Harry Potter, il brand patinato: apologia di un finto progressismo

Sono passati vent’anni da quando la saga di Harry Potter è comparsa nelle librerie e per celebrare degnamente l’anniversario di un successo editoriale come pochi, verranno immessi sul mercato altri due libri: Harry Potter: A History of Magic – The Book of The Exhibition, e Harry Potter – A Journey Through A History of Magic. Si tratta di due approfondimenti, il primo sulle materie studiate alla magica scuola di Hogwarts, il secondo sugli unicorni.

Anche il più accanito fan ne sarà probabilmente annoiato: l’avventura di Harry Potter si è conclusa, come ogni favola che si rispetti, dopo la riuscita della prova e la conseguente catarsi. Quello che non si è esaurito è l’immenso successo del brand, capace ancora di muovere quantità di denaro tali da convincere i produttori a ricominciare, cambiando protagonista, l’avventura del giovane eroe nel mondo magico. Ma qual è la ragione di questo enorme successo?

Sicuramente si potrà far risalire una parte del merito a imperscrutabili tendenze di origine sociologica, ma gran parte andrebbe ascritta alla storia in sé. Non è difficile, infatti, notare che la struttura sociale a cui si rifà è quella di un mondo precedente alla società di massa, medioevo favolistico in cui l’individualità si sostanzia attraverso l’eroismo di stampo cavalleresco, senza dover emanciparsi dall’omologazione e dalla rappresentazione imposta dalla catena di montaggio e dalla percezione della realtà filtrata dai social media. Inoltre le tecnologie premoderne della saga contribuiscono a suggerire un sentimento di nostalgia per un’epoca passata, e in particolare per un’Inghilterra rurale il cui ricordo idealizzato è vivo nell’immaginario collettivo inglese.

Quella stessa Inghilterra che Tolkienn celava nelle descrizioni della paradisiaca contea degli hobbit, esaltazione di una vita semplice e ricca di piacere, cui si contrapponeva la spinta all’industrializzazione disumanizzante del cattivo di turno. Nel nostro caso poi c’è l’elemento gotico, l’ulteriore fascinazione per un mondo misterioso ma non incomprensibile, un mondo in cui il linguaggio plasma la realtà.

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Insomma si tratta di un paradiso destinato a pochi, e concesso non per merito ma per mero diritto di nascita (com’è tale quello di chi nasce in una classe agiata). Un paradiso, quindi, da difendere. Da chi? Da chi vorrebbe che tale condizione privilegiata di superiorità venisse esplicitata: parte del piano dell’antagonista è rendere noto a tutti i babbani la propria condizione. Esplicitare i marxiani rapporti di forza nella società, mostrando ai babbani (i non privilegiati) la verità sulla propria condizione, l’esistenza di un mondo a loro sconosciuto, che gode di benefici a loro negati in una maniera che ricalca quello stesso vagheggiamento di autodeterminazione dei popoli con l’affermazione del quale le potenze europee sancivano la fine della dominazione politica delle ex colonie e il proseguimento di quella economica.

Un disegno, ritenuto malvagio dai privilegiati, di esplicitazione di una superiorità che qui si connota di un elemento razziale (babbani – non babbani), e che in diversi interventi accademici – si veda il prestigioso Inside Higher Ed tra gli altri – è stato assimilato a quello della Germania hitleriana, specie agli inizi, quando la proclamata sospensione dello stato di diritto e delle libertà fondamentali iniziava a palesarsi brutalmente, annunciandosi come presagio di altrettanti e più gravi avvenimenti. Per cui, seguendo la logica degli eroi del caso, al disegno di disvelamento della condizione sociale sarebbe preferibile – e auspicabile – un modello di società rigidamente classista.

E arriviamo così al secondo snodo fondamentale: chi può salvare il mondo magico? Ci sono legioni di maghi buoni che lottano contro l’oscurità e alcuni anziani saggi dalla barba bianca e dall’immenso potere. Ma non basta, perché una profezia ha decretato chi è che deve dare il colpo di grazia. E costui è un bambino, inseguito e segnato per tutta la vita dal proprio ruolo messianico, che tuttavia lo pone in bilico tra i due mondi, in bilico tra la cosa giusta da fare e l’oscurità, che pure lo attrae, essendone in parte contaminato. Questa individuazione, questa elezione divina che gli è toccata in sorte, lo ha scelto in maniera del tutto casuale, magica e incomprensibile (vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare). Un ruolo da cui lui non può sottrarsi, e che solo accettando può portare a termine: il marcusiano principio di prestazione, che tuttavia lo eleva al rango di eroe. Non c’è alcuna indeterminatezza, alcuna indecisione o esistenzialismo: il senso è stato già stabilito, la vita trova significato sin dal primo momento e la sopravvivenza stessa («nessuno dei due può vivere se l’altro sopravvive») implica una scelta. E se la necessità di accettare ciò potrebbe sembrare tragica, certo lo è nella sua vera accezione: l’eroe della tragedia ha almeno la grandezza nella propria sorte, negata a tutti i comprimari il cui martirio resterà oscuro, militi ignoti che nemmeno nel sacrificio supremo possono trovare identificazione: la stessa dimensione mistico-esoterica del rituale sacrificale li elude.

Ma il paragone con la tragedia non è calzante: il protagonista deve sì accettare di dare la propria vita affinché la società magica possa restare nascosta e la purificazione hitleriana non abbia luogo, ma il sacrificio non è un reale sacrificio, come non lo era quello che Dio chiese ad Abramo: era sufficiente che manifestasse la propria subordinazione al principio superiore. Così avviene in questo caso: l’eroe muore-ma-non-muore-davvero, la società è salva e il finale è la vita che riprende a scorrere: i protagonisti accompagnano i figli a scuola e si inseriscono nella società magica, segreta e pacificata, in cui la loro individualità è sparita: la mancanza del martirio li priva della gloria eroica, si appiattiscono, spariscono nella folla e gioiscono della propria ritrovata routine. La vera vittoria è il ritorno al ruolo di cittadini della società privilegiata, consapevoli dei rischi affrontati per difendere tale società, le avventure che ne hanno fatto degli eroi ammirati-invidiati, e che si concludono nel momento in cui smettono di essere tali. La conservazione dell’ordine sociale prestabilito, un ordine che, sotto la tessitura favolistica, rispecchia quello reale.

Sarebbe dunque logico supporre che il finale, quanto l’opera, sia capace di riflettere quella che per il lettore medio è la propria visione del mondo. Una società in pieno sviluppo, un benessere condiviso da tutti (o almeno dalla maggior parte), che elude le proprie contraddizioni confrontandosi col proprio doppio, l’incarnazione della rappresentazione del male, assoluto e manicheo, che è vittima funzionale a costruirne l’identità.

Una narrazione che tenta – opacizzata dalla copertina patinata del brand – di restituire la rappresentazione di una società diseguale e tuttavia in pace con se stessa, consapevole della necessità di un’illusione/minaccia progressista per conservarsi.

Per questo la domanda da porsi è: la saga di maggior successo di sempre è davvero di stampo reazionario?