L’Isola del Nuovo Inizio. Su «Il revisionista» di Miranda Mellis

Elisabetta Rizzo

Sebbene Miranda Mellis, americana classe ’68, sia autrice di più libri, tra cui None of This Is Real e The Spokes, in Italia dobbiamo accontentarci soltanto del suo Revisionista (The Revisionist, 2007), pubblicato nel 2008 da Nutrimenti, collana Greenwich, nella traduzione di Leonardo G. Luccone. A consolarci le illustrazioni di Derek White.

«Sempre grazie al telescopio ho visto sopravvissuti che correvano in circolo, edifici che implodevano impazziti; gran parte dell’aria s’era dissolta, distorta.»

Il revisionista abita il suo spazio, da dove vede senza farsi vedere e dove mangia senza mangiare davvero, mentre gli altri per vivere devono necessariamente vivere. Nel frattempo le cose accadono e le cause rimangono sconosciute. Le esplosioni nucleari potrebbero essere il risultato di un esperimento o ancora il segno di una guerra in corso, nonostante l’impossibilità di individuare quali paesi sarebbero coinvolti nell’eventuale conflitto. È difficile, infatti, percepire il mondo super inquinato di Miranda Mellis come il complesso di Stati e confini a cui siamo abituati. Solo l’Isola del Nuovo Inizio appare confinata in un punto incontaminato dove dimenticare l’aria sporca e le esplosioni e quindi ripartire da zero. Ma il sogno dura poco. Si impazzisce e ci si riduce a bestie senza controllo. Si torna indietro e la massa indifferenziata si ricompone nel suo impuro luogo d’origine.

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La trama del Revisionista è complessa. Le storie sono molteplici e slegate dall’occhio di un uomo che guarda da un faro. Slegate perché appaiono come monadi messe in contatto da qualche collegamento che però non riesce a risolvere la sensazione di leggere parti autonome. Il revisionista osserva senza la preoccupazione di dare ordine agli eventi e racconta senza offrire una visione omogenea dei personaggi. Per fortuna. Perché altrimenti sarebbero assorbiti dalla massa indifferenziata e rimarrebbero irriconoscibili. Dove c’è l’in-differenza, e quindi dove non si possono distinguere tra loro le persone, si creano i presupposti per un dominio dall’alto. Qui questa forza dominatrice, che impone i termini con cui definire le cose, c’è e non si rivela. In compenso riesce a emanare le proprie richieste al revisionista che rivede i dati climatici e li altera a favore di versioni bugiarde, ma capaci di contenere ogni preoccupazione.

«Il mio ultimo incarico prevedeva di monitorare le condizioni climatiche e di redigere rapporti rassicuranti. Mi hanno sistemato su un faro abbandonato, una decina di chilometri fuori città. Il faro si trovava nel bel mezzo di una discarica, sulla sommità di un cumulo di terra muschiosa.»

Ma come può il dato opporsi all’evidenza?

La parola possiede un suo statuto ontologico, indipendente da fondamenti esterni. Per questo esiste anche senza la realtà e nel Revisionista esiste contro la realtà. L’importante è che il suo valore sia riconosciuto dai componenti che interagiscono in un ambiente. Non si può negare l’inquinamento, ma con un uso sapiente della lingua la massa indifferenziata potrebbe assecondare gli improbabili risultati.

Miranda Mellis ricorda il potere di manipolazione della parola anche se non sembra gradire del tutto le sue potenzialità. È cambiato il contesto e sono cambiate le prospettive. I fatti dovrebbero essere mostrati nella loro integrità, quando l’esigenza non è confutare l’argomento del nemico, ma fermare la stupida autodistruzione a cui l’uomo va incontro. L’autrice, quindi, denuncia la libertà linguistica con cui vengono ridotti a fattori poco rilevanti le guerre e i significativi mutamenti ambientali. Anche se «a dar vita al Revisionista sono state la rabbia e la disperazione politica per la guerra e gli altri insulti al mondo perpetrati dal governo americano, primo fra tutti la mancata ratifica del protocollo di Kyoto», il senso potrebbe essere ampliato a più contesti. Questo breve romanzo illustrato, che non arriva neanche alle cento pagine, è carico di contenuti così completi e profondi da poterlo concepire con difficoltà come un semplice esperimento linguistico.

Ogni parola è piena e le immagini sono già concetti. L’oceano, che con il suo movimento modifica il modo di misurare il tempo, non viene descritto come un pezzo di paesaggio. L’oceano esprime l’idea del cambiamento consapevole. Una coscienza fluida che stima le variazioni climatiche per segnalarle attraverso un andamento e un comportamento anomali. Le onde vomitano animali morti e chiedono in cambio quelli vivi, cuccioli dalla carne tenera.

Il pensiero va un po’ a Stanisław Lem e al suo Solaris e al Solaris di Andrej Tarkovskij. Lo scrittore e il regista sanno che l’acqua è il più forte rimando alla vitalità. Allora la snaturano, la sporcano e l’addensano e diventa un elemento meno familiare. Ma se l’oceano di Solaris, forse pensante, agisce in modo subdolo quello della Mellis manifesta i propri umori e avanza pretese. Ignorate anche queste per il bene della comunità:

«Per i senzienti l’oceano si è sempre comportato come una specie di orologio, ma con il passare del tempo ha smesso di segnare il tempo così come lo concepiamo. L’oceano semplicemente non era più l’oceano nel senso comune del termine. Era impegnato in altre misure».

La massa indifferenziata ha fiducia, o meglio, ha fede nei dati. Solo il revisionista, che quei dati li scrive e li riscrive, mantiene lucidità e autocontrollo. La sua percezione, la sua propriocezione empatica gli permette di sentire gli uomini, le loro presenze, i loro pensieri, il loro battito come se fossero i suoi. Questa potrebbe essere l’unica traccia di umanità in un pianeta dove la natura diventa innaturale. Avvertire l’altro è una sensazione che collide per intensità con la fredda lingua del revisionista. Come la forza che dall’alto gli dà ordini, lui è destinato a rimanere ignoto a tutti. Anche chi legge il romanzo non lo conoscerà mai.