Mia Alvar, donne forti e lavori invisibili. Nota di traduzione

Questa nota del traduttore è nata in ritardo, molto tempo dopo i mesi passati a impastare e levigare le parole, quindi è soltanto una serie di pensate sul contenuto, non sul processo della traduzione in sé. Guarda caso, quando mi è stato chiesto di scriverla, ero ospite di amici che hanno due maid filippine. Un caso sì, ma mica tanto.

Io non ho mai avuto una maid né una donna delle pulizie, e più o meno guadagno come loro, faccio un lavoro invisibile quanto il loro – come diceva il geniale Angelo Morino i traduttori sono «casalinghe e casalinghi della letteratura» ma naturalmente in confronto a loro io faccio una vita di lusso sfrenato e scandalosa libertà.

Mi piace fare domande, specialmente a chi è nato in una cultura diversa dalla mia, quindi Puri (Purification, classico nome cattolico) e Joy – la mia omonima, altro caso – non sono mai state invisibili per me. Stessa cosa vale per i loro datori di lavoro. Ma non è scontato. Qualche mese fa, pochi giorni dopo l’uscita di Famiglie Ombra, è uscito in proposito un articolo lunghissimo e intenso sull’Atlantic, My family slave, del Pulitzer Alex Tizon, morto a marzo di quest’anno. Il suo pezzo sul rapporto master&slave ovvero padrone di casa/maid e Filippine/resto del mondo ha aperto gli occhi a molti, e ci sono un’infinità di commenti dopo l’articolo, altrettanto interessanti.

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«Famiglie Ombra» di Mia Alvar, traduzione di Gioia Guerzoni, illustrazioni di Elisa Talentino, Racconti edizioni, 2017

Ecco, la storia di Tizon e quelle di Mia Alvar, mi hanno aiutato a capire perché per anni, quando passavo l’inverno a Delhi o Bombay, non riuscivo ad accettare la distanza che i padroni di casa mettono invariabilmente tra sé e i loro domestici, la lavandaia, l’autista, il fruttivendolo porta a porta, l’omino che porta il pesce fresco, quello che stira a domicilio, ecc.. Non solo perché non riesco a mettere una barriera con nessuno in genere, il che non è sempre positivo, ma perché non riesco proprio ad accettare che una persona sia trasparente. Quindi faccio domande. Molti, da principio, sono insospettiti o sorpresi dalla mia attenzione.

Ho trovato molte risposte anche nel documentario intitolato Lakshmi and me, della regista indiana Nishtha Jain, che esplora il complicato rapporto tra padrona di casa e domestic worker.

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Ma ovviamente questo libro non parla solo di maid. Ne accenno solo perché il nostro immaginario si ferma più o meno lì quando si parla di Filippine.

Nelle storie di Alvar tutti i personaggi femminili, che facciano la maid, l’infermiera, o l’educatrice, sono donne vere, caparbie, che combattono, che diventano presidente, che si sacrificano con consapevolezza: la mamma del medico in Kontrabida, oppure Cory, nel racconto Vecchia Ragazza, che sembra una semplice casalinga ma poi di fatto diventa presidente, la mitica Corazon Aquino (nientemeno primo presidente donna del continente asiatico, ecco qui la storia del personaggio). E poi Milagros, del racconto omonimo, che fa la rivoluzione, la madre e la giornalista ombra per suo marito.

Mia Alvar

Mia Alvar

Insomma, sembrano tutte in ombra, invece poi scopri invariabilmente che sono donne molto, molto forti. E scaltre.

Quello che mi ha impressionato in molti racconti è anche il senso di comunità che si ricrea ovunque. A Hong Kong, dove ho visto vari maid shop, con tanto di foto in vetrina, al 90% filippine, le maid e le infermiere si trovano la domenica dopo la messa a mangiare e chiacchierare. Il cibo è il legante supremo, come nel racconto che dà il titolo alla raccolta, Famiglie ombra. Stando insieme tentano di scacciare un po’ la solitudine, il prezzo che pagano per costruire il futuro di altre vite, ancor prima della loro.

Nel 2016, circa 3 milioni di filippini (così tanti da avere il loro acronimo da tempo, OFWs – Overseas Filipino Workers), hanno lasciato il paese per mandare a casa soldi. L’anno scorso le rimesse degli OFW nelle Filippine hanno raggiunto la cifra record di 26.9 miliardi di dollari.

Mentre traducevo Mia Alvar mi è venuto in mente anche quell’imperdibile pugno nello stomaco che è il documentario The act of killing, di Joshua Oppenheimer, che rende visibile la storia dell’Indonesia e dei suoi anni peggiori, gli anni dei pogrom. E anche Elizabeth Pisani, con il suo pluripremiato Indonesia ecc., che ho avuto la fortuna di tradurre.

Imparare la Storia dalle storie è un privilegio, e una rarità per alcune aree geografiche. Come se ormai certi paesi del mondo fossero avvolti in un alone di foschia o relegati in un angolo così grigio della nostra visuale, il famoso punto d’ombra, che riusciamo ad avvicinarci alla Storia soltanto tramite un documentario o un racconto. Bisognerebbe abbandonare l’abitudine a guardare solo all’Europa o all’America, a prendere a modello riferimenti vicini o facili.

C’è tutto un mondo, anzi vari mondi, negli impeccabili micro romanzi di Mia Alvar. Si va da New York a Bahrein a Manila.

Spero che Mia Alvar scriva ancora, e presto, così potrà accompagnami a esplorare altri mondi.