«Borgo Vecchio» e Calaciura: il riscatto non ha nostalgia del futuro

What does not change,
is the will to change.
Charles Olson

Nessuno fugge al proprio destino: siamo tutti condannati all’infelicità. Risfogliando Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura non riesco a scacciare via quest’opprimente intuizione, documentata quasi con acrimonia dal narratore siciliano. E cerco di avvinghiarmi a particolari impercettibili, che mi siano testimoni almeno di un briciolo di felicità; ma qui non esiste nessuno sconto della pena.

Borgo Vecchio è tra i quartieri più antichi di Palermo: sorto vicino al porto, si tiene ben lontano da Palazzo dei Normanni, dal Teatro Massimo e da qualsiasi passeggio turistico.

È il cuore di una città pulsante che lentamente si è espansa attorno, costruendo con successo strati di civiltà ma dimenticando le sue origini. Palermo non viene mai citata, ma l’onomastica a Calaciura non serve: l’identità del capoluogo siciliano emerge dal suono ritmico del dialetto, dalla miseria dei vicoletti e dal profumo di pane che incalza la memoria.

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Qui il peccato non esiste, perché non ci sono regole da infrangere; da Borgo Vecchio bisogna fuggire via, per non farsi trascinare da cupi abissi:

«Celeste sapeva che le città di mare per chi sbarca hanno destini infelici di miseria perché si sente più forte la nostalgia del ritorno come l’urgenza della partenza, e sapeva che avrebbero dovuto prendere ancora un treno per spingersi sino all’interno e scongiurare ogni richiamo».

Calaciura si nasconde tra i dettami del quartiere, prestando la voce alle disgrazie di personaggi ai margini della vita.

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Foto di Letizia Battaglia – Fonte: Marie Claire

Si tratta di bambini, animali, ladruncoli dal cuore d’oro: c’è Mimmo, che non sa di chiamarsi Domenico e che ha un padre che truffa sul peso della bilancia; c’è Celeste, reclusa in balcone da una madre costretta a vendere il corpo agli stranieri; c’è Cristofaro, che attraversa le giornate consapevole di concluderle al suono delle percosse del padre ubriaco. Ci sono poi Nanà, il cavallo da corsa che con i suoi occhi attenti custodisce i segreti dei ragazzini, e Totò, il rapinatore più veloce del quartiere, probabilmente dell’intera città.

Con cipiglio quasi arrogante, ma mai pretenzioso, si alternano sulla scena per raccontare la storia di un destino comune: l’assenza di una quotidiana stabilità emotiva.

Giocando con indulgenza con il sovvertimento dei ruoli, dove il cattivo ha una sua morale e i buoni perdono la loro dignità, Calaciura aggira l’impasse del facile moralismo: nel borgo, di certo, le disquisizioni sull’etica non sono mai arrivate e la distinzione tra vizi e virtù si perde.

Lo stato d’innocenza è una morsa senza respiro, e così la colpa universale grava sulle anime candide dei bambini, succubi delle turpi dinamiche della violenza.

Assoggettati a una logica crudele di cui sono baldanzosamente consapevoli, infatti, questi personaggi piccini e miserabili si muovono all’interno della narrazione non rincorrendo l’ingiustizia: ben lontani dall’avvento messianico, sono piuttosto mossi da una commiserazione sotterranea e perniciosa.

E non c’è tempo da dedicare alla nostalgia del futuro, non c’è spazio per la contemplazione delle cicatrici: il riscatto non è semplicemente possibile, nel borgo è chiaro a chiunque.

Foto di Letizia Battaglia – Fonte: Marie Claire

Foto di Letizia Battaglia – Fonte: Marie Claire

Ad accompagnare questa straziante verità è una narrazione che ben si inserisce nella tradizione degli Sciascia e dei Vittorini assetati di concretezza: dipanandosi come una nenia sommessa, una specie di rivelazione improvvisa, spiazza e svela il suo carattere d’urgenza irrisolta.

Lo sforzo mimetico è quieto, perché il registro della parlata è sì naturalizzato siciliano, ma è riportato senza condiscendenza. E dimostra infine una densità vitale tangibile, ma non per questo meno misera:

«Restarono distesi sulla sabbia a guardare il pomeriggio che si scioglieva. Vedevano le nuvole di settembre che si addensavano all’orizzonte con la fretta della natura, e il cielo che perdeva colore per fare spazio alla sera».

Attraverso una legittimazione letteraria degli spazi popolari e del loro dispiego di linguaggi e dinamiche interne, Borgo Vecchio viene mostrato al mondo nella sua natura di luogo che si autogestisce, in cui la modernità arriva con i tempi dilatati del Mezzogiorno.

Senza vergogna, come solo le anime pure riescono a fare.