John Cheever, «Birra scura e cipolle dolci» e l’orecchio virtualmente perfetto

Redazione

John Cheever è il numero 12 di Racconti edizioni con Birra scura e cipolle dolci. Scrive questi racconti tra i venti e i trent’anni. Sono short stories imbevute di idealismo e della sua necessaria scia di disillusione, giovanili eppure di uno scrittore già formidabile e formato, da principio pubblicate su riviste di sinistra con tirature risibili e poi via via su magazine sempre più alla moda come Cosmopolitan e Collier’s.

Non siamo ancora alle cronache minute di ciò che succede dietro i prati perfettamente falciati e le staccionate imbiancate di fresco, ma tra commessi viaggiatori al tramonto dei loro giorni di gloria e marxisti puritani che osservano gli altri bere e divertirsi mentre loro immaginano un’umanità nuova. Parteggiamo per la rivincita di una spogliarellista in là con gli anni e subito dopo assistiamo agli innumerevoli piccoli fallimenti di giocatori d’azzardo sempre alla ricerca di un’ultima opportunità, di un cavallo finalmente vincente e di una felicità mai raggiunta e sempre inseguita con la pervicacia di un baio adombrato.

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Illustrazioni di Otto Gabos

È l’onda lunga della Grande depressione post ’29, un’America che va imparando il sa- pore della nostalgia per un’era mai vissuta e un’innocenza tutta da perdere. Cheever ac- carezza grazia e peccato, muovendosi tra case sfitte, inquilini che non pagano la pigio- ne e torchi fermi da troppe stagioni. E così incontriamo zingari ubriaconi travestiti da pellerossa e cameriere disposte a ogni sgambetto pur di tenersi stretti lavoro e dignità. Incontri che, come sostiene Christian Raimo nell’introduzione (pubblicata in anteprima su Cattedrale), ci ricordano perché vale la pena leggere.

Birra scura e cipolle dolci è stato tradotto da Leonardo G. Luccone e illustrato da Otto Gabos, due professionisti di alto livello per un autore universalmente riconosciuto come canone della letteratura americana, capace di vincere il Premio Pulitzer per i suoi racconti nel 1979. Definito «il Čechov dei sobborghi» da Elmore Leonard, Cheever ha la capacità di ascolto tipica dei grandissimi narratori. Lo spiega perfettamente George W. Hunt S. J. nella postfazione a questa raccolta:

«Ricordo una volta in cui cenammo insieme e rimasi sorpreso quando si lamentò bonariamente del fatto che i tavoli del ristorante erano troppo distanti. Perplesso, gli chiesi il perché di quel disappunto, e lui rispose con un occhiolino d’intesa: “Non posso origliare nessuna conversazione”. Era solito intrattenere gli amici captando di sfuggita frammenti di discorsi, ricreando un attimo dopo […] una storiella di intrighi, arrapamenti e follia su questi ignari avventori, con i suoi compagni di tavolo che si sbellicavano dalle risate. Qualsiasi persona incontrasse, qualsiasi cosa in cui si imbattesse era materia per un racconto, e lui era sempre all’erta. A questo proposito, una volta gli chiesero quali fossero gli strumenti indispensabili del narratore e lui rispose: “Be’, mi sembra che per un narratore un orecchio virtualmente perfetto sia basilare quanto i suoi reni. Bisogna essere abili a cogliere le voci dei personaggi, a orecchiare cosa viene detto quattro tavoli più in là. Questo è solo il kindergarten dell’aspirante scrittore, per quello che mi riguarda“. Non c’è bisogno di aggiungere che su questi aspetti Cheever divenne uno specialista, con un’accelerazione evidente già in questi racconti».

Illustrazioni di Otto Gabos

Illustrazioni di Otto Gabos

Su di lui John Updike ha detto: «Leggere Cheever mi fa sentire come se facessi parte di un mondo d’improvviso interessante, di un paradiso, o perlomeno di un mondo che paradiso lo è stato o potrebbe esserlo». Non è difficile da intendere questa affermazione leggendo le tredici storie di Birra scura e cipolle dolci. Per dare un assaggio ecco un estratto del primo racconto della raccolta, Fall River:

«Erano ormai sei mesi che un vecchio del piano di sotto non lavorava più alla fabbrica. I primi tempi non riusciva a starsene con le mani in mano e così ogni mattina si alzava, attraversava il fiume e andava in città in cerca di lavoro. Anche quando si rese conto che il lavoro non c’era continuò ad alzarsi ogni mattina e a girarsi tutta la città a piedi fino a sera, poi riattraversava il grande fiume parlando con quelli che un lavoro ce l’avevano. Andò avanti così per due mesi, poi un giorno cadde e si fece male a una gamba. Quando la gamba guarì, l’uomo aveva perso la voglia di camminare. Usciva dalla camera solo per comprarsi qualcosa da mangiare, poi tornava e mangiava. Era chiaro a tutti che quando le ruote avrebbero ricominciato a girare e le lunghe cinghie a vibrare con i loro movimenti bruschi, lui non sarebbe tornato a lavorare. Viveva nella sua stanza, usciva per comprarsi qualcosa da mangiare e tornava. Nessuno sapeva cosa facesse tutto il giorno. Non si sentiva nessun movimento.

La gente ormai si era abituata all’idea di un inverno asciutto, con pochi soldi e niente da mangiare. Ed è così che era andata. L’inverno era arrivato e se n’era andato. Le fabbriche erano ancora deserte. Il fiume continuava a scorrere ma non c’era fumo sulla città. Metà degli abitanti era ancora senza lavoro. Il fiume e le stagioni andavano e venivano ma i macchinari erano fermi e noi non sapevamo quando avrebbero ripreso a funzionare.

Più a nord, nei porti, c’erano parecchie barche vuote in attesa di un carico. Le avevano ancorate lontano dalle banchine e quelle facevano avanti e indietro sospinte dalle correnti della marea. Le avevamo viste in estate e se fossimo tornati in primavera di sicuro le avremmo trovate ancora lì. Enormi ammassi di acciaio e vetro in balia della marea e in attesa di un carico. Non sarà questa primavera e magari nemmeno quest’estate. Le barche saranno ancora lì al porto ad aspettare, con la loro lucina nel caldo e nel buio della sera».