«Pac-Man e il koala gigante» di Paola Moretti

Paola Moretti

Brandt mi ha invitato a una festa in una warehouse a Manor House.

Ero già stata in quella zona, appena arrivata a Londra, quando cercavo una stanza. La casa che stavo andando a vedere era in Hermitage Road e avevo camminato fin da Bethnal Green, sei chilometri in tutto. Raggiunta Seven Sisters Road ero affaticata e non riuscivo a interpretare il labirinto di strade che City Mapper mi stava mostrando. Girai a sinistra perché era quello che il pallino blu suggeriva di fare. C’erano punti di raccolta per metallo usato, gommisti e carcasse di auto. Paesaggi postindustriali, degrado e fascino. Imboccai una strada con bandierine tese da un lato all’altro della via. C’erano case che sembravano fabbriche alla mia sinistra, case che sembravano capanni per gli attrezzi alla mia destra. Ho letto male un cartello sul muro di una fila di costruzioni gialle e identiche: ovary road.

Durante la visita ho saputo all’istante che non avrei preso la stanza. Tutte le inquiline erano spagnole e lavoravano in business o gastronomia. Pensai che non avremmo avuto molto da dirci. Chiesi che cosa fosse l’isolato che avevo appena attraversato.

«È una sorta di comunità di artisti. Ogni tanto fanno qualche festa matta, ma sono innocui.»

Quando arriviamo nel quartiere non è cambiato niente dall’ultima volta che l’ho visto. Anche la spazzatura sembra essere nella stessa posizione. Sono da poco passate le undici, c’è vento, ma non fa freddo. the hourglass factory, dice una scritta scolorita dalla pioggia e dal tempo sul muro di mattoncini della facciata. La sala è ampia e libera da mobili, eccetto per un divano Ikea blu a due posti. C’è una libreria piena. Nessuno ruberebbe libri a una festa. Io lo farei. Ma non c’è niente che mi interessa.

«Dove hai messo le bottiglie?» chiedo a Brandt quando lo rivedo.

«Nel frigo argentato.»

Sono già brilla. Avevamo cominciato a bere a casa mia, così come eravamo venuti qui per iniziare a fare festa prima della serata al club. Postporre il pezzo forte come se il vero divertimento non fosse mai cominciato – così che non debba mai finire – è davvero stupido. Vado nella cucina openplan: c’è un ragazzo appoggiato al tavolo, braccia e gambe incrociate, in una posa territoriale. Ha i capelli lunghi fino alle spalle, biondo scuro, che gli scivolano davanti agli occhi a ogni movimento, anche quando sposta il peso da un piede all’altro. La sua barba è a chiazze sulle guance, ma non sul mento. Apro il frigo e tiro fuori le nostre bottiglie, mi muovo come se conoscessi il posto, forse perché tutte le cucine hanno una certa logica. Riempio due bicchieri, mi dirigo al lavandino e prendo un coltello dal cestino delle posate, anche una forchetta. Apro il frigo di nuovo, ho dimenticato il limone. Mi sento osservata. Lui non si muove, tranne che per disincrociare le braccia quando deve scostarsi i capelli dalla faccia. Spremo il limone nei drink e circumnavigo il pezzo di arredamento su cui il ragazzo continua a stare appoggiato, alla ricerca di un bidone. Butto le scorze e sento che il suo sguardo mi segue. Una donna si muove nella mia direzione. Ho bisogno del ghiaccio. Lei tira qualcuno per la manica. Quel qualcuno è Brandt. Si fermano intorno al ragazzo dei capelli indisciplinati. Li raggiungo anche io.

«Hey» dico allungando il drink a Brandt.

«Lei è Ada» dice Brandt puntando il dito contro di me. La ragazza mi tende la mano e dice di chiamarsi Rachel, abita qui.

«Anche James vive qui» aggiunge, e dirige lo sguardo verso la chioma fluente.

«Eri mai venuta?» mi chiede lui, cercando di sistemarsi una ciocca dietro l’orecchio.

«No, è la prima volta. Bel posto.»

«C’è dell’md in bagno, se vi va» dice Rachel.

Annuisco e anche Brandt, ma non li seguiamo.

La casa è piena ora, le casse al massimo. È pieno anche di glitter e lucine intermittenti. La gente ride e gira su se stessa. Anche io faccio un giro, amici di Brandt mi fermano per parlare o per offrire lattine di Red Stripe o ketamina. Mi unisco a un gruppo di persone che conosco. Balliamo e ci urliamo contro l’altro, la musica è difficile da sovrastare con le nostre voci. Vedo Rachel che esce dal bagno abbracciando un koala gigante di peluche. James è subito dietro di lei. Vengono verso me e Brandt. Rachel fa un movimento brusco con la testa e sembra che ce l’abbia lui, arrabbiata sul serio, ma poi sorride e preme il pupazzo tra le braccia di James. Lui indietreggia e inizia a ballare. Li perdo di vista perché Brandt mi chiama e mi passa una Red Stripe. Un nuovo dj sale in consolle e la musica finalmente mi prende. Il pavimento vibra, mi premo la lattina contro il petto, chiudo gli occhi e ballo.

Uno dei miei primi ricordi di bambina risale a quando avevo cinque anni. Stavo pestando i piedi selvaggiamente sul tavolo davanti ai divani della sala. Avevo indosso un body di pizzo bianco che era perfetto per fare attività fisica, ma molto scomodo per fare pipì. Lo stereo suonava il Greatest Hits II dei Queen. Io facevo vorticare le braccia e saltavo lasciando impronte appiccicose sulla superficie lucida del tavolo. Giravo su me stessa più velocemente possibile, sfidando il mio senso dell’equilibrio. Mi ricordo la stanchezza e soddisfazione quando l’ultima traccia finì, così come il sudore che incollava i miei capelli neri e ricci alla base del collo.

«So che sto diventando vecchio perché ho voglia di abbracciare cose morbide», una voce biascica nel mio orecchio. È James, mi passa il peluche. Lo rifiuto con leggero disgusto, pensando alle tonnellate di polvere che avrà accumulato durante gli anni, a quanto mi pizzicherebbe il naso se mi ci avvicinassi. James sembra in imbarazzo, probabilmente teme di essere stato inopportuno. So che devo dire qualcosa per evitare di metterlo ulteriormente a disagio.

«Quanti anni hai?»

«Ventotto.»

La mia bocca si piega all’ingiù come per dire «ci sta». In realtà penso che se li porta male, ma è bello lo stesso. Delle rughe solcano la sua fronte quando alza le sopracciglia, che è una cosa che fa piuttosto frequentemente e super veloce. Balliamo uno di fianco all’altra e sembra che ogni pensiero che gli attraversa il cervello sia una scusa buona a sufficienza per sussurrarmi qualcosa nell’orecchio. Continua a dirmi stupidaggini. Io rido. Mi piace la sua goffaggine, fa sembrare la mia proporzionata.
Indico il divano Ikea e lui mi segue.

«Di dove sei?»

«Italia.»

«Dove in Italia?»

«Pescara. Ma vivevo a Berlino prima di venire qui.»

«Berlino! Non penso che sarei in grado di vivere lì, non mi fiderei di me stesso.»

«Cosa intendi?» gli chiedo. Lui fa un sorriso imbarazzato o sarcastico, non lo riesco a interpretare. Non mi risponde.

Appoggio la testa contro lo schienale e sorrido.

«Ti manca?»

«Sì. Infatti penso di tornarci.» Ho la testa reclinata, sto fissando un punto lontano al di là del soffitto. Lui si alza, io mi giro a guardarlo. Indica la pista. Stendo un braccio e lui mi tira su.

Brandt e gli altri ci raggiungono. È quasi l’una.

«L’Uber arriva tra dieci minuti.»

«Vai via?» chiede James.

«Andiamo ai Corsica Studios.» Brandt risponde al posto mio. Io guardo il pavimento, non so perché.

«Che cosa c’è?»

«Jaded. Vieni anche tu!»

«Suono tra poco.» Il suo sguardo rivolto a me.

«Vado al bagno» dico. Quando mi chiudo dentro mi chiedo perché sono così schiva.

Ho indosso la giacca e ho ritrovato la mia borsa, ma non vedo Brandt. Noto James che parla con un ragazzo, gli batte una mano sulla spalla. Il ragazzo se ne va e subentro io. Gli tocco la schiena e lui si gira.

«Vado.» Mi sento la faccia calda.

Lui muove la testa su e giù come a dire sì, a tempo con il beat techno. Io sto ferma, molto vicina a lui. Lui continua ad annuire, molto vicino a me. La mia pelle è come la bocchetta di una stufa elettrica, chi sa se gli arriva l’aria calda. Ci guardiamo fermi negli occhi. Non sono sicura su chi si avvicina per primo, ma all’improvviso ci stiamo baciando. Le sue mani fresche sui miei zigomi.

«Non sparire» mi dice con un sorriso quando ci stacchiamo.
Fuori piovono gocce sottili. Continuo a non vedere Brandt. Infilo le mani nelle tasche della giacca e mi stringo nelle spalle. Guardo il marciapiede e sorrido segretamente. James mi corre dietro e mi ferma.

«Un altro bacio prima che te ne vai, please?»

Il suo «please» mi fa ridere, ma solo dentro. Quanto è inglese. Proteggo dal freddo le sue braccia nude appoggiandoci sopra le mie. Lui fa un cenno di assenso di nuovo, anche se non c’è musica o domande a cui rispondere.

Mi dà il suo numero, poi mi saluta.

«Pensavo venissi» gli dico.

Lui alza le sopracciglia, esita.

«Fammi prendere la mia roba.»

Dentro all’Uber Brandt è sorpreso di vedere James, ma non dice molto più che «figo».

Nessuno parla. Quando entriamo nel club i miei occhi hanno bisogno di un paio di secondi per abituarsi. I muri hanno una pellicola viscida: anche loro, come le persone che mi passano vicino, sembra stiano sudando perle. Seguiamo il suono ovattato che esce dalle casse, attraverso il corridoio. Luci abbagliano a intermittenza, ma non capisco da dove provengano. Uomini pallidi saltano fuori da angoli luridi, come fantasmi in PacMan.

«Sei già stata qui?» mi chiede James.

«Prima volta.»

Spinge la porta antincendio e la tiene aperta per me. Adesso siamo davvero dentro, in quella che sembra una massa di scarafaggi in fuga. Procediamo a zig-zag tra di loro per cercare un punto meno affollato, bypassiamo bulbi oculari lucidi, bocche che smascellano. Tutto ciò che è illuminato dai riflettori sembra essere coperto da un’umidità artificiale. Le vibrazioni parlano ai miei organi, comandandogli di muoversi – e così fanno. La musica è oscura, ripetitiva, ci chiama più vicino alla sua fonte e noi la seguiamo ciecamente, strusciando contro corpi che non sembrano essere fatti di carne. Capelli come soffici antenne mi solleticano le spalle mentre passo attraverso la folla. L’aria è spessa di decibel. Le luci strobo ingannano le mie pupille facendole contrarre ed espandere spasmodicamente, rivelando più angoli, più muri, più occhi bianchi. James fa oscillare le braccia, che sfregano contro i suoi fianchi. Mi piacciono i ragazzi che non cercano di sembrare fighi quando ballano. La sua faccia è beatitudine. Balliamo come se nient’altro importa. Tutti insieme scoordinati. Vorrei poterci vedere dal soffitto, scommetto che sembriamo un’onda elettrica, la linea blu di un Ecg tachicardico.

«La gente fatta ha un odore più dolce» mi dice James ballando verso di me. Sorrido, ho sempre pensato che invece abbia un sapore più amaro. Mi guardo intorno cercando di intercettare Brandt, ma non mi sto impegnando molto. Le ginocchia di James molleggiano.

Chiudo gli occhi, ma posso ancora vederlo, le sue mosse impacciate. Premo il mio corpo contro il suo ed eccolo davvero. Sorridente e sudato. Il nostro bacio è salato. Balliamo fino al pomeriggio.

IMG-20170918-WA0003Paola Moretti, classe 1990, vive a Berlino dal 2009 con brevi pause per studiare altrove. Ha concluso da poco un master in scrittura creativa alla Birbeck University of London. Scrive per varie riviste italiane, tra cui Nero On Theory e Yanez Magazine. Tiene workshop di poesia e scrittura creativa in inglese e in italiano.