«Il segnale» di Valentina Durante

Il cane sta morendo. L’ho lasciato in giardino, sopra la stuoia. In casa non vuole starci: anche se farebbe più fresco con quest’aria che soffia bollente, fuori, e l’odore insopportabile dei garofani che si disfano. Sta sdraiato sul fianco, la bocca socchiusa. Fa respiri fiochi e lentissimi. Forse cerca di tenersi dentro l’anima, ma sente che gli sguscia fuori dai denti, fra le gengive bianche. Non trattiene più niente: stamattina ho trovato una poltiglia di bile ed escrementi sul tappeto del salotto. Puzzava da vomitare. Anche il cane puzzava da vomitare. Per questo l’ho lasciato in giardino, nonostante tutto.

Gli ho lasciato una coperta. Dentro quella coperta ci si è arrotolato e strofinato così tante volte che è diventata dura e sottile come un foglio di carta. Gli piace farsi coprire, contenere, come se esistesse ancora qualcosa, un guscio, che potesse impedirgli di andarsene da sé. Ma non serve. Lui se ne sta andando. Il cane sta morendo.

C’è un mucchio di gente, anche con questo caldo. Si assembrano disordinati fuori dalla porta. Li faccio entrare a piccoli gruppi, a mano a mano che piccoli gruppi escono. Aspetto il segnale.

Il colletto della camicia mi soffoca, il sudore cola giù per il mento. Adesso tocca a una donna con il seno grosso e un profumo insistente: non mi va di farla entrare, non così, non subito. Aspetto il segnale e prego che non arrivi.

«Facciamo una fila, scusate! Facciamo una fila un po’ più ordinata!»

Scendo i gradini, la gente si apre, sollevo uno dei portaombrelli di metallo, lo uso come transenna.

«Seguite la fila, avanti! Da questa parte, signorina!»

Mi avvicino alla donna, allargo le braccia. Lei si allontana per comporre la fila. Sento venirmi addosso lo spazio occupato dal suo corpo un momento fa: il profumo, il sudore, la carne, i capelli che non ho potuto toccare. Sollevo un altro portaombrelli: le vene si gonfiano, sembrano volermi uscire dal braccio.

«Ci sarà ancora molto da aspettare?»

È un uomo con gli occhiali, tiene una busta di plastica in mano, ha già comprato il catalogo.

«Le stanze sono piccole.»

«Quanto, all’incirca?»

«Venti, trenta minuti. Fosse per me, vi farei entrare tutti.»

«Lei fa il suo lavoro. È la gente. Prenda la Gioconda: si vede meglio sul cellulare che al Louvre.»

«La fila, per favore: mantenete la fila!»

Aspetto il segnale.

«Noi abbiamo prenotato…»

È una donna piccola e dalle natiche larghe, vestita con una tunica molto colorata. Mi allunga un foglio stampato.

«Prenotàti, non prenotàti: la fila è questa.»

Si ricongiunge al marito, seguono il serpente a ritroso.

Aspetto il segnale.

Ho fatto entrare la donna con il seno grosso. Le ho appoggiato una mano aperta sulla schiena, spingendola delicatamente in avanti. Ho sentito le sue vertebre sotto la maglietta umida. Ho sentito il suo odore attraverso i polpastrelli.

«Ci sono le audio guide?»

Ancora l’uomo del catalogo.

«Sono comprese nel prezzo.»

«Quanto dura la visita?»

«Con le audio guide, una cinquantina di minuti. Leggendo anche le didascalie, un’ora e mezza.»

Sono appena le undici. Penso al cane, a casa, che sta morendo.

Maledetto, maledetto cane di merda!

Ho vissuto per anni con la paura che se ne andasse. Il giorno che se n’è andata davvero, è stato come se l’aria avesse smesso di sostenermi: dovevo ricordarmi di portare avanti il mio corpo, di fargli fare le cose.

È tornata dopo cinque giorni. È tornata per il cane.

«Tienilo: si è affezionato più a te che a me.»

«Ma il cane è tuo.»

Era vero: il cane era suo, da prima che ci conoscessimo. Io di cani non ne ho mai avuti, non ho mai voluto animali. Gli animali sporcano, puzzano, sono un impegno. Lei era arrivata con quel cane e io me l’ero fatto andare bene. Non so perché il cane si fosse tanto affezionato a me.

Adesso accarezzava il cane, per l’ultima volta. Il cane socchiudeva gli occhi, spingeva in fuori il muso sollevandolo con evidente piacere. Gli avrei dato un calcio.

Lei aveva la faccia pallida. È sempre stata pallida, ma mai come quel giorno. La pelle era così trasparente che sembrava non avesse sangue.

«È meglio se resta con te» ha detto, staccando le dita dal pelo del cane.

Non voglio il cane, volevo dirle, non mi frega un cazzo del cane. Io voglio te.

Ma invece ho detto: «Come vuoi».

Non mi andava che sporcasse sulla stuoia. L’ho sollevato, per fargli liberare gli intestini sul prato. L’ho portato accanto all’albero, mi sono accovacciato a terra, gli ho fatto allargare le zampe. Gli premevo la pancia con il ginocchio.

«Dai, su, falla!»

Il corpo del cane era scosso da un tremito continuo; a parte questo, sembrava privo di volontà.
Ho premuto ancora col ginocchio, pensavo che questo lo avrebbe aiutato. Dal pene gli sono uscite due gocce, trattenute dai peli: le ho asciugate con un fazzoletto, perché non mi bagnasse i pantaloni.

Finirà per pisciare sulla coperta, ho pensato.

L’ho preso in braccio nel modo in cui si cullano i bambini: teneva le zampe accostate al corpo, come per paura che gli scappassero via. L’ho rimesso sopra la stuoia, adagiandolo sul fianco. Gli ho spremuto la collottola con la mano: ormai è quasi tutta pelle, ho pensato. Gli ho tastato il corpo magro: osso dopo osso, sotto le dita, articolazione dopo articolazione, fragile come sabbia asciutta, adesso mi si disfa tutto in mano.

La donna della cooperativa di pulizie ha un camice azzurro. Tiene le maniche arrotolate fin sopra i gomiti. Sta pulendo il pavimento con un macchinario professionale: lo insapona, lo strofina, lo risciacqua. I lastroni di marmo, grigi e neri, si coprono per pochi minuti di schiuma bianca. Poi la schiuma bianca viene lavata via dalle setole della spazzola rotonda. C’è un forte odore di detergente.
La fila si assottiglia, man mano che si avvicina l’ora di pranzo. Qualcuno arriva e non capisce, sbaglia posizione, scavalca.

«Da quella parte, signore, la fila! Rispettiamo la fila!»

Aspetto il segnale.

Una bambina si allontana dalla madre, sguscia fra i portaombrelli, comincia a scalpicciare coi sandali sopra il pavimento insaponato.

«Ferma lì, ferma! Signora, la bambina…»

La madre porta scarpe con il tacco e pantaloni jeans attillati sulle cosce. Abbandona la fila, raggiunge la figlia, le strattona il braccio.

La bambina piagnucola.

«Quanto manca? Sono stufa…»

«Un po’ di pazienza, su. Adesso chiediamo al signore.»

S’incuneano nella fila, le fanno passare, la madre fa la sua domanda.

«Quanto mancherà? Sa, per la bambina…»

Tiene la figlia per mano. Le solleva entrambe: la sua e quella della figlia, come a darmi conferma che se la terrà stretta e niente storie.

Sorrido di circostanza: l’aria calda, mescolata all’odore di detergente, mi penetra fra i denti.

Deglutisco un gusto sintetico.

«Dieci minuti al massimo.»

Mi chino verso la bambina. Odora di cioccolata.

«C’è l’audio guida anche per te, sai? Devi seguire il disegno con il pupazzo.»

La bambina arriccia il naso.

«Bisogna cominciare da piccoli, vero?» dice la madre.

La bambina divincola la mano. Ha le unghie smaltate di rosso. La madre le afferra il polso.

«Vedrai come ti piace, vedrai.»

Chiudo gli occhi per qualche secondo. Vedo il cane attraverso le palpebre.

Una sera sono tornato e il cane non c’era. L’ho chiamato e non ha risposto. Ho guardato in tutti i posti dove stava di solito: in giardino, dietro il divano, dietro la tenda del salotto, ai piedi del letto, tutti i posti dove avrei dovuto trovarlo. Ma non lo trovavo.

Ho continuato a cercare per tutta la sera. Andrò avanti fino all’ora di dormire, mi sono detto, e se non lo troverò lascerò perdere. Ma l’ora di dormire non arrivava mai, il tempo si stirava in avanti e indietro come una calza di nylon, non ricordavo più l’ora in cui avevo cominciato a cercare e l’ora in cui avrei dovuto smettere di cercare, solo cercavo e il cane non si trovava.

Se n’è andato anche lui, pensavo, come tutti: vanno.

Finché ho sentito dei guaiti: il cane lo avevo chiuso per sbaglio in cantina, prima di uscire. Era rimasto lì tutto il giorno. Era disidratato. Era fuori di sé dall’agitazione.

L’ho abbracciato, l’ho tenuto fermo, mentre si dimenava senza sosta, voleva mangiare, voleva bere: ma l’ho tenuto fermo.

Pensavo di averti perso per sempre, dicevo.

Pensavo di averti persa, ti ho persa, dicevo.

Ho cominciato a portarmi il cane dappertutto. Non mi allontanavo, non gli permettevo di allontanarsi. Il cane ha imparato ad aspettare fuori dal supermercato, con il guinzaglio annodato al portabiciclette. Ha imparato a restare accovacciato accanto all’ingresso del museo, in estate, e mai che disturbasse qualcuno, e qualcuno che ogni tanto gli si avvicinava per una carezza. D’inverno me lo facevano tenere in reception: non ha mai dato problemi. La notte dormiva ai piedi del letto. Aspettavo che si addormentasse, prima di addormentarmi: non avrei mai potuto lasciarmi andare sapendo che lui era sveglio.

Non avrei mai potuto lasciarmi andare sapendo che lei era sveglia: aspettavo di ascoltare il suo respiro nel sonno, appoggiavo la guancia contro la sua schiena, fra le scapole, finché la guancia prendeva a salire e scendere sempre più lentamente.

Una notte che il sonno non arrivava e io non ce la facevo più sono sceso dal letto e mi sono steso accanto al cane. Era una notte afosa, dormivo a petto nudo e gambe nude. Ho premuto la schiena contro la schiena del cane: sentivo il pelo del cane contro la pelle sudata.

Vicino alle mie ginocchia sentivo le sue gambe nude e vicino al mio viso il suo respiro. I suoi capelli sul mio petto erano umidi e freschi.

Ho affondato la mano nel ventre del cane come in un mucchio di stoffa: era morbido e cercavo il cuore. Il cuore c’era, e batteva velocissimo. Ho appoggiato l’altra mano sul mio petto: il cuore c’era, e batteva più lentamente.

Una coppia di colombiani si sta baciando. La donna indossa dei pantaloni a fiori, molto attillati. L’uomo ha un grosso neo sulla guancia destra. Tengono la bocca semiaperta. La donna alita nella bocca dell’uomo. Si sentono liberi: non fanno caso alla gente, agli sguardi, ci sono loro e nient’altro.
Sollevo uno dei portaombrelli, lo sposto di lato, sposto la fila, non servirebbe, ma ho bisogno di fare qualcosa, di muovere qualcosa, di muovermi.

È che a volte mi sembra che non ce la faccio più dalla voglia. A volte sento il desiderio tanto forte che mi preme sui lombi. Che mi schiaccia la schiena.

«Avanzare, prego, avanzare!»

La coppia fa un passo. Le bocche si staccano.

Lei tiene uno zainetto rosa e blu sulle spalle. Lo sfila, lo apre. Prende una bottiglietta d’acqua e la porta alla bocca. Apre la bocca, vedo la lingua: è rossa come uno spicchio di arancia, umida. Lui si avvicina, le prende la bottiglietta dalle mani, se la porta alla bocca.

Slaccio il primo bottone della camicia: l’aria scivola lungo i tendini del collo, raffredda il sudore.

«Siete i prossimi» dico ai colombiani, lascio che salgano i due gradini.

Aspetto il segnale.

Li faccio entrare, entrano. Il vetro smerigliato della porta copre i loro corpi, ne vedo solamente le sagome, ora. Si allontanano, scivolano via. Si portano via anche le ombre.

Avevo preso l’abitudine di stare a torso nudo. A volte, prendevo la testa del cane sotto il braccio, nell’incavo dell’ascella. Il cane mi lasciava fare. Il mio braccio sudava e il cane leccava il sudore e io lo lasciavo fare. A volte, il cane mi leccava il capezzolo.

Mi lasciava succhiare il suo seno e io lo succhiavo come fossi stato suo figlio.

«Se te ne vai mi uccidi» dicevo.

«Sssh sssh» diceva lei.

«Ma se resti, tu…»

«Sssh sssh.»

Arrivava un momento in cui la testa pareva svuotarsi di tutti i pensieri. Che contenesse un’aria leggerissima, un’aria più leggera dell’aria e che cercasse di sollevarsi. Sollevavo la fronte, sollevavo il mento, guardavo in alto, su, più su. Guardavo e c’era lei, distesa poco sopra di me, avvolta nelle lenzuola bianche acide di sudore. Cercavo la sua pelle con la lingua. La sua pelle indurita come pietra.

«Il lavoro lo lascio, se vuoi. Tu vuoi che…»

«Quel lavoro non ti fa bene.»

«Lo lascio. Faccio tutto quello che vuoi.»

Soffiavo parole fra il lobo e la nuca. Non perché le ascoltasse. Ma perché le si depositassero addosso, come semi annodati alla terra.

«Faccio tutto quello….»

«Sssh sssh» diceva, chiudendomi la mano fra le cosce. Muovendosi.

«Parlami. Dimmi qualcosa. Una cosa qualsiasi» dicevo.

Volevo sentirmi tranquillo. Guarito, anche solo per pochi minuti.

«Il cane. Non sento più il cane» diceva lei.

Il cane ha il corpo tutto piagato. Nell’attaccatura delle zampe, sotto il mento, attorno al pene, ha piccole fessure ulcerate. Attorno volano le mosche. Si posano, il cane non le scaccia, ha una coda debolissima, le zampe non si muovono più, a parte il tremito. Le mosche depositano le uova. Nel caldo e umido della carne piagata, le larve si nutrono e crescono.

Il cane non mangia. Beve pochissimo. La bocca è asciutta, la lingua chiara e ruvida. Ogni tanto vomita una bava trasparente, oppure una bile schiumosa e verdastra. Provo a farlo mangiare, ma non mangia.

Le larve si stanno nutrendo del suo corpo che non si nutre: me lo ha spiegato il veterinario, ieri sera, quando gli ho telefonato, per via di tutte quelle mosche, nugoli di mosche sopra il pelo del cane e nessun modo per scacciarle via. Mi ha spiegato che è una cosa gravissima e che il cane sta morendo, d’accordo, ma non così, non divorato dalle mosche, mangiato dall’interno, non così, me lo porti appena può e concludiamo tutto con una iniezione. Gli diamo la pace.

«Va bene» ho detto, «appena posso.»

«Nel frattempo, gli bagni il pelo con dell’alcol: cerchiamo di tenere lontane le mosche.»

Ho preso una bottiglia di alcol denaturato e un asciugamano piccolo. Ho spremuto la bottiglia finché l’asciugamano non si è colorato tutto. Ho spremuto l’asciugamano sopra il pelo del cane, sulla testa, sulla schiena, sulle zampe, le mosche si allontanavano, sentivano l’odore e scappavano, anch’io mi allontanavo, cercavo di scostare il più possibile la testa, l’odore era terribile, un odore velenoso, che si sollevava dal pelo del cane.

Appena posso devo andare, mi sono detto, appena posso.

Sono gli ultimi visitatori: una comitiva di anziani. La capogruppo regge un bastone con una bandierina rossa all’estremità. Lo solleva, lo agita. La bandierina rossa si muove appena, appesantita dall’afa. Gli anziani leggono il depliant della mostra, ne hanno uno ciascuno, lo avvicinano agli occhi oppure si piegano in avanti. Qualcuno tira fuori di tasca un fazzoletto, se lo passa sulle guance, sul collo. Una donna molto grassa agita un ventaglio nero, spagnolo, davanti al viso. La capogruppo si avvicina.

«Sono semplici le audio guide?»

«C’è anche la versione per bambini, volendo.»

«Ma no, capisce…»

«Sono semplici, sì.»

«E il funzionamento?»

«Davanti alla didascalia, basta premere il numero.»

La fila si slabbra, non c’è più fila. I portaombrelli sono mischiati al gruppo: qualcuno, stanco, ci si siede sopra. Lascio fare. Aspetto il segnale.

Forse il cane sta morendo adesso. Forse si è sollevato da quella stuoia, da quella coperta gonfia di alcol e piscio, si è trascinato fino al prato, la terra se lo è preso, ci vorrebbe la pioggia, penso, per inumidire la terra, per farla grassa e umida, una vulva accogliente, coperta dai ricci scuri degli escrementi dei lombrichi.

«Il volume si può regolare?»

«Il volume?»

Penso ai merli, che beccano veloci sul prato, sfilando dalla terra i lombrichi dissotterrati dalla pioggia.

«Il volume dell’audio guida.»

«Si può regolare, sì. Ci sono due pulsanti a freccia.»

Penso all’agonia del cane.

Il cielo s’abbuia. L’intonaco delle case di fronte, colpito dai raggi calanti del sole, ha preso un colore aragosta. Stanno grigliando della carne, poco distante, forse del pesce, arriva un odore di fumo speziato e delle voci accavallate, di gente che ride.

Il cane è quasi immobile. Non è ancora morto. Gli occhi, aperti, sono coperti da un velo violaceo, come se fossero rivoltati all’interno. A ogni respiro la cassa toracica si asciuga. Appoggio la guancia, senza toccarlo: non sento quasi più niente, nessun battito, niente, è il cuore che gli si sta rimpicciolendo, penso.

Gli diamo la pace.

È troppo tardi ormai per quell’iniezione: lo studio del veterinario è chiuso. Domani, penso, la prima cosa da fare, senza dubbio. Ma tra adesso è domani, tra adesso e la pace, ci sono ancora tantissime ore, una notte infinita e l’agonia infinita del cane dentro questa notte.

Dalla bocca socchiusa gli esce solo un filo di bava trasparente. Gli occhi, già gonfi, si stanno dilatando.

È il segnale.

Gli sfilo la coperta da sotto le zampe. Non incontro resistenza. La comprimo, ne faccio un mucchio di stoffa, la stringo. Ora la appoggio contro il muso del cane, spingo. Non incontro resistenza, solo un leggero sussulto del collo, spingo.

Gli diamo la pace.

Il sussulto si spegne, spingo.

Sento sgonfiarsi qualcosa, come un guscio, che si sta svuotando di sé.

Poi più niente.

15288641_10207473493935250_6530011111507521525_oValentina Durante è nata a Montebelluna (TV) nel 1975, è copywriter freelance. Nel 2016 ha frequentato la Bottega di narrazione di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Un paio di suoi racconti sono stati pubblicati sul blog VibrisseIl Segnale è il primo racconto ad apparire su Altri Animali.