutto, negli occhi e tra i capelli. La pausa dell’ometto lo fece arrabbiare.

«Vai avanti, stupido!» urlò. «Hai paura eh, povero scimunito pittato.»

«Ah!» disse l’ometto. «Vieni quaggiù e vai avanti tu, imbecille!»

L’uomo tarchiato tremò dall’impeto. Si piegò in avanti. «Idiota…»

Fu interrotto perché gli mancò il terreno sotto a un piede e finì per schiantarsi sull’uomo di fronte e al di sotto. Non è una grande idea litigare su un pendio scivoloso, quando l’ignoto sta al di sotto. L’uomo grasso, avendo perso il supporto di uno di quei piedi grossi come un pilastro, barcollò in avanti. Il suo corpo sbaragliò l’uomo che gli stava accanto, il quale precipitò su quello ancora accanto a lui. Infine tutti caddero sull’ometto che imprecava.

Scivolarono come un corpo unico giù per il pavimento instabile e melmoso del passaggio. Il percorso di pietra deve aver traballato con lo sfrecciare di quella palla di uomini intrecciati e di urla soffocate. Le torce si spensero con l’assalto congiunto sull’ometto e gli esploratori turbinarono verso l’ignoto nell’oscurità. L’ometto sentiva che stava avanzando verso la morte, ma persino nelle sue circonvoluzioni morsicava e graffiava i suoi compagni, dal momento che era contento che fosse colpa loro. Quella massa vorticosa andò giù per cinque metri buoni, e si fermò su un piano asciutto, illuminato dalla forte luce gialla di alcune candele. Le luci si dissolsero e divennero occhi.

I quattro uomini formavano un cumulo sul pavimento di una cripta grigia. Un fuocherello bruciava senza fiamma in un angolo, il fumo scompariva in una fessura. In un altro angolo c’era un letto fatto di rami secchi di cicuta e due coperte. Utensili per cucinare e vestiti sparsi tutto attorno, tra scatole e un barile.

Gli uomini tennero poco conto di queste cose. L’uomo tarchiato non insultò l’ometto, e quest’ultimo non imprecò in astratto. Otto occhi spalancati erano fissi sul centro della stanza tra le rocce.
Un grosso masso grigio, tagliato perpendicolarmente, come un altare, stava in mezzo al pavimento. Sopra bruciavano tre candele, dentro delle ciotole di latta ondeggianti appese al soffitto. Di fronte, con quello che sembrava essere un piccolo volume tenuto stretto fra le sue dita gialle, c’era un uomo. Era una persona infinitamente itterica con indosso la camicia a quadri marrone dei contadini che arano la terra e allevano le mucche. Il resto del suo abbigliamento erano un paio di stivali. Una lunga barba grigia gli penzolava dal mento. Fissò i suoi occhi luccicanti e ardenti su quel mucchio di uomini, e rimase immobile. Ammaliati, le lingue attaccate al palato e il sangue agghiacciato, si alzarono in piedi. Lo sguardo brillante del recluso passò lentamente sul gruppo fino a che non si soffermò sull’ometto. Lì si bloccò e arse.

L’ometto si rinsecchì e si accartocciò come una foglia secca sotto il vetro. Finalmente, il recluso parlò piano e con voce profonda. Era una voce vera proveniente da una grotta, fredda, solenne e umida.

«È il tuo turno» disse.

«Cosa?» disse l’ometto.

L’eremita inclinò la barba e fece una risata che era o il vocio di una strega in una tempesta o il rumore dei ciottoli in una scatola di latta. La carne dei suoi ospiti sembrava pronta a cadere dalle loro ossa.

Si accalcarono gli uni sugli altri e lanciarono occhiate alle loro spalle. Bisbigliarono tra loro.

«Un vampiro!» disse uno.

«Un gül!» disse un altro.

«Un druido di fronte al sacrificio» sussurrò un altro.

«Il fantasma di uno stregone azteco» disse l’ometto.

Mentre lo osservavano, quel volto imperscrutabile subì un cambiamento. Divenne uno sfondo livido per i suoi occhi, che fiammeggiavano verso l’ometto come dei carbonchi ferventi. La sua voce si alzò fino a diventare un ululato di ferocia. «È il tuo turno!» Con un movimento simile a quello di una pantera estrasse un coltello lungo e sottile, e avanzò, con la schiena curva. Due cani cadaverici comparvero dal nulla e, accigliati e ringhianti, fecero delle finte feroci alle gambe dell’ometto. I suoi compagni scossi da brividi lo spinsero in avanti.

Fremendo si mise una mano in tasca.

«Quanto?» disse, lanciando uno sguardo sfuggevole al coltello che brillava.

I carbonchi svanirono.

«Tre dollari» disse l’eremita, con un tono sepolcrale che risuonò contro le pareti e attraverso i passaggi, svegliando spiriti parlanti da tempo ormai morti. L’ometto tremando prese dalla tasca un rotolo di banconote e mise tre pezzi da uno su quella roccia simile a un altare. Il recluso osservò il piccolo volume che teneva fra le mani con la venerazione negli occhi. Era un mazzo di carte da gioco.
Sotto le tre candele ondeggianti, sulla roccia fatta a altare, la barba grigia e l’ometto agonizzante giocarono a poker. Gli altri tre uomini si rannicchiarono in un angolo, e li osservavano con occhi che brillavano di terrore. Di fronte a loro sedettero i cani cadaverici che si leccavano le labbra rosse. Le candele si stavano consumando e cominciarono a tremolare. Il fuoco all’angolo si spense.

Finalmente, il gioco arrivò a un punto in cui l’ometto mise giù la sua mano e disse tremando: «Non posso vedere le sue carte stavolta, sir. Sono senza un soldo».

«Cosa?» strillò il recluso. «Non puoi vedere le mie carte! Vile codardo! Cane bastardo! Ho quattro regine, miscredente.» La sua voce divenne così potente che non riusciva a stargli in gola. Per un attimo si strozzò lottando contro i propri polmoni. Poi il potere del suo corpo fu concentrato in un’unica parola: «Vai!».

Puntò un dito giallo e fremente verso una larga fessura nella roccia. L’ometto vi si gettò con un ululato. I suoi compagni rimasti fino ad allora pietrificati sentirono di nuovo il sangue scorrergli nelle vene. Con dei grossi balzi si lanciarono alla volta dell’ometto. Un minuto di rimestio, caduta e spinte li portò all’aria aperta. Si arrampicarono fino al loro accampamento spiccando salti furibondi.

Il cielo a est era di un giallo lurido. A ovest le impronte della notte uscente giacevano sui pini. Di fronte al loro falò di nuovo acceso sedeva John Willerkins, la guida.

«Salve!» gridò mentre loro gli si avvicinavano. «Siete pronti, ragazzi, per andare a caccia di cervi?»

Senza rispondere, si fermarono e si misero a discutere fra loro a bassa voce.

Alla fine, l’uomo tarchiato si fece avanti.

«John» gli chiese, «sai se la grotta qua sotto ha qualcosa di particolare?»

«Sì» disse subito Willerkins, «Tom Gardner.»

«Cosa?» disse l’uomo tarchiato.

«Tom Gardner.»

«E chi è?»

«Be’, vedete» disse Willerkins lentamente, mentre tirava delle gloriose boccate di fumo dalla sua pipa, «Tom Gardner era un padre di famiglia un tempo, che viveva da queste parti in una fattoria. Di solito andava spesso in città, e una volta si mise a scommettere in una di quelle bische che hanno là. Si vendette l’anima al diavolo abbastanza velocemente quindi. Alla fine una volta tornò a casa e disse ai suoi che ne aveva abbastanza e vendette la fattoria e tutto quel che aveva al mondo. La sua mogliettina morì subito dopo. Tom impazzì e presto…»

Il racconto fu interrotto dall’ometto, impossessato dai demoni.

«Non me ne importerebbe un accidenti se mi avesse lasciato abbastanza soldi per portare a casa il risultato contro quel dannato pirata rosso dalla barba grigia» disse in tono stridulo, la frase che ribolliva di rabbia. L’uomo tarchiato osservò l’ometto con calma beffarda.

«Oh, bene» disse, «quando torniamo in città avremo una bella storia da raccontare se indaghiamo su questa cosa.»

«Vai al diavolo» rispose l’ometto.

Stephen Crane (Newark, 1871 – Badenweiler, 1900) è stato il cantore realista della Bowery e della sua trasformazione da zona hip a slum brulicante di saloon, dance hall e bordelli. Lui stesso ebbe una lunga relazione con una maîtresse sposata a un aristocratico e condusse una vita abbastanza dissipata, buscandosi di tutto: dalla febbre gialla alla malaria, al punto da finire i suoi giorni senza un soldo bucato e afflitto dalla tubercolosi in una spa della Foresta Nera.