Nessuna allegria di naufragi. La Storia in 3 domande a Davide Enia

Roberto Galofaro

Appunti per un naufragio (Sellerio editore) di Davide Enia è un libro che racconta un frammento molto specifico della contemporaneità (riassumendo telegraficamente: gli sbarchi e i naufragi di profughi a Lampedusa) che solo apparentemente è circoscritto al confine estremo tra Nord e Sud del mondo, e invece ci riguarda tutti, italiani e no, prima di tutto per il nostro essere umani. La forza del libro è nel suo mettere insieme vicenda privata ed evento storico, nell’intrecciare all’insegna della comune radice umana la compassione, il dolore, il desiderio di un approdo e il naufragio di quel desiderio.

Nel quarto movimento di The Waste Land di Thomas S. Eliot, nella poderosa ricognizione degli elementi naturali che è il poema intero, nel loro farsi, da sfondo, minaccia e schianto, e sovrastare l’umano, a parlare è l’acqua (evocata sin dai primi versi, già terribile, come pioggia primaverile). Non è, la sua, la voce reboante del tuono, né l’incendiaria del sermone del fuoco: compassionevole, invece, è una voce che si fa epigrafe funebre, al modo degli antichi epigrammi ellenistici, iscrizione sul sepolcro acqueo di Phlebas il Fenicio, scomparso tra le onde. «Gentile or Jew / O you who turn the wheel and look to windward, / Consider Phlebas, who was once handsome and tall as you».

Pietà, dunque, per le anime che il mare ha cancellato, che hanno dimenticato «profit and loss», il profitto e la perdita, cioè il commercio umano – attributo degli uomini, in generale, e di quelli fenici in particolare –, avendo perduto la vita stessa e le sembianze: dopo quindici giorni tra i flutti niente è rimasto di lui; citando La Tempesta di Shakespeare, «Those are pearls that were his eyes». Il mare può annientare, si sa. Lo sa bene chi vi si affida, con disperata speranza.

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Fenicia, però, è anche Europa, citata da Enia sul finire del libro, la ragazza che ha attraversato il deserto del mito fino ad arrivare alla riva, e da lì, in groppa a un toro bianco, ha solcato il mare per approdare a Creta. Quello è stato l’inizio, la storia di una fuga e del primo attraversamento marittimo, mito fondativo dell’identità di un continente. Oggi, dimenticato e avversato, il paradigma si ripete: a solcare il mare dall’Africa verso il difficile approdo a una terra promessa sono in migliaia. Saranno loro i costruttori del continente del futuro.

C’è la Storia, che è oggetto di trattazione degli storiografi (fonti, documenti, ricostruzioni del quadro generale, astrazioni più o meno ideologiche). C’è la cronaca, che è argomento dei giornalisti, dei saggisti o dei polemisti (l’articolo, l’intervista, la presa diretta, la ricostruzione indiziaria dei dettagli, il reportage). Ciascuno di questi approcci, con strumenti e fini diversi, si dispone a scavare nella cruda materia fattuale per riordinarla, darle una forma e farne racconto.

L’evento è lì, accaduto da tempo o appena verificato. Le linee di senso che lo attraversano, le stratificazioni che gli hanno conferito spessore, così come la catena delle cause che lo ha determinato sono lì. L’evento è testimonianza disponibile all’interpretazione.

Il narratore deve compiere uno sforzo maggiore, rispetto al cronista e allo storiografo, perché deve costantemente operare in un’altra direzione, rispetto alla stringente logica dei fatti e del loro svolgimento. Deve trasformare l’evento in finzione, senza comprometterne la portata e il significato. E la finzione, ovviamente, non deve depauperare la realtà narrata, non deve soverchiarla né minimizzarla, pena la riduzione del contesto a pretesto.

Questi sono i numeri del triste naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa: 560 persone a bordo di un peschereccio; un incendio a bordo, innescato nel tentativo di mandare un segnale luminoso; a meno di mezzo miglio da cala Tabaccara, il barcone si rovescia, tra le fiamme; 155 sono i superstiti; 368 i cadaveri ripescati in mare; centinaia i sacchi neri allineati nell’hangar del vecchio aeroporto di Lampedusa, il sagrato più a sud d’Europa. Questi numeri saranno registrati tanto dai media quanto dagli storici. È il bilancio più grave registrato, è lo shock che scuote le coscienze di molti (non di tutti) portando finalmente l’attenzione sulle dimensioni della migrazione in atto, e che fa scattare in Davide Enia il desiderio di scrivere di Lampedusa.

Davide Enia ha scelto di orientare il suo romanzo su Lampedusa raccontandocene la costruzione (sin dal titolo, Appunti per un naufragio, opera in fieri), le indecisioni e le decisioni, le scelte operate sul momento, portando la sua testimonianza diretta di uno sbarco, ad esempio, o le interviste agli uomini che in mare salvano vite umane (marinai, comandanti, medici, volontari) e ai sopravvissuti. Questo progetto che vediamo realizzarsi, è raccontato insieme con la vicenda privata del rapporto tra il padre e il narratore-Enia, ed è un rapporto segnato dall’incomunicabilità: i due non hanno confidenza, eppure davanti alla tragedia reagiscono allo stesso modo, i loro gesti si assomigliano con una naturalezza animale, istintuale; nell’isola si apre tra i due uno spiraglio di contatto prima inimmaginabile. Ma c’è ancora un altro ambito di narrazione: la malattia che sta vincendo su Beppe, zio di Davidù, carissimo sin dall’infanzia, amico e confidente, una presenza importante che sta venendo meno.

Lutto pubblico e dolore privato si intrecciano, dunque. Le tre linee narrative sono delicatamente connesse, il racconto sa prendersi delle pause, dilatare e farsi carico di un’angoscia travalicante: più di un passaggio si legge a pugni stretti. È questo un modo privilegiato per la fiction di riscrivere la realtà: darle sostanza emozionale.

Domani, con altre parole e da altri punti di vista, saranno i sopravvissuti, quando questo movimento epocale di vite sarà concluso o quantomeno assestato, a raccontare la storia della migrazione. Enia lo dice apertamente, conferendo al suo testo anche una valenza di anticipazione, quasi profetica: ecco, sembra dire, a noi ancora appaiono pochi granelli di polvere trasportati dal vento, ma la storia, pochi chilometri più a sud, sta accadendo a valanga.

Da una parte ci sono loro, questa marea umana, storia incarnata nel suo violento divenire; dall’altra gli uomini e le donne di Lampedusa, enclave italiana (e umana) nel territorio marittimo africano. Vivere alla frontiera, e vivere a Lampedusa è questo, significa essere esposti alla storia. Si può, certo, essere attori della storia o spettatori, a seconda che si sia in grado di individuarne la linea di progresso (è detto in termini puramente lineari e non ideali) e di intervenire per determinarne il percorso, oppure la si subisca, la si guardi, semplicemente accadere. Allo stesso tempo, frontiera può significare barriera per lo straniero o luogo primo di accoglienza. Vorrei chiederle di partire da questo punto, e da come è trattato nel suo libro. Ma, prima ancora di formulare questa domanda, sento che è impossibile non calarla nel contemporaneo, non uscire, insomma, dall’ambito della narrazione finzionale per approdare al confronto con la cronaca quotidiana (le recenti campagne mediatiche contro l’operato delle ONG, la sorveglianza delle rotte assegnata ai libici, le motovedette libiche che nei giorni scorsi intralciano le operazioni di salvataggio causando dei morti). La materia è, insomma, viva e pulsante tuttora, continua a ribollire, incandescente. Cosa può dirci del suo modo di approcciarla e gestirla, in equilibrio tra reportage e romanzo?

Chiamerò simbolicamente «Lampedusa» il limite di quella invisibile frontiera che sta in mare. Cosa sta succedendo, dunque, a Lampedusa? Sta accadendo, semplicemente, la Storia, quella che studiamo sui libri e anima dibattiti. Lampedusa rappresenta non soltanto una frontiera geografica, il confine tra Europa e resto del mondo, ma incarna anche una frontiera storica. È da più di un quarto di secolo che la Storia sta accadendo. Ed è smisurata. Non si arresterà con i trattati, edificando muri, foraggiando le macellerie umane in terra libica. Tutta una parte di mondo è in movimento. La Storia sta mandando avanti, in prima linea, gli esseri umani in carne e ossa. Gli sbarchi, i salvataggi, i naufragi, gli annegamenti, gli stupri, i traumi, gli omicidi, i cadaveri rinsecchiti dal sole sulle sabbie del Sahara sono le sue stimmate. E la sua potenza è pervasiva. Chiunque si trova anche solo ad assistere alla Storia – uno sbarco, una autopsia, un soccorso in mare, una rianimazione sul molo – ne è mutato strutturalmente, per sempre. E muta la prospettiva sulla realtà delle cose: non c’è, infatti, una contrapposizione tra questo mondo e quell’altro. È tutto quanto interconnesso. Stiamo vivendo un unico, enorme accadimento, che riguarda ognuno e che dispensa incessantemente ferite e piccoli sollievi, seppur momentanei. Genera paure e alimenta l’odio. Moltiplica le angosce e obbliga, prima o poi, a prendere posizione.

Quando mi trovavo a Lampedusa, avevo compreso che esisteva una netta differenza tra il materiale che reperivo di prima mano e quello che avevo letto e studiato da casa. La differenza non stava tanto nel reperimento diretto dalla fonte prima, quanto nel fatto che io con i lampedusani, con il personale medico, con la Guardia Costiera, con i pescatori ci parlavo in dialetto. Usavo cioè la lingua della mia culla, il mio palermitano, mentre loro comunicavano in lampedusano o con dialetti, se non del tutto siciliani, decisamente meridionali. Nominavamo i fatti con l’immediatezza del dialetto e con la sua forza simbolica. In più, per una volta, ero in grado di processare le mezze parole, i silenzi, gli sguardi. C’era un medesimo vocabolario sentimentale in comune. I simboli erano gli stessi, generati da suoni identici. In un ambito linguistico carnale come quello del Sud, in cui il corpo e il suo uso sono parte integrante del discorso, questa familiarità d’espressione aveva permesso l’instaurarsi di una complicità necessaria perché si riuscissero a nominare i traumi. È più facile parlare di ciò che ci ha colpito, ferito, scosso se si ha la certezza che le espressioni verranno comprese senza ulteriore mediazione.

Scrivere di naufragi tanto dolorosi, comporta un rischio enorme, ossia quello che la lingua risulti irrispettosa. Occorre tenersi alla larga da un lessico che, seppure soltanto in maniera inconsapevole e accostandosi in senso lato a memorie che non ci appartengono, continuamente allude alle profondità, agli abissi, al sommerso (del significato) o all’emersione (del senso). Confesso io stesso di non essere riuscito nella ricognizione che ho compiuto poc’anzi. Ma persino la cronaca, quando parla per i migranti di emergenza, sembra prestarsi a un orribile gioco etimologico. Quanto nella forma degli Appunti per un naufragio è stato naturale (trascrizione di note disordinate) e quanto invece orditura secondo un progetto? E, insieme, c’è stato un lavoro di limatura o di sottrazione, nell’adesione alla materia insieme intima e pubblica?

La risposta, come capii dopo avere assistito all’approdo di cinquecentoventitré persone al molo Favaloro, era spietata: la parola fallisce perché il presente odierno è sconfinato. La prima lezione fu quella del limite: era già insito nella stessa operazione di scrittura. Nulla avrebbe potuto essere esaustivo. Non ancora. Perché la parola possa poggiarsi come pietra angolare di quella cattedrale che è il romanzo è necessario del tempo perché la parola stessa risulti essere esatta. Il calibro è dato quando il disegno si è non solo dispiegato, ma è stato ampiamente contemplato, e il trauma è stato pienamente assorbito. Noi, oggi, possediamo soltanto una parte del racconto, ed è ciò che sta accadendo da questa parte della frontiera. Manca il racconto o, meglio, manca a tutt’oggi la piena elaborazione delle vicende di coloro che sono approdati. E questo vuoto è causato innanzitutto dal fatto che in moltissimi si trovano costretti a esprimersi in una lingua che non gli appartiene del tutto, l’inglese o il francese. I loro dialetti, abbandonati al momento della partenza, non trovano sulle nostre terre orecchie capaci di ascoltare quelle vicende. Sono lingue pressoché sconosciute. E poi c’è la dimensione del vuoto legata all’entità del trauma subìto. Ci vogliono anni perché certi traumi rientrino. A volte ci si riesce, grazie a un paziente lavoro. A volte la ferita è troppo profonda perché riesca a cicatrizzarsi completamente. Il punto è che oggi neanche loro – coloro che partono, che lasciano tutto, che sfidano il deserto, che attraversano il mare – hanno capito appieno cosa gli è successo davvero. Come per la narrativa che ha narrato la Seconda guerra mondiale, serviranno anni perché queste persone raccontino a noi, e a loro stessi, che prezzo ha una vita umana nel deserto, quanti stupri può subire una donna in un giorno e per quanti giorni di seguito, cosa significa assistere alla morte in mare del proprio fratello o del proprio figlio, quale è il senso dell’essere riempiti di botte fino a svenire nelle carceri in Libia.

Ci vuole ancora qualche anno.

Ce lo racconteranno, senza dubbio.

Sarà la nuova narrativa dei prossimi trent’anni.

Lampedusa diverrà ancora di più un collettore d’epica, simbolo condiviso essa stessa.

Oggi, l’unico lavoro che la parola può compiere è quello del cesello su un singolo tassello di questo gigantesco mosaico. Comporre note, levigare la piccola pietra, interrogare le parole del nostro linguaggio. Scrivere «Appunti» dunque, tessuti assieme da un ordine ragionato, come tessere messe una accanto all’altra che, unite, restituiscono un piccolo disegno, contenuto infine dentro il mosaico finale. E, nel racconto in diretta di questo presente della crisi, ecco irrompere il mio vissuto personale. È quasi una sorta di patto con il lettore: io, Davide, sono questa persona, questo è il rapporto con mio padre mentre mi trovo a studiare la frontiera e l’accadimento che ha segnato le nostre esistenze è il tumore che ha colpito il fratello di papà, il mio amatissimo zio Beppe.

In sintesi, sono svelate le operazioni intime che hanno sostenuto la mia scrittura. Rimettere in discussione la relazione con il padre, provando a forzare quel punto di vista paternalista decisamente occidentale per il quale l’altro è in perenne condizione di subalternità. Rinegoziare dunque il rapporto padre-figlio a partire dal recupero di ciò che, per una cultura improntata al silenzio come quella meridionale, era stato assente nella nostra vita: il dialogo.

Utilizzare ciò che è personale come elemento di indagine per affrontare il presente. Riconoscere un naufragio interiore e comprendere in che modo siamo sopravvissuti a esso.

Il primo sbarco della mia vita, come accennavo prima, lo vidi al molo Favaloro di Lampedusa, proprio assieme a mio papà. E qui urge subito una precisione: sbarco è un termine improprio, perché le imbarcazioni ormai da anni sono intercettate al largo e scortate fino al porto. Sono recuperi in alto mare cui segue un approdo vero e proprio. Fin dall’inizio, il racconto dei fatti è falsato da un uso improprio dei termini. Lo sbarco riecheggia le invasioni, l’appropriazione forzata di un luogo che non appartiene. L’approdo invece rimanda a una condizione di partenza che suscita empatia: il naufragio. Per non cadere nella retorica, la parola deve sforzarsi di provare a essere esatta. Per decenni si parlava di «clandestini», quando questa è una condizione che soltanto un magistrato può decidere. Altri abomini linguistici: la creazione di categorie quali i «migranti economici». Non siamo più in presenza di una costruzione linguistica. È una operazione politica, biecamente strumentale.

Nella composizione del romanzo ho registrato le persone con cui interagivo, per rispettare il loro modo di nominare fatti molto più grandi di me, e per interrogarmi sulle parole che loro stessi avevano adoperato per processare quanto esperito in prima persona. Quindi, la prima operazione è stata quella di pormi in una condizione di ascolto, sottraendo alle parole il pregiudizio di cui normalmente sono impregnate.

Il secondo passo è stato accettare che anche io ero stato trapassato, e continuavo a esserlo, da quanto stavo vivendo: i traumi venivano raccontati a me, le persone scoppiavano a piangere davanti a me, i racconti di quelle ferite mi travolgevano, ciò che ho visto mi inturciuniàva le budella. Ho dovuto ammettere a me stesso che non ero in grado di metabolizzare tutto ciò che stavo incontrando. E ho dovuto accettare l’inesorabilità del fatto che mio zio stava morendo. Anche per questo ho avuto bisogno di scriverne, di parlarne, di raccontarlo più e più volte: per creare distanza tra me e tutto questo.
Ho lavorato la parola per asciugarla e renderla essenziale, di vetro, e come il vetro fragile ma altrettanto trasparente.

È ricorrente il tema del contrasto silenzio-parola. La parola che si fa memoria e vince il silenzio: ma questa frase spiccia (che suona come un’omelia evangelica) è derivativa. Uno degli episodi più strazianti raccontati nel libro è la testimonianza dell’estremo desiderio di memoria dell’uomo che naufraga: gridare il proprio nome, perché qualcuno, sopravvivendo, possa dire i nomi dei morti e ricordarne la fine. È questo il senso ultimo del suo romanzo? Tenere desta l’attenzione, viva la memoria?

Christian De Lorenzo, un amico editor, dopo averlo letto mi ha fatto notare che avevo scritto un libro sull’elaborazione del lutto, che nasceva dal rimettere in discussione la propria identità culturale. Rompere il silenzio, quindi, per provare a nominare il proprio desiderio.

La Storia accade indipendentemente dalla vigliaccheria degli Stati, anche se non si è ancora capito l’entità di ciò che un domani si ricorderà. Bisogna smetterla di guardare al passato usandolo come filtro e scudo. È tutto nuovo ciò che sta accadendo e il nostro passato non ha gli strumenti per spiegare una giusta modalità d’intervento. Le parole però provano a restare ferme, a essere valide ieri come oggi e, si spera, domani. Purtroppo, non esistono soluzioni semplici né esistono parole definitive.

In ogni mio lavoro chiedo implicitamente al lettore, o allo spettatore, nel caso del teatro, di lavorare assieme a me. È il lettore, se vuole, a ricostruire per sé la mappa del narrato, a ordinare la cronologia degli eventi, a riunire i tasselli dell’arcipelago emotivo. La mia speranza è che, in qualche modo, si crei un binario parallelo a quello della narrazione. E quello è il binario del lettore, e riguarda il suo vissuto, le sue decisioni, le sue scelte e i suoi dubbi. Il mio augurio è che il lettore si ponga domande, rinunciando alla certezza delle risposte, e che inizi ad ascoltare se stesso e questo presente di macerie. Le parole allora diventano fiammiferi, fiaccole accese nella notte per comunicare che non si è soli in alto mare.