«Cronache marziane»: Ray Bradbury vs Elon Musk, distopia contro utopia

Antonio Merola

«Vorrei morire su Marte. Basta che non sia al momento dell’impatto.»

(Elon Musk)

«Quand’ero bambino, i miei genitori mi condussero a visitare Città del Messico. Ricorderò sempre il comportamento di mio padre, chiassoso e spavaldo. Mentre mia madre non poteva soffrire i messicani, perché bruni di pelle e poco puliti, e mia sorella non poteva risolversi a parlare a un messicano, io ero l’unico che li trovasse realmente simpatici. E immagino benissimo mio padre e mia madre che vengono su Marte e si comportano allo stesso modo che a Città del Messico.»

(Ray Bradbury, Cronache Marziane)

Nel biennio 2016/17 Mondadori ha pubblicato la nuova collezione degli Oscar Moderni: tra questi, compaiono anche Cronache Marziane (traduzione di G. Monicelli) e Fahrenheit 451 (traduzione di G. Lippi) dello scrittore americano Ray Bradbury. Il secondo rimane in qualche modo sempre attuale, anche se catastrofico e inverosimile, perché non descrive quello che potrebbe accadere in via diretta, ma quello che accadrebbe se la parola scritta cadesse in una completa inutilità privata e collettiva (cioè non solo per una maggioranza come sembrerebbe avvenire oggi ma per l’intera popolazione). Cronache Marziane invece è molto più di un’opera semplicemente moderna, è una storia contemporanea.

Recentemente l’imprenditore sudafricano Elon Musk, durante una conferenza stampa a Guadalajara, in Messico, ha promesso che entro venti o trent’anni riuscirà a portare l’uomo su Marte: se così fosse, Bradbury ci avrebbe visto giusto – o quasi. Cronache Marziane racconta della colonizzazione umana del Pianeta Rosso tra il gennaio 1999 e l’ottobre 2026. Una differenza di circa un decennio allora; con l’aggiunta che l’operazione reale di Musk riguarderebbe l’acquisizione di una terra, e non di un territorio: non ci sarebbe alcuna popolazione nativa da assoggettare.

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Cronache marziane è una raccolta di racconti che cerca di farsi romanzo, senza riuscirci. Bradbury aveva pubblicato singolarmente sui pulp di fantascienza le storie che compongono le Cronache, per poi cercare di dare forma a una narrazione unitaria attraverso l’aggiunta di connettori temporali tra una vicenda e l’altra. Benché a livello editoriale la costruzione romanzesca fallisca, l’opera conosce da subito un eccezionale successo di pubblico, perché come scrive Giuseppe Lippi (1990) «nel 1950, Ray Bradbury raccoglieva in volume le sue Cronache Marziane e sanciva l’inizio di una nuova era di rispettabilità letteraria per la fantascienza. A quell’epoca gli autori dell’età dell’oro erano tutti indaffarati a ristampare i propri racconti d’anteguerra presso piccoli editori amatoriali, pur di averne un’edizione rilegata e sottrarli all’oblio delle riviste. Bradbury non si accontentò di tanto poco: fece uscire le sue Cronache presso Doubleday (una delle maggiori case editrici newyorchesi) e conquistò immediatamente l’attenzione della critica. In Italia Giorgio Monicelli le tradusse nella Medusa di Mondadori. E il resto, come dicono gli americani, è storia». 

E di storia bisognerebbe parlare: Cronache marziane è ritenuta ancora oggi un’opera di semplice fantascienza, che tuttavia acquisterebbe valore letterario presentandosi nella forma di una distopia, ponendosi quindi come una continuazione necessaria di quel particolare filone cominciato con Huxley e Orwell – solo per citare i nomi più importanti. Una parte della critica statunitense è però concorde nel ritenere la raccolta come una profonda allegoria: Bradbury rappresenterebbe l’origine stessa della storia americana. I marziani dalla pelle rossa non sarebbero altro allora che gli stessi nativi, i pellerossa appunto, che si ritrovano improvvisamente a dover contrastare l’arrivo dei coloni europei.

A giustificazione di questa ipotesi, si è voluto rintracciare nel testo alcuni rimandi all’avventura pionieristica della colonizzazione: nel capitolo Dicembre 2001: il verde mattino di Benjamin Driscoll per esempio, il protagonista della sezione decide di seminare il terreno marziano, così che coloro che sarebbero arrivati dopo di lui, avrebbero trovato sul pianeta un’aria simile a quella terrestre. Mentre fa questo, si paragona improvvisamente a un leggendario pioniere americano che attraversò il continente a piedi seminando meli: «È ben per quello che sono qui – disse Benjamin Driscoll. Il fuoco scoppiettò. A scuola, ricordo, ci raccontavano la storia di Johnny Aplleseed che attraversò a piedi tutta l’America piantando meli. Ebbene, io sto facendo qualcosa di più: io pianto querce, olmi, ippocastani, ogni specie di alberi, cedri, pioppi, castagni. Invece di creare soltanto frutti succosi per lo stomaco, fabbrico aria per i polmoni. Quando questi alberi avranno qualche anno, pensa all’ossigeno che fabbricheranno!». Allo stesso modo, con grande abilità, Bradbury si ricollega al proprio presente, perché mentre la colonizzazione marziana è ormai terminata, sulla Terra scoppia una gigantesca guerra mondiale: a questo punto, la popolazione che si era stabilita su Marte decide di tornare a casa per combattere; saranno gli americani che si recano in Europa.

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Anche lo stile cercato da Bradbury rende le Cronache Marziane tutt’altro che una semplice opera di fantascienza. Come scrive John Noble Wilford «probabilmente le Cronache sono il miglior libro che sia stato scritto su Marte. È una raccolta di racconti popolar-onirici che descrivono gli ultimi giorni dell’antica civiltà marziana e l’arrivo dei coloni terrestri. I suoi capitoli, di volta in volta, sono poetici e ricchi di humor, pessimistici e ottimistici. Nella descrizione dell’uomo visto come sfruttatore del pianeta, Bradbury è implacabile: i terrestri dissacrano le splendide città di cristallo, distruggono le loro torri usandole come bersagli; i marziani, al contrario, sono descritti con viva simpatia. Hanno la pelle bruna, occhi gialli come monetine, dolci voci musicali», (Mars Beckons, Knopf, 1990). Benché la narrazione sia sicuramente più trascurata di quella del romanzo successivo Fahrenheit 451, e il motivo è legato alla pubblicazione veloce sulle riviste, tuttavia bisognerebbe fare i conti con il rapporto che la scrittura di Bradbury ha con il romanticismo americano. Come abbiamo detto sopra, la maggior parte degli autori contemporanei a Bradbury si allaccia a quel particolare realismo che trova la sua massima espressione (allora) nella scrittura di Hemingway. Ma nella letteratura americana esiste una componente complementare e insieme contraria a questa: a partire da Fitzgerald, la critica comincia a parlare di lirismo magico per quelle scritture che aggiungono al realismo, la forza del simbolo (per approfondire ciascuna componente leggi qui).

Attraverso situazioni fuori dall’ordinario, magiche, romantiche appunto, Bradbury ragiona intorno alla problematicità dell’essere umano: in Giugno 2001: All the moon be still as bright per esempio, il giovane archeologo Spender decide di sterminare l’intero gruppo terrestre giunto in perlustrazione del Pianeta Rosso, eccetto il capitano Wilder, da cui viene consapevolmente ucciso. La scena è forse la chiave di lettura dell’intera opera: Spender e Wilder (entrambi alter ego di Bradbury) conoscono bene la natura umana, ma si pongono verso di essa in modo contrapposto. Il primo si ritira nel proprio mondo immaginario, ma decide poi di farsi agens di un cambiamento impossibile; il secondo crede nella possibilità del cambiamento, ma sceglie di agire nel segno della distruzione.

Bradbury potrebbe allora essere definito anche come uno scrittore esistenzialista, laddove è l’agire che crea l’uomo. Insieme però, questo agire è limitato dalla stessa natura umana, o se vogliamo dall’uomo che si pone nel mondo, che agisce cioè contro l’inevitabile: se stesso. Cronache Marziane si conclude con una visione che sembra ottimistica, e insieme necessaria: Marte è ormai un pianeta abbandonato, ma durante la guerra alcuni esseri umani decidono di fuggire di nuovo sul Pianeta Rosso e di ricominciare a vivere. Questi coloni diventano allora i nuovi marziani, che portano però sulle spalle il peso di costruire una umanità diversa: ma la storia di Marte in realtà, è già stata scritta e forse, non può che ripetersi uguale a se stessa. Perché Bradbury ci racconta di una storia di profughi: gli esseri umani che fuggono dall’umanità. E a sentire le parole di Elon Musk, sembrerebbe che ci siamo molto vicini, in quanto la scienza non può che muoversi di pari passo con la stessa essenza dell’essere umano, o come una conseguenza di essa: «Prima o poi, ci sarà un evento di estinzione sulla Terra». Ecco perché bisogna pensare a Marte. Ma poi? «Ottimismo, pessimismo, che si fottano! Noi ce la faremo», parola di Elon Musk.