«Circostanze» di Chiara Trombetta

Alle tre di notte mi girai sul fianco destro e decisi che doveva finire. Quella cosa dei capelli. Il maledetto trucco della ciocca di capelli sotto il giogo repentino di pollice-indice. Impiegavo intere giornate a rendermela odiosa, nemica, dannata. A un certo punto Mara tornava all’ovile, metteva insieme due parole, faceva la mossa magica con la lunga chioma ed era già tutto finito. Come prima che si allontanasse dal letto. La vedevo alzarsi in piedi e scomparire dietro la porta nel senso contrario a quello di arrivo come in un nastro temporale a ritroso.

Intorno il mondo cambiava. Il mondo-appartamento che lei, andandosene via, lasciava per metà orfano, non respirava, e alla fine toccava a me consolarlo, spalancare le finestre per cancellare l’odore della madre snaturata avvinghiato agli angoli e alle fibre di tessuto delle tende, stendere le lenzuola intrise di immagini. Si era messa appresso a uno dei quartieri nuovi oltre la collina. Uno violento, di polso, dicevano. Era stato in America ed era tornato con le tasche piene e un’insofferenza selvaggia per la vita di provincia. Non volevo saperne niente, io. Sentivo solo l’esaurimento nervoso alitarmi sul collo.. Sparì per giorni, e nel frattempo conversai con l’insonnia e con l’inedia da materasso. A mezzogiorno sentii la chiave nella serratura. La pecora tornava all’ovile.

«Allora è vero, chi non muore si rivede.»

«Sono in vacanza.»

«Già, perché tu lavori

«Mi annoi.»

«Bella collana. Novità?»

«Una cosa del genere.»

Prese a giocherellare con i coralli appesi al collo. Scrivevo e intanto la fissavo da sotto le palpebre. Aveva fatto in modo che io non potessi mai lasciarla. Non c’era nessun noi da infrangere, nessuna unità che una volta spezzata avrebbe permesso la liberazione dell’io. Si offrì di preparare il pranzo. Se non puoi batterli mangiali. Venne fuori una specie di colazione, con tanto di caffellatte e marmellata di albicocche. Doveva essersi appena svegliata.

Ero a letto già da un pezzo, ma il sonno mi indeboliva e basta. Provai a leggere. Niente da fare. A metà della seconda pagina le palpebre già colavano a picco verso le guance. Spensi la luce e rimasi al buio. Appoggiai per bene l’orecchio sul cuscino fingendo fosse una conchiglia. Chissà chi è stato il primo cretino a credere di poter sentire il suono del mare dal fondo di un guscio vuoto. Come quando da bambino pensavo di trasformarmi in un adulto che stravede per il proprio lavoro, che la sera punta la sveglia pensando «Oh, sì, domani. Anche domani devo fare quel lavoro che adoro!». Una vera pacchia. Lo scroscio ovattato delle onde. E come si scrive la vita repentina di un’onda? Ero tanto così dall’afferrare la norma ortografica ed ecco che il trillo infame del campanello mi fece sussultare, dileguando per sempre lo strato di torpore che mi ricopriva.

Voce-Mara dietro il legno, spersa nell’imprecisato della penombra. Aprii senza impegno, e lei piovve dentro il soggiorno-camera da letto. Stava in piedi per miracolo, fantasmino di pena, clavicole all’acido acetico. Ti presento un amico, disse. Definisci amico risposi io supino sul lenzuolo. Lei non definì nulla se non una nuvola di profumo dalla specchiera del bagno e quella che intuii come una tirata di spazzola e tre forcine. Tenni acceso l’abat-jour. Gli spicchi lucenti andavano dalle pareti alle ossessioni mentali e tornavano indietro in trigono perfetto. Fedele all’annuncio, qualcuno bussò e i tacchi corsero a ricevere l’ospite. Se avessi capito un 10% riguardo all’esistenza mi sarei fatto gli affari miei o avrei finto di dormire. Non capisci niente. Il motto di mio padre. Girava in loop nell’aria della cucina spingendosi fin sotto la fessura della mia stanza. Mi attenni al dovere (ergo). Sollevai la testa per subire la figura di un tipo basso, reso tozzo dalla massa muscolare. Piuttosto giovane, affatto sveglio in fondo alle iridi nocciola. Antonio, disse. Nino per gli amici ma tu tra parentesi non lo sei. Era venuto a controllare. Scrollai le spalle.

Lavoro. Termine inflazionato negli ultimi anni. Per me un pretesto per restare a galla. Un gioco di libere associazioni scomodare il sostantivo scomodare il sostantivo per le poche faccende che sbrigavo. Si trattava comunque di soldi e allora me lo concedevo. Ossia, quando capitava scrivevo qualche tesi di laurea per i fannulloni dell’università, in più tenevo la contabilità per gli anziani imbranati coi numeri. (Padre: Cresci una buona volta e trovati un posto serio.) Uno era il Signor P., un professore di storia. Non aveva l’aria dell’inetto, e se non si occupava di certe cose doveva essere per qualche altro motivo. La testa gli svolazzava troppo, mi confidò una volta Elio, il figlio minore. Eravamo piuttosto amici ai tempi della scuola. Quando abbandonai gli studi e me ne andai di casa probabilmente si accorse dello stato in cui mi trovavo e fu lui a propormi di dare una mano al padre. Abitavano sopra Piazza del Mercato ed Elio mi pagava anche quando il vecchio mi invitava solo per fare conversazione. «Il tempo è denaro» si giustificava. «Se te ne stai qui a sentire le sfarfallate di questo vecchio un po’ matto rimani indietro nella scalata del Mondo. Uno come te non se lo può mica permettere, e dovrai pur mangiare nel frattempo.» La buttava sul ridere, ma la verità è che gli facevo pena. E conficcando la lama ancora più a fondo, la verità ancora più vera è che io non me ne vergognavo affatto. L’unica vergogna era per la mancanza di pudore di cui ero capace, mentre avrei giurato di possedere una certa dignità interiore.

Arrivai verso le due del pomeriggio. Il Signor P. al piano di sopra dormiva, lo si sentiva chiocciare col respiro fino alla tromba delle scale. Dal modo in cui Elio mi accolse era chiaro che mi aveva chiamato perché gli prudeva la lingua. Prese due birre dal frigo. «Di un po’, che combini la notte? Hai una faccia.» Di fronte al bicchiere mi raccontò una storia piuttosto confusa su un’amica, forse una conoscente. Una che aveva sempre rigato dritto e che a un certo punto era uscita di cervello, di nascosto però, disse, da fuori non si vedeva. Aveva delle manie, dei disturbi ossessivo-compulsivi (Elio non disse proprio così, la psicologia lo terrorizzava) che non la lasciavano in pace. Dormiva due ore a notte, si grattava la cute fino a farla sanguinare e aveva smesso di suonare la chitarra. Non parcheggiava mai nel lato destro della strada e il prezzemolo la faceva piangere. Si obbligava a camminare minimo dieci chilometri al giorno, a vuoto per le stradine secondarie. Con un tenore di vita simile le si atrofizzarono le ovaie e per anni non vide più l’ombra di una mestruazione. Dimenticò persino di averle mai avute. Poi incontrò un tizio che senza farlo apposta ricominciò a farla sanguinare, a da lì ogni pena dell’anima, ogni crisi si sciolse insieme all’utero ristretto. Per ringraziarlo lei gli fece una torta di mele e lamponi e gli disse grazie tante, e probabilmente lui pensò che il ringraziamento fosse per qualche altra cosa e non seppe mai la verità. Di primo acchito credetti che l’abitudine ai ragionamenti nebbiosi e incongruenti del padre lo avesse contagiato Prima che potessi commentare mi fissò, tristissimo. «Mara. È che… l’ho vista in giro con uno… Mi dispiace un sacco, amico.»

Un tappetto, stando alle parole di Elio («Assurdo. Vai a capire che ci trova in quel tappo di bottiglia»). Dedussi quindi che l’accompagnatore in questione non fosse davvero lui, il balordo numero uno, bensì quel Nino. Quella specie di nano abbronzato divenne la sua ombra. Portava sempre un cappello dalla tesa larga, il che non mitigava affatto le sue tare biologiche. Un mento duro a mo’ di montagna. L’assuefazione malsana mi ripugna – se ne esiste una salutare – ma un altro al posto mio avrebbe potuto persino abituarsi, era di casa ormai. Una volta Mara tornò agitata e facemmo l’amore con lui che ci guardava dalla sedia. Placido, come di fronte a un acquario o alla gabbietta di un coniglio. Avrei giurato che gli scappasse da ridere. Io non protestai, perché se non si fiata subito, se si lascia che un certo quadro sia normalità, allora se ne accettano pure le conseguenze e le implicazioni altrove giudicabili assurde.

Per lo stesso motivo mi guardai bene dal confidarmi con Elio la mattina seguente. Avrei dovuto prima perdermi in strade fumose fatte di preamboli, ritagli, confini e definizioni e poi introdurre il fatto in sordina, dolce dolce, senza tra l’altro la minima garanzia di successo. Non ero pazzo. Mara aveva lo stesso sapore di mandorle amare, di aria chiusa dentro a un cassetto in legno massello. Quasi. Si sentiva un retrogusto diverso. Un puzzo d’aceto coperto da una marea di profumo fruttato. A volte ci trovavamo soli, allora scioglievo la lingua prima che l’intruso potesse materializzarsi di nuovo e ne veniva fuori una piena, un flusso straripante che non sapevo dominare, ondate furiose di Weltschmerz, spasmi, un Fernweh per un che di imprecisato fuori dalla mia pelle, slanci di affetto masochistico per ciò che squarcia e lacera, il tutto per il bene della mia inettitudine. «Mara, Mara ti prego. Ce ne dobbiamo andare da qui. Questo posto ammuffito, scaduto… non saremo più giovani. Lo capisci?». Rideva, e io stentavo a credere a quei canini nudi, di un’oscenità che il seno, le cosce aperte potevano solo sognare. Dubitavo delle pareti, dubitavo dei suoni. Mi trasformavo nella cassa di risonanza del dubbio di ogni essere pensante ed era schifo, schifo e ancora schifo totale. «Giuro che se non vieni con me sulle tue gambe te le spezzo, ti ammazzo e poi lo vedrai.» Uguale. Una risata poco impegnativa, tirava la frusta di capelli dietro la spalla per scandire un «sei tanto caro». Mi scrutava una manciata di secondi con un dondolio di pupille che nella penombra sembravano acquose. Mi baciava la guancia e si accendeva una sigaretta, come se avesse sul serio pena per me e cercasse di risolverla attraverso mosse concrete. Avrei giurato che la fiammella improvvisa dell’accendino le tremasse tra i polsi stanchi e incapaci di prendere atto di noi, della notte, della delusione cosmica di scoprirsi un corpo, braccia, nocche, stinchi da incrociare nel puzzle altrui per averne in cambio solo nausea e un filo sottilissimo di imprecisione. O forse ero io a tremare, mentre Mara riforniva le sinapsi della dose di nicotina reclamata e si girava infantile dall’altra parte per liquidarmi come si fa con la scabbia di un randagio che non si sa perché ti si mette appresso in giro per le strade di campagna. Un giocattolo passato di moda. E veramente credo si dimenticasse. Nell’attimo in cui voltava la faccia altrove poteva scordarsi sul serio di me e delle notti passate al liquore, delle faccende di sudore e fatiche emotive nutrite col contagocce. Raziocinare non bastava, bisogna capire coi pori della pelle dolenti, con le costole incrinate dal disgusto, coi crampi ai piedi per l’orrore, così da poter a poco a poco assorbire e digerire l’estraneità che mi donava, per capire fin dentro alle viscere che i denti da latte, le corse sotto la pioggia, i giardinetti pubblici, il diploma, la peritonite cronica erano stati appena uno scherzo. Che tutto era una commedia giocosa e vattelapesca, che ci vuoi fare.

Al crepuscolo uscivo spesso a passeggiare per le stradine di marmo e pietra cotta. Mi calmava i nervi. Mi torna in mente la squinternata del racconto di Elio. Le analogie potrebbero rivelarsi più numerose del previsto, le mentecatte. Analogia mentecatta ora e sempre. Girare a casaccio era l’unico modo per racimolare attimi preziosi di sonno fugace nelle ore notturne. Contavo sullo sfinimento fisico. L’esaurimento della psiche mi aveva già deluso. Checché se ne dica, mente e corpo si incontrano di rado. Capita che un uomo sopravviva persino una vita intera senza che l’una sospetti di avere qualcosa a che fare con l’altro. Una volta le scarpe mi condussero fino al sagrato della Chiesa del Divino Amore. Bellissimo nome. Mi sedetti sulla scalinata di marmo bianco-rosato per riposare le gambe che pulsavano di sangue in allerta. La piazzetta antistante era spoglia, ordinata e spolverata dal venticello che a ritmo d’onda tornava a carezzarla. Le enormi arance dei lampioni fluttuavano nell’aria della sera neonata, fatta di quel profumo indefinibile, commovente che sta in fondo alle stagioni languide e che le rende tanto care e tanto arcane. Somigliava alla pace, alle ultime note di un adagio, alle ferie pagate dopo un anno di lavoro. Rincasai fischiettando. Girai la chiave nella toppa, abbassai la maniglia. La porta si apriva solo a metà, il passaggio era ostruito dalla mole di un ostacolo. Mi infilai nella fessura e chiusi la porta alle mie spalle. Ci finii seduto sopra. Riflesso incondizionato al riposo. Un letto a una piazza, compreso di rete, spalliera e tutto.

«Trovo un posto più comodo in cui metterlo, giuro». Nino sbucò dalla cucina facendomi sussultare. Il bastardo si era stancato di dormire sulla poltrona.

«Dov’è?»

«Fuori». Fece un gesto vago in direzione della finestra.

«Con lui?»

Annuì.

Sospirai. «E non ce l’hai un altro posto? Voglio dire, una casa tua

«Senti… lui mi ha mandato per starti addosso, esasperarti, quel genere di cose là, certe volte non lo capisco nemmeno io. Però io non sono il tipo, credimi.»

Il lato umano dei Bravi, complimenti.

«Stammi a sentire, lascia perdere. Rinuncia alla donna, sarà meglio per tutti. Insomma, chi te lo fa fare? Sembri uno a posto.» Rinunciare alla donna. Strizzava gli occhi come una balia preoccupata sotto il nero che il cappello gli gettava sulla fronte.

«Senti, adesso ti faccio una bella frittata con formaggio e prosciutto cotto, eh? È giusto ora di cena e in frigo ci sono le uova.».

I piatti li lavai io.

Passai circa un mese in sella a quell’altalena. Avevo perso quasi dieci chili e i calcoli mi venivano una meraviglia. Riempivo i registri del Signor P. a una velocità spaventosa. «Hai bisogno di un dottore» ripeteva Elio scuotendo la testa, braccia conserte alle mie spalle. Mara tornava sempre meno. Veniva a prendere un vestito, un cappellino. Rispondeva a monosillabi. Non si tratteneva più di mezz’ora. Un mercoledì pomeriggio la vidi a bordo di una decappottabile. Occhiali da sole e boccoli lucidi, una diva del cinema. Alla guida l’aura scura di un pitbull antropomorfizzato. Coglievo stralci del loro passaggio a destra e a manca. Sul giornale, dietro la notizia del suicidio di un commerciante, tra le righe sullo spaccio di droga che rimbalzavano sull’istinto dei chiacchieroni di strada. Allusioni sfumate ai banconi dei bar circa bordelli, giri torbidi di motori alle tre di notte. Alla luce del giorno venivano a galla tracce che delineavano appena una figura macabra e astrusa. La vergogna del mormorio tra le dita vizze dei pettegoli sugli usci, faccende da vicinato. Visioni, ubiquità senza fonte certa, incubi in carne e ossa, musiche da quartetto d’archi per la scena di una soap opera anni ‘30.

Avevo cominciato a scrivere la tesi per un laureando in storia medievale. Steso sul letto, il lavoro procedeva a vele spiegate a dispetto del liquame che ormai bolliva nella mia pentola. A pochi metri dal materasso lo studente fumava una sigaretta dopo l’altra accanto alla finestra socchiusa. Era salito a portarmi del materiale, delle pubblicazioni su un gruppo di flagellanti spagnoli e un altro monte di fogli volanti. Il ragazzino nutriva una bizzarra passione per il superfluo, ragione per cui decise di impormi la sua presenza nel momento della creazione. Io non protestai, anzi, accomodati. Il mio appartamento era ridotto a una pubblica piazza, tirare in ballo l’intimità e la riservatezza mi parve blasfemo. Il mattone che lanciarono dalla strada lo prese dritto in fronte. Sugo ovunque e vetri rotti. Poco male. Morte tua vita mia.

Lo stridio di pneumatici in corsa salì fino al nostro piano. Una frenata di colpo. Tonfi di sportelli sbattuti. Un trotto violento per le scale intervallato dalle bestemmie dello studente. Sfondarono la porta. Balzai in piedi. Erano in due, lui e un altro sconosciuto. Non avevo mai visto prima neanche lui, è ovvio, ma si capiva chi era il cane e chi il padrone. Quello alto, bruno e col completo chiaro doveva essere il boss e l’altro, senza cappello e con le mani nervose, il tirapiedi. Dietro di loro, seminascosta dal vano della porta c’era Mara tutta in viola. Cattivo presagio, forse più del coltellaccio da macellaio che ciascuno dei due impugnava.

«E quello stronzo là che piscia sangue chi è?» Con la lama fece un cenno verso lo studente. Una voce pulita, di cristallo. Che delusione.

«Non lo so, signore» scattò subito lo scagnozzo.

Signore. E poi i coltelli. Poteva pure averci vissuto parecchio, negli USA, ma non aveva imparato granché. Gangster insufficiente, ergo bocciato.

«Sentite, io non c’entro proprio, lasciatemi andare e giuro….»

«Zitto!»

Silenzio.

«E così pensi che quella sia la tua donna, giusto? Te ne vai in giro a dire che è tua.» Mi fissò verde oliva attraverso la luce smorzata della lampada. Avevo messo un asciugamano sopra la lampadina e la trama d’ombre che ne usciva gli faceva la mascella ancora più sporgente e violenta. Me l’ero immaginato più significativo. Una via di mezzo tra il Nettuno di Ammannati e il Genio della Vittoria di Michelangelo. Davanti invece avevo un rospo di carne gonfio di alterigia.

«Volevi fare l’uomo. Be’, fai l’uomo allora. Battiti con me, battiti per la tua donna». Lanciai un’occhiata fugace a lei che si schermava dietro la parete. Corrugava le sopracciglia, indecifrabile. Era sempre stata una specie di operazione matematica con un errore di stampa. Si poteva individuare il refuso, ma la soluzione non sarebbe mai venuta fuori come da manuale. Il bello è che io dopo tanta nausea nemmeno la volevo più. Eppure ormai non potevo sottrarmi. Lui era lì, lei, io, Lucy in the sky with diamonds. E l’Illuminismo e Pavlov. Ma la Parte, la Parte. The show must go on. Odio da parte mia per la variazione sul tema antropologico che sbavava di rabbia a due metri di distanza. Si trattava solo della Circostanza. Non bisogna legarsela al dito se di mezzo c’è la Circostanza. Andai loro incontro mentre mi incalzavano. Respira e stringi i denti. Sii coerente col resto della tavolozza. Dentro ripensavo di colpo ai miei nonni nei campi, alla smorfia che i vecchi facevano quando moriva una bestia e bisognava seppellirla. Le faccende lontane e color seppia degli antenati. Il corredo di nozze mangiato dai tarli in fondo all’armadio, con qualche macchia ocra indelebile. Le mani giovani di mia madre che accarezzavano il vestito da sposa. Fuori scivolavo su dettagli minimi che si accostavano piano per forgiare una catena di fatalità che assumeva un significato profondo quanto inutile. Un piccolo brufolo sotto la narice sinistra dello sgherro, la cucitura del taschino della giacca del pitbull. Affondò il coltello puntando alla mia pancia, schivai. L’altro cercò di afferrarmi per le braccia in modo da immobilizzarmi. Presi a scalciare con quanta più forza riuscivo a raccogliere e gridavo, gridavo come un folle sotto tortura e fu un bello sforzo darmi tanta pena per renderlo abbastanza esaltante da attirare l’attenzione dei vicini. Lo staranno uccidendo sul serio secondo te? Ma no, cara, sono ragazzi, si sa! Un po’ d’educazione per l’amor del cielo, è notte. La gente lavora.

La penna con cui stavo scrivendo mi era rimasta in mano tutto il tempo. Saltai al collo del leccapiedi e la conficcai nel bulbo oculare più a fondo possibile. Gli andò di volta il cervello tutto insieme. Cristo, non avrei voluto essere nei suoi panni. Lo studente approfittò della confusione generale per buttarsi dalla finestra, fiducioso di potersi aggrappare alla grondaia e lasciarsi scivolare fino in strada, ma era troppo buio e in più il sangue gli si era seccato sulle ciglia impedendogli la visuale. Dal verso che seguì il tuffo dedussi una frattura scomposta alla tibia. Il ciclope si rotolava sul tappeto muggendo insulti e bestemmie, e poco dopo tacque. Doveva essere svenuto. Mara scappò via di corsa. Il cagnaccio idrofobo tornò ad attaccare nuovamente. Saltavo sul materasso, mi muovevo in tondo tra l’armadio e la finestra cercando di guadagnare spazio verso il resto della casa, di non farmi mettere spalle al muro, magari di raggiungere la cucina e di prendere anch’io un coltello. Tanto la polizia sarebbe arrivata prima o poi. Gli spioni della porta accanto, un passante per la strada allarmato dagli strilli, qualcuno doveva pur aver chiesto aiuto. Tenere al sicuro la pelle fino al sipario, intanto fare la scena, attenersi allo schema. Giravo intorno al tavolo quando lui allungò il braccio e mi ferì alla spalla. Calore, prurito, contrazioni muscolari e respiratorie. Il dolore a fitte mostruose. Scattai di lato e andai alla carica con una sedia. Perse l’equilibrio. La sapienza della pupilla fotografò l’esatto istante in cui la sua nuca andava a sbattere contro lo spigolo del tavolo per poi tatuarsi a terra con un tonfo sinistro di materiale organico maltrattato. Non si muoveva più. Era durato meno del previsto. Il taglio mi faceva vedere le stelle. D’altronde, andava fatto.

Scesi le scale e uscii. Magari Elio aveva dei cerotti da prestarmi.

21319046_1852113701470116_147597643074303724_oChiara Trombetta è nata a Sora nel 1995. Vive a Siena da tre anni, dove ha studiato mediazione linguistica e culturale presso l’Università per Stranieri. A dicembre 2017 concluderà il suo percorso di studi con una tesi in linguistica generale su Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Collabora con The Freak su cui pubblica poesie e racconti e con L’Irrequieto.