«Sono il guardiano del faro»: il viaggio senza ricerca della verità

Le raccolte di racconti sono davvero significative quando non sono solo una serie di storie brevi, legate magari da un filo conduttore o da un tema, ma quando ti prendono per mano e ti guidano lungo un percorso, e ogni racconto è un passo di quel percorso.

Proprio di questo tipo è Sono il guardiano del faro di Éric Faye, una raccolta che con echi surreali, fantastici, sin dal primo momento ti avvolge in una nebbia sottile e ti mette, letteralmente, in viaggio: «Non ho mai visto che aspetto abbia il nostro treno dall’esterno. Come molti dei miei simili, sono nato a bordo, ci sono cresciuto ed è qui che ho la mia vita». 
Sono viaggiatori i protagonisti della raccolta, ma sono in movimento loro malgrado, in balia di un viaggio che non sanno quando è cominciato né dove li porterà. Si ritrovano su un treno in corsa che non sembra volersi mai fermare, o su una linea che non ferma più nella stazione che vogliono raggiungere, in una città dimenticata – con un nome, Taka-Maklan, che richiama Borges – una città in cui si può volendo scomparire dal mondo.

La lettrice di «Sono il guardiano del faro» è Daria De Pascale, clicca sulla foto per il link al suo blog

La lettrice di «Sono il guardiano del faro» è Daria De Pascale, clicca sulla foto per il link al suo blog

Non conoscono mai davvero nessuno che sia arrivato, o che sia tornato per raccontarlo, ma solo dicerie, voci su cosa si troverà, infine, alla meta.

Il viaggio per Faye sembra essere niente di ciò che è per noi: spogliato da ogni ricerca di verità , o di un’alterità con cui confrontarsi, è invece una condizione di vita, non desiderata o cercata, ma accettata come un dato di fatto. Non si lascia mai indietro niente di importante, e non si trova mai davvero pacificazione, tanto che anche chi si è fermato, chi ha trovato un approdo – un’isola, un faro in mezzo al mare – non fa altro che scrutare l’orizzonte alla ricerca di qualcuno che sia ancora in cammino, che dia un senso al suo essere fermo.

In questo senso la seconda parte della raccolta, occupata per intero dal racconto Sono il guardiano del faro, completa e fa da contrappunto ai viaggi della prima parte: è l’esperienza di essere fermo in un luogo, imprigionato in una quotidianità codificata di obblighi e impegni, con tutta l’angoscia di vederne la vacuità ma non riuscire a sottrarsene. Il faro «ha questo di singolare, che non ha alcuna scogliera da segnalare. Non ha altro oggetto da segnalare se non se stesso». Una storia dal sapore buzzatiano, e non a caso Il deserto dei Tartari è una delle letture del guardiano, parte di un pacco ricevuto dalla terraferma. C’è la stessa inquietudine, la stessa attesa di qualcosa che non sembra destinato a venire.

I racconti di Sono il guardiano del faro, a metà tra il surreale e il distopico, sospesi in un tempo indefinito, hanno qualcosa dei romanzi di Paul Auster ma portano anche in sé una malinconia profonda, una sensazione di decadenza tutta europea che avvolge i personaggi, le loro vite e i luoghi in cui si muovono.