Intervista a Mary Miller: «Happy Hour» e l’ossessione del passato

Dopo l’esordio nel 2009 con Big World, Mary Miller ha pubblicato un’altra raccolta di racconti, Happy Hour, e un romanzo, The Last Days of California, entrambi tradotti da Sara Reggiani per Black Coffee nelle sue due incarnazioni editoriali, prima come collana di Clichy e poi come casa editrice indipendente. Happy Hour è il terzo libro pubblicato dalla indie fondata sul rodato sodalizio Reggiani-Taiuti, che finora ha prodotto risultati a dir poco egregi dando alle stampe quattro libri, tutti di donne nordamericane: due romanzi, una raccolta di short stories e una di personal essays. A breve poi dovrebbero arrivare tutti i racconti di una grandissima della letteratura a stelle e strisce: Joy Williams.

Protagoniste di Happy Hour sono sempre le donne, spesso tettute (finalmente!) e che (pensa tu!) càpita perfino che facciano sesso di loro spontanea volontà; anzi, magari non disdegnano essere riprese mentre lo fanno o cacciano fuori dal comodino un dildo oppure spediscono le mutandine sporche per posta all’amante telematico. Sì, buoni lì, ora non vi aspettate una roba tipo Faster, Pussycat! Kill! Kill! I luoghi sono caravan troppo angusti, cabine di navi da crociera (batsegnale ai fosterwallaciani all’ascolto) e appartamenti-stamberghe in campus dimenticati da dio. E la lente di Miller si appunta inesorabile su relazioni che procedono per inerzia o che vanno sfiorendo, oppure che sono nate finite e si sono appena chiuse, senza strascichi o grandi rimpianti. Relazioni – in poche parole – che non stanno in piedi manco col Bostik.

HappyHour

Ai personaggi di Miller piace sia il rap sia il country e non si fanno problemi al riguardo, leggono romanzi rosa e spesso sembra di averli già visti in una puntata di Cops o di Cheaters. Gente normale che «per qualche motivo ha deciso di concedersi il lusso di trascurare il suo potenziale, di illudersi che sta facendo del proprio meglio». Persone che hanno realizzato troppo in fretta che «è assurdo aspettarsi di continuo qualcosa quando in realtà non c’è altro che questo» e che quindi trascorrono le giornate a mangiare, a dormire, a guardare la tv pur non volendo, pur sapendo che la fine si approssima e non farà complimenti.

Abbiamo raggiunto Mary Miller via mail e questa è la nostra chiacchierata sui suoi libri e non solo.

I tuoi racconti spesso si svolgono all’interno di luoghi chiusi, monolocali o appartamenti, e il romanzo soprattutto tra bagni, l’interno di una macchina, camere di motel. E i tuoi personaggi sono spesso nervosi o irrequieti nell’essere all’interno di un posto, o in ogni caso piuttosto pigri malgrado sia sempre ora dell’happy hour e di certo non stanno facendo strada (sebbene il romanzo sia quella che passa per una road story). Ti piace descrivere i tuoi personaggi nella loro comfort zone, in una situazione controllata?

Questa è una domanda interessante. Per quanto alcuni dei personaggi dei racconti stiano tecnicamente facendo strada – uno sta volando a Miami, un altro è su una nave da crociera – tutti i narratori sono bloccati in qualche misura, magari intrappolati dalle loro paure o dentro una relazione oppure entrambe le cose.

Sono interessata a descrivere quelle che sembrerebbero «vite insignificanti» perché penso che la maggior parte di noi viva vite insignificanti. Ecco perché la gente si sposa e compra case e fa lo stesso lavoro – o perlomeno lo stesso tipo di lavoro – anno dopo anno. E se devo provare a psicanalizzarmi è proprio quello di cui ho sempre avuto più paura: essere bloccata nel solito posto, con la solita persona, a tempo indefinito. Proprio ora, gran parte della mia roba è in un magazzino e sto in una casa ammobiliata in affitto. Non ho appeso nessun quadro né mezza fotografia. Né ho voglia di fare spazio per la mia roba, più che altro per la paura di ritrovarmi qui a lungo termine. E probabilmente il prossimo posto mi farà lo stesso effetto.

Non sono certa di cosa dica di me questo fatto perché sembra contraddire lo scenario di «vite insignificanti» che abbiamo descritto entrambi. Dovrei andarmene a zonzo su e giù per la nazione con la moto o starmene in canoa per un tragitto di duemila e passa miglia su per il Mississippi, ma non mi càpita mai di fare cose del genere. La vita è parecchio confusa, davvero.

Sei nata a Jackson, in Mississippi, e le informazioni che ho di quel posto sono poche e sconclusionate: ha suppergiù gli stessi abitanti di Modena qua in Italia, quindi è una cittadina abbastanza piccola eppure è la capitale dello stato; è stata la città natale dove ha sempre vissuto Eudora Welty; e di recente ho letto in Non dimenticare chi sei di Yaa Gyasi che era un discreto mercato per gli schiavi. Tutta questa pericolante intro è per chiederti un paio di cose molto diverse. Anzitutto, hai qualcosa a che vedere con Eudora Welty, l’hai letta o ti piace?

Mi piace eccome Eudora Welty. Casa sua e il suo giardino sono a qualche miglia da casa mia e ci vado spesso. Welty e io, ovviamente, scriviamo di cose molto differenti, abbiamo temi e stili molto diversi. Non mi ci rivedo granché come scrittrice, ma ne ammiro il lavoro. Poi sono una grande fan delle sue fotografie, soprattutto quelle da metà al finire degli anni ’30.

Poi c’è quel racconto in cui una delle protagoniste, di New York, si lamenta costantemente con la coinquilina della storia tragica del Mississippi e della mancanza di senso della storia della gente che le è attorno – perlomeno quella è la sua percezione –, ma la coinquilina che è la voce narrante non se ne interessa molto. Le tensioni razziali ancora tristemente attuali fanno capolino nei tuoi lavori? Cosa significa crescere a Jackson, in Mississippi?

Non sono sicura di sapere cosa significhi crescere in un determinato posto. Ho vissuto in Mississippi quasi tutta la mia vita, quindi per me è difficile capire cosa significhi o anche solo raccontarne i problemi, alle volte. Chiaro, abbiamo un tot di problemi a livello statale che tra gli altri includono: povertà, disoccupazione, una mancanza cronica di personale medico, gravidanze in età giovanile, obesità ecc. Tutte queste cose finiscono nei tg piuttosto regolarmente, ma non raccontano affatto quale sia la vita che in molti conducono qui. La gente è amichevole. Neri e bianchi vivono fianco a fianco in santa pace. Il Mississippi è la casa del blues, di William Faulkner, di Elvis Presley, di Richard Wright, e di un sacco di altri grandi scrittori e artisti.

La coinquilina della voce narrante di La casa di Main Street è una ragazza che ha sempre vissuto a New York City: ogni tipo di ambiente semirurale non poteva che scioccarla terribilmente.

Nelle tue short stories ci sono sia hipster che uno si può immaginare con indosso skinny jeans e t-shirt ironiche mentre portano sottobraccio qualche libro postmoderno sia, anche più spesso, ragazze a cui non dispiace andare a mangiare qualcosa da McDonald’s o che finiscono per lavorare come cameriere da Outback Steakhouse per poi rilassarsi in piscina al sole con una birra gelata in mano nei weekend. Di quanto mi sto sbagliando? Mi potresti descrivere il tuo personaggio ideale ammesso che ne possa esistere uno? Di chi ti interessa scrivere?

Immagino di non pensare troppo a un «personaggio ideale» o alle persone ideali. E penso che molti di noi siano una combinazione di diversi tipi di persone. Magari facciamo colazione da McDonald’s e poi andiamo a ravanare in una libreria indipendente prima di passare al mercato all’aperto per comprare frutta e verdura. Oppure ci facciamo una bella nuotata e ci beviamo la nostra bella birra ghiacciata prima di infilarci nei nostri skinny jeans e leggere John Barth. Non penso che fare qualcuna di queste cose precluda dal fare le altre. Suppongo che quello che mi interessa oltre ogni cosa è descrivere le persone onestamente. Non ci penso sopra poi troppo, in fin dei conti.

Sembri abbastanza ossessionata dagli ex e dalle relazioni finite, nonché piuttosto attrezzata per parlarne. Ci puoi dire cosa vedi in quel tipo di materiale e perché hai scelto di scrivere di amori sfiniti o di relazioni che con una lentezza inesorabile si inacidiscono?

Non siamo un po’ tutti ossessionati dal nostro passato? Dai nostri fallimenti?

Di recente, per lavoro, mi è capitato di rileggere Sta arrivando Doris di ZZ Packer, una short story che ha per protagonista una ragazzina in una famiglia che frequenta una chiesa imbevuta del concetto di Rapimento, e ho notato che sia in Hamilton Pool sia in The Last Days of California ritorna il tema della fine dei giorni. Per noi europei la cosa è talmente parte dell’immaginario americano che non può non lasciarci affascinati. Sei particolarmente interessata all’Armageddon? Hai un bunker dove stipi di tutto dai nachos alle storie?

Ha! No, no, non ho un bunker. Dovesse accadere l’irreparabile rimarrei senza cibo nello spazio di due giorni. E poi chi è che si conserva i nachos?! Ci sono moltissimi cristiani evangelici negli Stati Uniti, comunque, e non fanno che predicare il Secondo Avvento. L’idea per il mio romanzo, The Last Days of California, viene dalla previsione di Harold Camping nel 2011 (prima di quella aveva predetto che il mondo sarebbe finito nel 1994). Quella del 2011 fu una cosa inusuale però, perché ricevette un sacco di spazio su tv e giornali, e insomma se ne discusse parecchio. Qualcuno pensò bene di abbandonare la propria famiglia e andarsene in giro a evangelizzare; altri diedero via tutti i loro risparmi. E mi sono chiesta chi mai farebbe qualcosa di simile. Essendo cresciuta da cattolica, non si è mai parlato di Rapimento in famiglia. E non ne avrei saputo un bel nulla se non fossi stata a casa dei miei all’epoca: i miei – come tutti i genitori a ogni latitudine – guardano il tg tutte le sere. Io, prima di novembre dell’anno scorso non guardavo granché i notiziari.

Sempre su questa falsariga: in Hamilton Pool qualcuno dice che la fine è vicina perché vuole che sia così. È per questo che le cose collassano – relazioni comprese –, perché noi abbiamo un desiderio di morte?

Questo è interessante. Non sono sicura che «desiderio di morte» sia l’espressione giusta, ma credo tu abbia colto nel segno. Le fini ci soddisfano nel loro essere finali, che sia la fine di un lavoro o di un matrimonio o un trasloco. Penso di essere sempre stata terrorizzata dall’idea che le cose possano andare avanti alla stessa maniera giorno dopo giorno, anno dopo anno. Da bambina, me ne stavo a letto a contemplare il paradiso e perfino in un posto che si supponeva perfetto non riuscivo ad abituarmi all’idea del per sempre: for ever and ever, pensavo, un mondo senza fine. La trovo una cosa molto più paurosa dell’inferno.

In Prima classe, una delle storie più interessanti del lotto, ma anche in molte altre short stories di questa raccolta càpita che ci siano personaggi piuttosto ansiosi. È ancora L’età dell’ansia per dirla con Auden?

Devo ammettere che le cose di Auden non mi sono esattamente familiari, ma l’ho appena cercato su google: «… ma i quattro protagonisti trovano un qualche conforto nella condivisione del proprio disagio».

I miei narratori di sicuro non trovano alcun conforto nella condivisione del loro disagio; evitano di parlare agli altri delle cose che li preoccupano, o di qualsiasi tipo di problema. Fossero aperti e collaborativi, le loro vite probabilmente sarebbero molto più facili. Forse però non sarebbero così ansiose e impaurite. Uhm… Mi sento come se mi si stessero chiarendo alcune cose grazie a quest’intervista…

Cosa stai leggendo al momento? Hai qualche oscuro scrittore preferito che vuoi assolutamente consigliare al pigrissimo lettore italiano?

Scopro di continuo nuovi libri e nuovi scrittori. Alcuni dei miei preferiti più recenti sono: New York 1, Tel Aviv 0: Stories di Shelly Oria; l’eccellente memoir di Chris Offutt, My Father, the Pornographer; e Homesick for Another World di Ottessa Moshfegh. Anche il romanzo The Grip of It di Jac Jemc è stata incredibilmente disturbante.

Una delle cose più belle di essere una scrittrice è avere amici che ti mandano i loro libri da leggere prima che vengano pubblicati, spesso addirittura prima che gli stessi agenti comincino a mandarli in giro per trovargli una casa editrice. Quindi un sacco di quello che leggo non è pubblicato e potrebbe rimanere tale. Immagino che sia piuttosto triste: ci sono un mucchio di libri meravigliosi che non saranno mai letti. Ce ne sono anche alcuni piuttosto brutti, eh.

Hai scritto due raccolte di racconti e un romanzo: come scrittrice quale pensi che sia la differenza tra le due forme? Ti trovi più a tuo agio con le short stories o preferisci scrivere cose più lunghe?

Quando ho cominciato a scrivere, le mie storie venivano fuori non più lunghe di mille parole. Poi ho preso a scriverne di più corpose. E alla fine sono arrivati i romanzi. Ora saprei a malapena scriverlo un racconto molto corto. Mi sembra di avere bisogno di sempre più parole per spiegare un personaggio, per raccontare una storia che possa dirsi completa.

Amo ancora le short stories, comunque. Penso sia grandioso essere in grado di immergersi e subito riemergere da un mondo (relativamente) in tutta fretta, e così mettere un punto a un’ultima frase di un ultimo paragrafo e dire ecco, per oggi basta.

I romanzi sono chiaramente molto difficili. Ci sono così tante parole! Così tante frasi. Possono sembrare infiniti, e snervanti nella loro infinità. E uscire da quel mondo può sembrare impossibile dopo che tu e il lettore avete investito così tanta energia e tempo. E poi quale potrebbe essere un finale soddisfacente? Questa è la domanda da sessantaquattromila dollari. Non posso dire di averne scritto ancora uno.

Cosa bolle in pentola nel tuo laptop? Cosa ci possiamo aspettare noi lettori nei prossimi mesi o anni?

Sto finendo un romanzo e poi ho in programma di revisionare e finirne un altro e quindi sto lavorando di buona lena. Uno di questi due è difficile da riassumere in poche parole, ma è raccontato dalla prospettiva di un uomo in là con gli anni che ha di recente vissuto una serie di sconvolgimenti tutti insieme: la moglie lo ha mollato, lui è andato in pensione, suo padre è morto e gli ha lasciato un’eredità. Adotta un cane e il cane diventa un po’ il suo salvatore… Chiaramente, devo anche lavorare a una sinossi migliore. L’altro è su un gruppo di donne che sono state esiliate su un’isola perché sono portatrici di una certa malattia (asintomatica nel loro caso). Lo stato le ha rimosse dalle loro vite e imprigionate contro la loro volontà. È una specie di Il signore delle mosche incontra Typhoid Mary.

Happy Hour: facci sapere qual è la tua ricetta perfetta per un bel cocktail.

Sono un’amante della birra. Mi piace anche il gin tonic. Suppongo che al riguardo i miei gusti siano piuttosto semplici.