«After porn ends», il documentario oltre il velo della voglia

Cosimo Monari

After porn ends 1 e 2 è un ciclo di due documentari disponibili su Netflix, un’immersione nel mondo del porno. Attenzione: non nei film porno, ma nel mondo che li plasma, in tutto ciò che gli sta attorno, nei meccanismi di un’industria fatta di brand e marketing, visti attraverso le voci di chi li ha vissuti sulla propria pelle: le porno star. Maschi e femmine, quarantenni e settantenni, il documentario ce li mostra in carrellata, senza dare una continuità cronologica, né un punto di vista univoco o una tesi finale. Semplicemente, ci restituisce le voci, più o meno consapevoli, dei protagonisti di un universo che, forzatamente, per l’enorme peso sociale che comporta, per il suo permeare la società di massa senza essere considerato accettabile, rimane impresso.

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Andando a sviscerare interviste e commenti c’è la sensazione che il porno sia una realtà doppia. Il porno è successo, edonismo, eccesso, soldi, ammiratori, autografi, il porno è spensieratezza, divertimento, ironia – tipo andare a vedere Who’s Nailin’ Paylin?, pellicola dove una coppia di soldati russi rimane in panne col carroarmato davanti a casa di una Sarah Palin lasciva… con tutto quello che ne consegue –, consapevolezza di essere nient’altro che oggetti per la masturbazione. Ma il porno è anche stigma sociale, è vessazione psicologica, pregiudizi, impossibilità a sfuggire dall’ etichetta di pseudo-prostituzione, difficoltà a farsi vedere oltre la propria professione. Per quanto siano coscienti delle proprie scelte, dai pensieri degli attori e, soprattutto – per evidenti pregiudizi culturali – delle attrici, emerge sempre l’irreversibilità di una decisione che dura per sempre.

Nailin-Paylin

«X is forever» sentenzia Randy West, settantenne pornoattore. Perché arrivare a una scelta che ti marchia come moderno appestato in una società che fa finta di essere sana? Che rischia di portarti all’odio per te stesso, all’autolesionismo, alla depressione? Per il successo. Per il guadagno facile. Si mettono da parte molti soldi, ci si gioca bene le proprie carte (rigorosamente attendere qualche anno prima dell’anal e dell’interracial…) e poi magari si riesce a vivere di rendita per il resto della vita. Il porno è un passaggio, una carriera breve (da 2 anni, fino a 8 per le star… molto meno di un qualsiasi sportivo) o un trampolino di speranza per arrivare ad altro, a una vita agiata, a un lavoro più dignitoso. Meglio lavorare due giorni a settimana per poche ore e 8mila dollari o tutta la settimana dietro la cassa di un supermercato per pochi spicci?

Lisa Ann (l’attrice che impersona Palin nel sovracitato film) dichiara che il suo obiettivo era, un giorno, di riuscire a posare con i vestiti invece che nuda. Crissy Moran parla di sé come di scarto umano, oggetto in mostra. Spesso c’è anche un elemento di rivalsa che porta alla pornografia: il porno è una rivincita per chi era grasso, per chi era considerato nerd, chi non era abbastanza cool. Il porno è una autostrada per il successo, il porno ti dà notorietà e ti fa sentire arrivato. Un’alternativa concreta a Hollywood o alla massa degli anonimi. Porno star è il mito americano dello star system portato sul piano di un’esasperata finzione corporale. «We were rockstars!» dice Janine Lindemulder ricordando il proprio esordio in Hidden Osbessions.

Ma in fondo, cosa differenzia un giornalino porno dal poster dell’attore hollywoodiano nella camera di un’adolescente? La semplice nudità. Lo scopo di entrambe le immagini è lo stesso: la masturbazione (carnale o mentale che sia) e l’esposizione è altro dalla nudità. Il porno è altro. «La voglia al di là della voglia». Gloria Steinem – bandiera del femminismo anni ’60-’70 – concepisce la pornografia come dominazione, l’erotismo come reciprocità. Il porno non è sesso, è atto solipsistico che non necessita di un partner ma di un oggetto umano con cui masturbarsi. La pornostar Houston si autodefinisce una «Puttana della pubblicità» e giudica l’industria pornografica come un mondo dove «più ci si mostra, più si fa carriera». In questo senso si potrebbe definire Hollywood come un’industria pornografica soft; la logica del mostrarsi e della dominazione è alla base della divizzazione di star come Johnny Depp, Scarlett Johansson, Brad Pitt, Angelina Jolie. Ciò che conta è solo il volto pubblico, l’ossessionante particolare del pettegolezzo e del red carpet. Una star è viva soltanto nel momento in cui è visibile, in cui si parla di lei.

Per far fronte a questo svuotamento della persona, chi lavora nel porno ha imparato a scindersi. Il nome d’arte ne è un esempio evidente. Ma spesso la fuga dal sé porno funziona a metà, per svariate ragioni. È il caso di Crissy Moran, portata a depressione e autolesionismo dalle pressioni sociali ed emotive a cui era sottoposta. C’è il rischio, infatti, di non riuscire a calibrare la giusta distanza psicologica e di non riconoscersi più nel nome fittizio, nella figura costruita ad hoc, oggetto, brand per l’autoerotismo. È il caso di Richard Pacheco che, con l’esplosione del rischio HIV (stiamo parlando degli anni ’80), si è trovato davanti a una scelta; il lavoro di porno attore da una parte con i suoi rischi, la vita e la famiglia dall’altra. E di fronte alle parole della moglie a letto – «Credi che dovremmo fare sesso? Non credi che sarebbe prudente se almeno uno di noi rimanesse vivo per crescere i bambini?» – la scelta non è stata così difficile. E anche per Tyffany Million, entrata nel porno perché madre single, impaurita dalla solitudine, nel momento in cui trova un uomo che non sa nulla del suo doppio pornografico, che vede in lei solo una donna, e l’ama per la persona che è, impara lei stessa ad amarsi.

Richard Pacheco

Richard Pacheco

Il mondo del porno, famigliare o non famigliare, divertente o noioso, remunerativo o meno, non offre stabilità emotiva. Il rifugio nella concezione tradizionale di famiglia è la strada scelta dai più. Ed è difficile capire – essendoci solo tendenze di comportamento, ma non regole – se questa ricerca di successo e soldi da una parte, e la successiva ricerca di sicurezza personale e psicologica dall’altra, siano comportamenti dovuti più a una coercizione sociale o a un reale bisogno emotivo dell’individuo. Tra le tendenze, vi è di certo una strana propensione a sfuggire dal pianeta-porno rifugiandosi nella fede. Ma se senti il bisogno di rispondere a una realtà considerata amorale aprendoti alla religione, rischi spesso di finire nel bigottismo. Si crea così una sorta di cortocircuito sociale; dall’abbracciare la sfrenatezza e l’edonismo della pornografia, alla sua totale condanna non vi è una reale, intelligente critica costruttiva a quel mondo, né una vera crescita dell’individuo. È come se si attivasse, sia a un livello psicologico-morale che a uno più sociale-etico, un senso di colpa per qualcosa che andava contro ai principi della società e contro i veri bisogni dell’individuo (due aspetti, come detto, difficili da scindere).

Altro fil rouge che sembra dominare le interviste è quello dell’eccesso. Il commento riportato di Janine Lindemulder, «We were Rockstars!», è leggibile anche in questo senso. Il termine rockstar rimanda sì al successo, ai fan, alla fama e ai soldi, ma anche a un mondo di eccessi, di party, droghe e alcol. La fuga da sé, dai sensi di colpa sociali, è spesso attuata attraverso dipendenze e abusi. Se poi il porno, come detto, è interpretato da molti protagonisti come rivalsa, come ambiente altro che ti accoglie e ti fa sentire in una famiglia, è anche evidente che vivere in questa particolare comunità aumenta il distacco dal mondo esterno. Quello pornografico, in fondo, è un microcosmo che illude di soddisfare bisogni primari per sempre, ma ti lascia solo nel momento in cui lo abbandoni. Ricerca degli eccessi prima, e della fede poi, sono due facce della stessa medaglia; una risposta – negativa o positiva – alle coercizioni sociali che oppongono la società normale al porno.

Nel secondo documentario vengono presentate due storie con un andamento diverso rispetto a questo dualismo. Si parla di attori porno quasi ante litteram, prima cioè dell’esplosione dell’industria pornografica all’inizio degli anni ’80. Johnny Keyes, pugile, campione dei pesi piuma, si trova per caso scritturato per il film Behind the green door (1972). Ricerca estetica che s’intreccia a motivi ritualizzanti e a sprazzi di kitsch sono i tratti essenziali del film. Una donna viene rapita e costretta a copulare con vari uomini su un palco davanti a un pubblico decisamente borghese, che poi comincerà a eccitarsi e lasciarsi andare ad atti orgiastici (non troppo velata critica al benpensantismo). Il momento dell’eiaculazione post fellatio con un ralenti del getto di sperma presenta una ricercatezza di equilibrio dell’immagine sia a livello compositivo che a livello coloristico. L’altra pellicola, The Devil In Miss Jones (1972), sfrutta l’elemento pornografico per parlare di repressione degli istinti sessuali nelle donne. Una donna vergine muore ma ottiene dal diavolo di tornare in vita per soddisfare ogni piacere carnale ma, per una sorta di logica del contrappasso, sarà poi dannata a masturbarsi per l’eternità senza mai raggiungere l’orgasmo. Il sesso è strumento di liberazione sociale e psicologica, e la dannazione morale e cristiana è parodiata e derisa.

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Qui, forse, sarebbe stato interessante approfondire l’evoluzione dello stile pornografico. I due film citati, infatti, sono lontanissimi dalla logica kitsch (per quanto, di quest’ultima, abbiano in sé degli elementi che diventeranno dominanti nel porno futuro) di cui sopra, l’ossessione di finzione e l’artificialità che caratterizza i porno contemporanei. Anche se già nel porno della cosiddetta Età d’oro c’era già la traccia che porterà in questa direzione, i film tra i ’70 e gli ’80 si avvicinano più a visioni autoriali che a puro e semplice onanismo. E anche nelle parole dei protagonisti non ci sono rimpianti, non c’è il senso oggettistico che investe le star odierne; il ricordo di quell’esperienza è quello di una trasgressione – artistica e di costume – personalmente (e anche storicamente) necessaria. La ricerca di una libertà di espressione di sé e di accettazione del corpo umano in toto. Uno sputo in faccia al borghesismo dell’arte.

E allora, a questo punto, viene da sottolineare la conclusione precedente: è lo sguardo che crea il pornografico, non la nudità. Pensiamoci un attimo: è più porno – più privo di voglia, più egotistico, più esibito – il nudo estetico di Behind the green door, (o, per tirare in ballo un controverso autore contemporaneo, del Von Trier di Nymphomaniac) o la Johansson imbambolettata con tutina aderente di The Avengers?

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Ecco, After Porn Ends ispira un doppio sguardo sulla scena pornografica. Da una parte c’è il distacco ironico di chi comprende la messinscena e gli aspetti dissacranti che sottendono a quest’esasperata mostra di corpi nudi ed eiaculazioni – e a quel punto i giudizi morali e le etichette, da troia a puttaniere, diventano solo preservativi per la propria chiusura mentale; mentre il perbenismo ci porta a condannare questo microcosmo, ci fa anche chiudere gli occhi su quegli aspetti della società di massa che, nell’indifferenza, disumanizzano la persona. Dall’altra parte il documentario ci mostra come le pornostar non siano, come figurato nell’immaginario comune, ninfomani sessocentriche, ma persone angustiate da normali insicurezze, paure, desideri che, in fondo, sono quelli di tutti.