«La zampa di scimmia» di W.W. Jacobs

Attento a quel che desideri, perché potresti ottenerlo.
Anonimo

I

Fuori, la notte era fredda e umida, ma nel salottino di villa Laburnum le imposte erano chiuse e il fuoco scoppiettava nel camino. Padre e figlio erano alla scacchiera; il primo, che aveva idee alquanto ardite sul gioco, esponeva il re a tali e gratuiti pericoli da strappare commenti persino alla vecchia signora dai capelli bianchi che sferruzzava placidamente accanto al fuoco.

«Senti che vento» disse Mr White, il quale, essendosi accorto di un errore fatale quando era ormai troppo tardi, ora era smanioso di impedire che il figlio se ne accorgesse.

«Lo sento» disse lui ispezionando torvo la scacchiera mentre allungava la mano. «Scacco.»

«Dubito fortemente che verrà» disse il padre, la mano sospesa a mezz’aria sopra la scacchiera.

«Scacco matto» replicò il figlio.

«È la sfortuna di vivere così isolati» inveì Mr White con una violenza improvvisa quanto inattesa.

«Di tanti postacci infimi e fuori mano in cui abitare, questo è il peggiore di tutti. Il vialetto è un pantano, e la strada un torrente. Chissà che pensa la gente. Penseranno che siccome ci sono solo due case sulla strada, allora chi se ne importa.»

«Tranquillo, caro» disse la moglie per rabbonirlo, «magari la prossima volta vincerai tu.»

Mr White sollevò di colpo la testa, appena in tempo per intercettare uno sguardo d’intesa fra madre e figlio. Le parole gli morirono sulle labbra, e dietro la barbetta grigia nascose un sorriso colpevole.

«Eccolo qui» disse Herbert White quando il cancello sbatté rumorosamente e passi pesanti si avvicinarono alla porta.

Il vecchio si alzò con sollecita premura e, aprendo l’uscio, si rammaricò col nuovo arrivato. Anche il nuovo arrivato era dispiaciuto, sicché Mrs White intervenne con un: «Su, su!» e tossì appena mentre il marito rientrava seguito da un uomo alto e corpulento, dagli occhi vispi e il viso rubicondo.

«Sergente maggiore Morris» disse Mr White, per presentarlo.

Il sergente maggiore le strinse la mano e si accomodò dove gli venne indicato accanto al caminetto, guardando soddisfatto il padrone di casa che tirava fuori whiskey e bicchieri e metteva sul fuoco un piccolo bollitore di rame.

Al terzo bicchiere i suoi occhi si fecero lustri, e la famiglia riunita abbracciò con uno sguardo pieno d’interesse il viaggiatore che veniva da luoghi lontani, mentre raddrizzava le ampie spalle sulla poltrona e cominciava a narrare di terre selvagge e atti di coraggio, di guerre, pestilenze e genti bizzarre.

«Ventun anni di questa vita» commentò Mr White, con un cenno alla moglie e al figlio. «Quand’è partito era un ragazzetto al magazzino. E ora guardatelo.»

«Non mi sembra gli abbia fatto granché male» osservò educatamente Mrs White.

«Piacerebbe anche a me andare in India» disse il vecchio, «solo per vedere com’è fatta.»

«Meglio starsene qui» disse il sergente maggiore, scuotendo la testa. Posò il bicchiere vuoto e, con un mezzo sospiro, tornò a scuoterlo.

«Mi piacerebbe vedere questi vecchi templi, i fachiri e i giocolieri» disse il vecchio. «L’altro giorno mi dicevi di una zampa di scimmia, o ricordo male, Morris?»

«Niente di che» si affrettò a rispondere il soldato. «Almeno, niente che valga la pena ascoltare.»

«Zampa di scimmia?» fece Mrs White incuriosita.

«È quel che si dice una magia, forse» replicò con modi spicci il sergente maggiore.

I tre ascoltatori si sporsero in avanti, in attesa. L’ospite si portò distrattamente alle labbra il bicchiere vuoto, quindi tornò a posarlo. Il padrone glielo riempì di nuovo.

«A vederla» disse il sergente maggiore, frugandosi nella tasca, «è solo una zampetta qualsiasi, secca come quella di una mummia.»

Tirò fuori un oggetto dalla tasca e glielo porse. Mrs White si ritrasse con una smorfia, ma il figlio lo prese e lo studiò attentamente.

«E cos’ha di tanto speciale?» chiese Mr White sottraendolo al ragazzo, e una volta esaminato lo ripose sul tavolo.

«Un incantesimo imposto da un vecchio fachiro» disse il sergente maggiore, «un vero santone. Voleva dimostrare che è il fato a governare le vite degli uomini, e chi interferisce lo fa a proprio discapito. L’incantesimo prevede che tre uomini diversi possano esprimere ciascuno tre desideri.»

Aveva un contegno tanto severo che i suoi ascoltatori si accorsero della sconvenienza delle loro risatine.

«Ebbene, signore, perché non li ha espressi?» chiese prontamente Herbert White.

Il soldato lo osservò come spesso gli uomini maturi osservano i giovani impudenti. «Li ho espressi» disse piano, e il suo viso arrossato sbiancò.

«E ha davvero esaudito i tre desideri?» chiese Mrs White.

«Li ha esauditi» rispose il sergente maggiore, e il bicchiere tamburellò sui suoi denti robusti.

«Li ha espressi qualcun altro?» insisté la signora.

«Il primo proprietario li aveva espressi, sì» fu la risposta. «Non so quali fossero i primi due desideri, ma l’ultimo era la morte. È così che ho avuto la zampa.»

Il tono era talmente grave che sul gruppetto cadde il silenzio.

«Se hai espresso tutti e tre i desideri allora non ti serve più, Morris» disse infine il vecchio. «Cosa la tieni a fare?»

Il soldato scosse la testa. «Per capriccio, forse» disse lentamente. «Volevo venderla, ma non penso che lo farò. Mi ha già causato abbastanza disgrazie. E poi, nessuno la comprerebbe. Alcuni penserebbero che è una leggenda, e quelli disposti a crederci vorrebbero provarla prima di scucire un centesimo.»

«Se potessi esprimere altri tre desideri» disse il vecchio, scrutandolo intensamente, «li esprimeresti?»

«Non lo so» disse l’altro. «Non lo so.»

Prese la zampa e, facendola oscillare fra pollice e indice, d’un tratto la gettò nelle fiamme. White, con un gridolino, si chinò e la trasse in salvo.

«Meglio lasciarla bruciare» dichiarò il soldato.

«Se non la vuoi, Morris» obiettò l’altro, «dàlla a me.»

«No» disse l’amico ostinatamente. «Io l’ho gettata nel fuoco. Se decidi di tenerla, non dare a me la colpa di quello che succederà. Buttala nel fuoco, come farebbe qualsiasi uomo saggio.»

L’altro scosse la testa ed esaminò la sua nuova proprietà da vicino. «Come si fa?» domandò.

«Si tiene nella mano destra e si esprime il desiderio ad alta voce» disse il sergente maggiore. «Ma ti ho avvertito delle conseguenze.»

«Sembra una storia da Le mille e una notte» disse Mrs White, alzandosi e cominciando a preparare la cena. «Magari potresti chiedere quattro paia di mani per me.»

Il marito tirò fuori il talismano dalla tasca, e tutti e tre scoppiarono a ridere mentre il sergente maggiore, con uno sguardo allarmato, lo afferrava per il braccio.

«Se proprio devi farlo» disse in tono aspro, «chiedi qualcosa di ragionevole.»

Mr White si infilò la zampa nella tasca e, sistemando le sedie, invitò l’amico al tavolo. Durante la cena il talismano venne in parte dimenticato, e dopo tutti e tre sedettero ad ascoltare affascinati la seconda puntata delle avventure del soldato in India.

«Se la storia della zampa di scimmia è vera come le altre che ci ha raccontato» disse Herbert richiudendo la porta dietro l’ospite, uscito giusto in tempo per prendere l’ultimo treno, «non ne caveremo granché.»

«Gli hai dato qualcosa in cambio?» chiese Mrs White, studiando attentamente il marito.

«Una bazzecola» disse lui, arrossendo un poco. «Non voleva niente, ma l’ho costretto ad accettarla. Ha di nuovo insistito perché me ne disfacessi.»

«Figuriamoci» disse Herbert, affettando raccapriccio. «Adesso sì che diventeremo ricchi, famosi e felici. Per prima cosa, pa’, chiedi di diventare imperatore: così tua moglie non potrà più darti il tormento.»

Si mise a correre intorno al tavolo, inseguito dalla vituperata Mrs White armata di capezziera.

Mr White tirò fuori la zampa dalla tasca e la scrutò dubbioso. «Non so che cosa chiedere, e questo è un dato di fatto» disse lentamente. «Mi sembra di avere già tutto quello che desidero.»

«Non saresti più contento senza il debito sulla casa?» disse Herbert, con la mano sulla sua spalla.

«Be’, allora chiedi duecento sterline: dovrebbero bastare.»

Il padre, con un sorriso di vergogna alla propria credulità, sollevò il talismano, e il figlio, con un’espressione solenne un po’ guastata dall’occhiolino rivolto alla madre, sedette al pianoforte e suonò qualche accordo teatrale.

«Desidero duecento sterline» scandì il vecchio.

Le sue parole furono accompagnate da un’altra vigorosa sequenza di note, interrotta da un grido di paura del vecchio. Moglie e figlio lo raggiunsero di corsa.

«Si è mossa» strillò l’uomo, con uno sguardo di disgusto all’oggetto sul pavimento. «Mentre esprimevo il desiderio l’ho sentita guizzare come un serpente.»

«Be’, io i soldi non li vedo» disse il figlio, raccogliendola e mettendola sul tavolo. «E scommetto che non li vedrò mai.»

«Devi essertelo immaginato» disse la moglie, guardando il marito con apprensione.

Lui scosse la testa. «Ma non ha importanza; non mi ha fatto male, è solo lo spavento.»

Tornarono a sedere intorno al fuoco mentre i due uomini finivano la pipa. Fuori, il vento era più forte che mai, e il vecchio sobbalzò al suono di una porta che sbatteva al piano di sopra. Sui tre cadde un silenzio insolito e avvilente, che durò finché i due coniugi non si alzarono per andare a dormire.

«Chissà che non ti ritrovi i soldi in un sacchetto sotto le coperte» disse Herbert, augurando loro la buonanotte, «con qualcosa di mostruoso acquattato in cima all’armadio che ti osserva mentre intaschi i guadagni illeciti.»

Rimase solo nelle tenebre, a scrutare le facce che si andavano disegnando dentro al fuoco morente. L’ultima era talmente orrenda e scimmiesca che rimase a osservarla meravigliato. Era tanto vivida che, con una risatina nervosa, il ragazzo allungò il braccio verso il tavolo, in cerca di un bicchier d’acqua da gettare sulle braci. La sua mano toccò invece la zampa di scimmia, e con un brivido se la pulì sulla giacca e se ne andò a dormire.

II

La mattina seguente, nella luce del sole d’inverno che si riversava sul tavolo della colazione, il giovane rise delle proprie paure. La stanza aveva un’aria salda e prosaica assente la sera prima, e la zampetta sporca e raggrinzita era stata abbandonata sulla credenza con una noncuranza che lasciava intendere la scarsa considerazione dei suoi poteri.

«I soldati sono tutti uguali» commentò Mrs White. «Che idea, metterci ad ascoltare certe baggianate! Com’è possibile, oggigiorno, che i desideri si esaudiscano così? E anche se fosse, che male mai potrebbero farti, caro, duecento sterline?»

«Magari piovono dal cielo e gli cascano sulla testa» disse lo sciocco Herbert.

«Morris ha detto che accade in modo talmente naturale» spiegò il padre, «che uno, se vuole, può benissimo attribuirlo al caso.»

«Be’, non metterti a spenderli prima del mio ritorno» disse Herbert alzandosi dal tavolo. «Non vorrei ti trasformassi in un vecchio spilorcio, che poi ci tocca rinnegarti.»

La madre rise e, accompagnandolo alla porta, lo guardò allontanarsi lungo la strada; e tornata al tavolo della colazione, si rallegrò a spese della credulità del marito. Il che non le impedì di affrettarsi alla porta quando bussò il postino, né di lagnarsi di quel beone del sergente maggiore a riposo quando scoprì che il postino portava il conto della sartoria.

«Di sicuro quando torna Herbert farà qualche altra battuta delle sue» disse, mentre sedevano per pranzo.

«Forse» disse Mr White versandosi la birra. «Eppure sono pronto a giurare che quell’affare si è mosso.»

«Era solo un’impressione» disse la signora in tono conciliante.

«Ti dico che si è mosso» rispose l’altro. «Nessuna impressione; ero lì e… Ma che hai?»

La moglie non rispose. Osservava i misteriosi movimenti di un uomo in strada che, dando di tanto in tanto occhiate nervose alla casa, tentennava sull’ingresso. Pensando subito alle duecento sterline, la donna notò che lo sconosciuto era ben vestito, e portava un cappello di seta nuovo di zecca. Tre volte si accostò al cancello, per poi allontanarsi di nuovo. La quarta volta si fermò con la mano sopra, quindi con improvvisa fermezza lo spalancò e imboccò il vialetto. Subito Mrs White si portò le mani dietro la schiena, slacciandosi in tutta fretta il grembiule e riponendolo sotto il cuscino della sedia.

Fece entrare l’ospite, che sembrava a disagio. Lui le lanciava occhiate di soppiatto, e con sguardo preoccupato la ascoltò scusarsi dello stato della stanza, e della giacca del marito, un capo che in genere riservava al giardino. Poi la donna attese, con tutta la pazienza che le permetteva il suo sesso, che l’uomo spiegasse il motivo della visita, ma quello all’inizio rimase curiosamente in silenzio.

«Mi… hanno mandato a chiamarvi» disse infine, chinandosi a raccogliere un filo di cotone caduto dai pantaloni. «Da Maw & Meggins.»

La vecchia trasalì. «Cosa succede?» chiese, agitatissima. «È successo qualcosa a Herbert? Che cosa? Che cosa?»

S’intromise il marito. «Su, su, donna» si affrettò a dire. «Siediti, e non saltare alle conclusioni. Sono certo che non ci porta cattive notizie, non è vero, signore?» e lo guardò speranzoso.

«Mi dispiace…» attaccò l’ospite.

«È ferito?» chiese la madre, fuori di sé.

L’ospite annuì. «Gravemente» mormorò, «ma non soffre più.»

«Oh grazie a Dio!» disse la vecchia, giungendo le mani. «Grazie a Dio, grazie! Gra…»

Si interruppe, comprendendo il significato sinistro di quella rassicurazione, e vide l’atroce conferma delle sue paure nel viso distolto dell’altro. Il fiato le si mozzò in gola, e rivolgendosi al marito lento di comprendonio, posò la mano tremante sulla sua. Seguì un lungo silenzio.

«È rimasto incastrato nella macchina» spiegò infine l’ospite a mezza voce.

«Incastrato nella macchina» rispose Mr White, come stordito, «sì.»

Si mise a sedere fissando la finestra e, prendendola tra le sue, strinse forte la mano della moglie come era solito fare quarant’anni prima, ai tempi del loro corteggiamento.

«Era l’ultimo che ci era rimasto» disse, rivolgendosi gentilmente all’ospite. «Così è dura.»

L’altro diede un colpo di tosse e, alzandosi, camminò lentamente fino alla finestra. «La ditta mi ha pregato di esprimervi le più sentite condoglianze per questa perdita» disse, senza guardarsi intorno.

«Spero che capirete che sono al loro servizio e mi limito a eseguire gli ordini.»

Non ci fu risposta; la vecchia aveva il viso pallido, gli occhi sgranati, il respiro impercettibile; il volto del marito recava un’espressione che il suo amico sergente avrebbe potuto avere alla prima operazione militare.

«Devo riferirvi che Maw & Meggins declinano ogni responsabilità» continuò l’altro. «Si dichiarano del tutto innocenti, ma in segno di gratitudine per il servizio prestato da vostro figlio, vorrebbero offrirvi una certa somma come risarcimento.»

Mr White lasciò cadere la mano della moglie e, alzandosi in piedi, guardò l’ospite con orrore. Con labbra secche domandò: «Quanto?».

«Duecento sterline» fu la risposta.

Senza udire il grido della moglie, il vecchio sorrise appena, tese le mani in avanti come un cieco, e crollò privo di sensi sul pavimento.

III

Nel gigantesco cimitero nuovo, a un paio di miglia di distanza, i vecchi seppellirono il loro morto, e tornarono alla casa immersa nelle ombre e nel silenzio. Era finito tutto così in fretta che sulle prime neanche se ne resero conto, e rimasero in uno stato di attesa come se dovesse accadere qualcos’altro – qualcosa che avrebbe alleviato quel peso, troppo grande per i loro vecchi cuori.

Ma i giorni passavano, e l’attesa cedette il passo alla rassegnazione: la disperata rassegnazione dei vecchi, che talvolta si scambia per apatia. A volte si rivolgevano a stento la parola, perché non avevano più nulla di cui parlare, e i giorni erano lunghi da sopportare.

Fu circa una settimana dopo che il vecchio, destandosi di colpo nella notte, allungò la mano e si scoprì solo nel letto. La stanza era avvolta nelle tenebre, e dalla finestra giungeva un pianto smorzato. Si alzò a sedere sul letto e si mise in ascolto.

«Torna qui» disse con voce tenera. «Prenderai freddo.»

«Mio figlio prende ancora più freddo» disse la vecchia, e ricominciò a piangere.

Il suono dei singhiozzi si attutì a poco a poco. Il letto era caldo, e gli occhi dell’uomo pesanti dal sonno. Cadde in un sonno agitato, finché un urlo folle della moglie non lo svegliò di colpo.

«LA ZAMPA!» gridava lei come una pazza. «LA ZAMPA DI SCIMMIA!»

Lui si rizzò spaventato. «Dove? Dov’è? Che succede?»

Lei incespicò fino al letto per raggiungerlo. «La voglio» disse calma. «Non l’hai mica distrutta?»

«È in salotto, sulla mensola» rispose lui, sorpreso. «Perché?»

Lei scoppiò a piangere e ridere insieme, si chinò e gli baciò la guancia.

«Mi è venuto in mente ora» disse isterica. «Perché non ci ho pensato prima? Perché non ci hai pensato tu?»

«Pensato cosa?» domandò lui.

«Gli altri due desideri» ribatté lei. «Ne abbiamo espresso solo uno.»

«E non ti è bastato?» tuonò lui.

«No» gridò lei trionfante. «Ne esprimeremo un altro. Presto, va’ a prenderla, e chiedi che il nostro ragazzo torni in vita.»

L’uomo si mise a sedere sul letto e si scostò le coperte dalle gambe tremanti. «Dio mio, tu sei pazza!» gridò sconvolto. «Va’ a prenderla!» ripeté lei ansando. «Presto, va’ e chiedi che… oh, il mio bambino, il mio bambino!»

Il marito accese la candela con un fiammifero. «Torna a letto» balbettò. «Non sai quello che dici.»

«Il primo desiderio è stato esaudito» disse lei, farneticando. «Perché non il secondo?»

«È stata una coincidenza» farfugliò lui.

«Va’ a esprimere il desiderio» gridò la moglie, fremente d’emozione.

Il vecchio si girò e la scrutò, e disse con voce incerta: «È morto dieci giorni fa, e poi… non te l’avrei detto, ma… l’ho riconosciuto solo dai vestiti. Se allora era una vista troppo tremenda per te, come pensi che sia ora?».

«Riportalo qui» gridò la donna, e lo trascinò verso la porta. «Credi che abbia paura del figlio che ho allattato?»

Il vecchio scese nelle tenebre, trovando a tentoni la strada per il salotto, e poi da lì alla mensola del caminetto. Il talismano era al suo posto, e l’uomo fu colto dalla paura atroce che il desiderio inespresso facesse apparire il figlio mutilato prima che lui avesse modo di scappare dalla stanza, e quando si accorse che non sapeva più da che parte era la porta il cuore gli saltò in gola. La fronte madida di sudore, avanzò con le mani protese intorno al tavolo, e tastò il muro fino a ritrovarsi nel corridoio con quell’oggetto diabolico in mano.

Quando rientrò in camera persino il viso di sua moglie sembrava cambiato. Era pallido e speranzoso, e con suo sommo spavento sembrava recare uno sguardo innaturale. Aveva paura di lei.

«ESPRIMI IL DESIDERIO!» gridò la donna con voce possente.

«È una follia, è innaturale» esitò lui.

«ESPRIMILO!» insisté la moglie.

L’uomo alzò la mano. «Vorrei che mio figlio tornasse in vita.»

Il talismano cadde a terra, e lui lo scrutò con timore. Poi si accasciò tremante su una sedia, mentre la vecchia, con gli occhi che ardevano, raggiungeva la finestra e apriva l’imposta.

Rimase seduto fino a ghiacciarsi le ossa, lanciando di quando in quando occhiate alla sagoma della donna che guardava dalla finestra. La candela, che si era consumata fin sotto il bordo del candeliere di porcellana, gettava ombre pulsanti sul soffitto e sui muri, finché, con un ultimo bagliore non si spense. Il vecchio, indicibilmente sollevato per il fallimento del talismano, tornò pian piano a letto, e dopo un attimo la moglie si stese muta e apatica accanto a lui.

Nessuno dei due disse niente, rimasero in silenzio ad ascoltare il ticchettio dell’orologio. Uno scalino scricchiolava, e un topo zampettava nell’intercapedine del muro. Le tenebre erano opprimenti, e dopo qualche tempo speso a racimolare il coraggio, l’uomo prese la scatola di fiammiferi e, accendendone uno, scese di sotto in cerca di una candela.

Ai piedi delle scale il fiammifero si spese, e lui si fermò per accenderne un altro; nello stesso momento risuonò un colpo dalla porta d’ingresso, così basso e lieve da udirsi a malapena.

I fiammiferi gli caddero e si sparpagliarono per il corridoio. Rimase immobile, il fiato sospeso finché non udì un altro colpo alla porta. A quel punto si voltò e tornò di corsa in camera, richiudendosi la porta alle spalle. Un altro colpo riecheggiò per la casa.

«COS’È STATO?» gridò la donna, trasalendo.

«Un topo» disse l’uomo con voce tremolante, «un topo. L’ho incrociato sulle scale.»

La moglie si alzò a sedere e si mise in ascolto. Per la casa risuonò un colpo deciso.

«È Herbert!»

Corse alla porta, ma lui la precedette e, prendendola per il braccio, la trattenne.

«Cosa pensi di fare?» mormorò con voce roca.

«È il mio bambino: è Herbert!» strillò lei, dimenandosi meccanicamente. «Avevo scordato che era a due miglia di distanza. Perché mi trattieni? Lasciami. Devo aprire la porta.»

«Per Dio, non lasciarlo entrare» disse lui, tremante.

«Hai paura di tuo figlio» gridò lei, lottando per liberarsi. «Lasciami andare. Arrivo, Herbert, arrivo.»

Ci fu un altro colpo, e un altro ancora. Con un movimento improvviso, la vecchia si liberò e corse al piano di sotto. Il marito la seguì sul pianerottolo e la richiamò indietro preoccupato. Sentì sfilare la catena e il catenaccio che scorreva lento e rigido nell’anello. Poi la voce della vecchia, tesa e ansante.

«Il catenaccio» gridò lei. «Vieni giù. Io non ci arrivo.»

Ma il marito si era messo carponi e tastava il pavimento in cerca della zampa. Se solo l’avesse trovata prima che entrasse quella cosa. Una perfetta scarica di colpi risuonò per la casa, e lui sentì il grattare di una sedia che sua moglie aveva spinto nell’andito e contro la porta. Sentì il cigolio del catenaccio che rientrava, e in quel momento trovò la zampa di scimmia, e col poco fiato che gli restava espresse freneticamente il suo terzo e ultimo desiderio.

Il bussare s’interruppe di colpo, sebbene mandasse ancora i suoi echi per la casa. Sentì la sedia che veniva spostata, e la porta aperta. Dalle scale salì una folata di vento freddo, e il lungo lamento di delusione e pena della moglie gli diede il coraggio di scendere e raggiungerla, e infine uscire dal cancello. Il lampione che sfarfallava sull’altro lato illuminava una strada deserta e silenziosa.

Traduzione di Eva Allione

1091012William Wymark Jacobs (più noto come W. W. Jacobs) è uno scrittore inglese di racconti. Trascorre la sua infanzia nel South Devon, dove il padre lavora per una compagnia portuale e di qui l’ambientazione marinaresca dei suoi racconti umoristici. Il suo racconto più famoso è, The Monkey’s Paw, che esce in Inghilterra nel 1902 ed è pubblicato per la prima volta in Italia nel 1960 da «Einaudi Supercoralli», all’interno dell’antologia Storie di fantasmi. Racconti del soprannaturale. Esce, poi, nel 1993 nei Tascabili Einaudi, sempre a cura di Fruttero e Lucentini.