Un irlandese a Bucarest

Lucia Massacesi

Questo articolo è stato pubblicato su Romania senza dracula, che ringraziamo così come l’autrice.

Ci incontriamo un pomeriggio di dicembre al Senecanticafe. All’inizio crede che io sia un’insegnante di tango perché nel profilo Facebook risulto in coppia: un account di contatto, avevo precisato, soltanto per comunicare con gli amici tangueros. Non tutti i malintesi vengono per nuocere. Scopro che anche Philip Ó Ceallaigh ha preso lezioni di tango. «In passato, con la compagna del momento ma poi è finita lì.» Una piccola rivelazione che in realtà non mi sorprende. Il tango nasce da una necessità comunicativa e, come la scrittura, rielabora silenzi, solitudine e nostalgia, crea narrazione e possibilità di incontro. Non solo, alle origini il tango si ballava tra maschi, individui sradicati dalla terra di origine alla ricerca di una seconda possibilità nel nuovo mondo. Anche molti personaggi di Philip – scoprirò leggendo i diciannove racconti di Appunti da un bordello turco (Racconti Edizioni, 2016) – sono figure maschili spesso solitarie alle prese con il passato e nuovi inizi. E nuovi fallimenti.

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Per presentarmi e correggere il tiro, accenno all’unico libro che ho scritto e di cui esiste una copia in alta quota, alla Capanna Margherita. Montagna e paesaggi alpini accendono una luce nei suoi occhi azzurri e per qualche istante ci incamminiamo fiduciosi lungo lo stesso sentiero, in fuga dal traffico di Bucarest: «Anche qui in Romania ci sono tante escursioni interessanti…». Il richiamo al mondo selvaggio, quello che si estende in ogni direzione oltre la comune comfort zone della città, fa parte del suo habitat interiore: ne troverò puntuale traccia in più di un racconto, come in Gone Fishing (A pesca) o nell’intenso High country nella seconda raccolta The Pleasant Light of Day. Non è un caso che Hemingway sia uno dei suoi scrittori di riferimento, assieme a Kerouac, Bukowski, ma anche Čechov e Dostoevskij.

Gli propongo un tè o una tisana, cioè quello che questo spazio hipster propina ai suoi zelanti avventori (in Romania aspirare alle ultime illuminate tendenze a volte comporta anche sacrificare abitudini ritenute troppo di massa, come godersi una gustosa birra locale e doversi dissetare con una gamma di tè e tisane dal triste sapore di paglia secca), «NO, grazie!» si affretta a rispondermi con drammatico movimento di sopracciglia, un equivalente educato della smorfia che avrebbe riservato a un più collaudato amico. In effetti, una birra sarebbe stata perfetta ma sediamo già al caldo in comode poltrone Ikea, cullati da un sottofondo di standard jazz, su uno scaffale accanto a una copia di De două mii de ani di Mihail Sebastian, recentemente rieditata, dopo il grande successo della traduzione inglese curata da Philip. Cos’altro chiedere?

Come sospettavo, non ricavo molto riguardo al sufletul romanesc. Forse devo cominciare a capire che la domanda tormentone delle mie interviste «Esiste per te qui in Romania, uno spirito del luogo?» genera un certo formicolio mentale più che un onesto spunto di riflessione.

«Negli anni Novanta la Romania era un luogo deprimente (il suo primo soggiorno qui risale al 1995-1997, ndr) e Bucarest appariva come un accidente della storia. C’era uno strano senso di umiliazione nelle persone. Poi negli ultimi quindici anni le cose sono andate cambiando e i giovani di oggi sono del tutto diversi, basti pensare al movimento di Roșia Montana e poi dopo l’incendio del Colectiv: sono ragazzi come ne trovi in qualsiasi città europea.»

«Quando sono tornato a Bucarest la seconda volta nel 2000 non avevo nessun piano specifico e nulla mi stava andando bene. Io scrivevo poesie e racconti brevi che non avevano un format commerciale. Comunque sia, non sono capace di scrivere romanzi, è un genere che non mi appartiene. Vivevo in un monolocale al decimo piano di un bloc in un quartiere dormitorio alla periferia della città. Mi pioveva in camera. Scrivevo per la disperazione, evitando di dire che ero uno scrittore perché o non mi avrebbero creduto o sarei stato giudicato pazzo. Ma ormai avevo intrapreso una via senza ritorno, cosa che in realtà aveva anche qualcosa di positivo, perché mi rendeva del tutto libero di fare quello che desideravo fare. Così, avendo già le mie ossessioni, ho fatto uso della città, dei suoi personaggi, dei suoi ambienti, questo soprattutto nel primo libro. Non solo. Sentivo anche che c’era una forma di responsabilità nello scrivere: osservano la gente, volevo capire come riuscissero a costruire senso. E nel mio bloc gli elementi interessanti di certo non mancavano.»

A proposito di spirito del luogo, chiedo a Philip un commento sul suo lungo articolo apparso in Granta Bucharest, Broken City e poi tradotto in rumeno per DoR (Decât O Revistă) nell’aprile 2015, sulla distruzione dell’antico quartiere ebraico attorno a Unirii. Del pezzo mi aveva colpito il livello di approfondimento e di meticolosa ricerca delle fonti, la capacità di mettere insieme un coro di voci in grado di rievocare un passato altrimenti del tutto consegnato al silenzio. «Scavare nel passato è una mia grande preoccupazione e necessità, questo per meglio capire il presente.» Questa attrazione per il passato è anche all’origine della sua fortunata traduzione in inglese di Mihail Sebastian, For Two Thousand Years, drammaturgo e scrittore rumeno di origini ebree protagonista di una pagina delicata e complessa della scena culturale interbellica in Romania.

«Ora ho appena finito di scrivere un libro sulle vite e le opere di una serie di scrittori dell’Europa dell’Est contemporanei di Sebastian per cercare di riportare in luce voci e mondi altrimenti destinati all’oblio. In realtà non so se verrà mai pubblicato.»

È ora di salutarci, ciascuno diretto verso l’impegno successivo, nel mio caso con la sensazione che anche oggi Bucarest abbia compiuto il suo piccolo miracolo quotidiano di città piena di energia creativa: spirito del luogo, forse.