«Il racconto di Natale del Macchia» di Giovanni Del Giudice

Giovanni Del Giudice

È bella la magia del Natale. Anche le tradizioni legate al Natale sono belle. Tutti noi, e assieme a noi i nostri piccoli bimbi, sappiamo per esempio che dobbiamo lasciare a Babbo Natale – quando arriva la magica notte di vigilia – un biscottino e un gottino di liquore buono accanto al camino, se ce l’abbiamo, altrimenti sul tavolo o su una sedia accanto all’albero di Natale. Si fa così, si sa. Ma se è vero che le tradizioni vanno rispettate è pur vero che non bisogna esagerare, eh no. Questa storia che mi è stata raccontata è successa giusto l’anno scorso, e sebbene abbia dell’incredibile posso garantire che le cose sono andate così, pressappoco…

Saranno state le due o le tre del mattino quando il povero ciccione di rosso vestito, arrivato presumibilmente alla metà o poco più del suo improbabile e interminabile viaggio planetario, essendosi scolato milioni e milioni di litri di superalcolico misto (e tutti dovrebbero sapere quanto è pericoloso mischiare le acquaviti!), era sbronzo marcio. E il suo viaggio di lavoro era destinato a un drammatico epilogo proprio a due passi da casa mia, nel popolare quartiere di San Frediano, a Firenze.

Da questo punto in poi mi limito a parafrasare il pittoresco racconto del Macchia, che da mesi non fa altro che millantare questa storia aggiungendo di volta in volta truculenti particolari che, presumibilmente, inventa ad arte.

Il buon Macchia se ne stava tranquillo nel suo letto, dopo aver dato un colpo veloce alla Giada, sua moglie e madre di due terribili fratellini già terrore dei giardinetti dell’Ardiglione, Lapo e Vanni. S’era pesantemente addormentato il Macchia, dopo la copulazione, satollo di birra e panini monnezza ingozzati a fine bevuta in un barroccino sul ponte alla Vittoria. La Giada pure, poverina, s’era addormentata, lei invece per la stanchezza di una giornata come tante altre passata a rigovernare figli e magione e lavoro a tutto andare.

A un certo punto, suonate da poco le tre del mattino, un tonfo potentissimo esplode nella silente casa fredda, seguito immediatamente dal fragore di vetri infranti e poi di nuovo un tonfo, sordo e pesante, di gran mole che trova requie sul suolo. Giusto il tempo di svegliarsi di soprassalto, tutti e quattro i membri della famiglia del Macchia, e un ululato di sofferenza sale lento e si intrufola rapido nelle stanze. Il Macchia non fa discorsi, e ancora rincoglionito dalla ciucca e dai panini si tira su dal letto barcollante, tra i sussurri isterici e terrorizzati della Giada, afferra una lampada dal comodino e si precipita – meglio che può – nel salotto appena rischiarato da un modesto alberello di Natale sintetico. I terribili Lapo e Vanni sono già sulla scena, attoniti nei loro pigiamini di flanella viola col giglio grande giusto sui pancini, armati di mazza da baseball (di plastica vuota) il primo, e di una temibile ascia bifronte (di polistirolo) il secondo. Davanti a loro l’ululante derelitto giace in un letto di vetri e legno spaccato, resti miseri di un tavolino di dubbio gusto e di sicuro scarso valore. Accanto a lui un bicchierino di vetro rovesciato, un gottino, spande al suolo un liquido marroncino, a occhio e croce pessimo rum del discount. Il ciccione, vestito in perfetta tenuta da Babbo Natale con tanto di barba bianca folta e ingiallita attorno alla bocca, chiaro segno di un accanito fumatore, mentre ulula stende come può il braccio verso il gottino, bottino ingiustamente sottrattogli dall’avversa sorte e dalla fisica dell’alcolismo. Il suo completo rosso, seppur regolarmente foderato di bianco pelo, è lercio sulle maniche e intorno al pacco. Numerose patacche chiosano il rosso acceso della blusa, una più grossa sul petto racconta una drammatica vomitata non trattenuta, probabilmente dovuta agli eccessivi voli in preda ai fumi dell’alcol. Fottute renne!

Il Macchia irrompe, come può, nella stanza, seguito pochi istanti dopo dalla terrorizzata Giada, avviluppata in uno stretto accappatoio di spugna azzurrino, liso anch’esso, come adesso sembra pure lei. L’uomo, il Macchia, ci mette un po’ a capire, un bel po’ in effetti. Infatti i bambini stanno già urlando da un pezzo (e Lapo sta anche pestando con cattiveria la mano cicciuta del signore del Natale, che disperatamente cerca il sollievo del gottino, mentre ancora e più forte ulula il suo dolore):

«Guarda babbo, c’è Babbo Natale…».

«Guarda babbo, è ubriaco…»

«E s’è pure pisciato addosso! Ahahahahah…»

«Babbo Natale fa schifo al cazzo, vero babbo?»

La povera Giada, impietrita, vorrebbe reprimere quel turpiloquio, ma tutto quello che gli esce dalla bocca e dal corpo è un prolungato e sofferto Ommadonnamia

Il Macchia, che ora s’è ripreso quanto basta da capire un minimo quello che sta succedendo, cioè che un ciccione sbronzo e piscioso e vomitoso vestito da Babbo Natale gli ha spaccato un tavolino (anzi il tavolino) del salotto e ora sta ululando mentre uno dei suoi rampolli gli pesticcia con cattiveria la mano che imperterrita cerca di arraffare un gottino di rum da tre soldi che gli avevano lasciato (La Giada e i bambini, rispettosi della tradizione fino in fondo).

«Brutto d’un merdoso…» Sono le prime, impastate parole che gli escono di bocca, al Macchia. «Ma guarda questo pezzo di merda sbronza m’ha spaccato il tavolino… ma io ti stronco!»

A questo punto, in un crescendo di violenza e nonsense padre e figli (sì, perché adesso anche Vanni comincia a scalciare coi suoi piedini ignudi i genitali del povero Babbo Natale) cominciano a infierire, ciascuno secondo i propri mezzi e possibilità, sul povero vecchio alcolico e indifeso, mentre la povera Giada continua a salmodiare il suo straziante Ommadonnamia… Il Macchia ci si mette di particolare impegno, e pure con la lampada del comodino comincia a menare, con impeto e odio cieco. E alterna calci nello stomaco a colpi di lampada sulla testa, e qualche colpo di lampada va a segno ora sulla fronte, ora sul coccio del cranio, qualche altro si infrange rumoroso quanto doloroso sulle mani che il povero grassone di tanto in tanto si ricorda di levare a difesa del testone bianco.

In pochi istanti il ciccione sbronzo è surclassato di calci e pugni e lampadate e più si limita a ululare di dolore più i pavidi maschi della famiglia sfogano il loro scontento su quella misera massa indifesa. Senza ritegno alcuno.

Da qui in poi la storia, come del resto è normale che sia, si presta a vari finali, ciascuno narrato epicamente al culmine di grasse serate alcoliche al pub, o nei corridoi colorati di una scuola del centro storico di Firenze, e persino tra le casse affollate del piccolo supermercato dove la Giada lavora part-time sei giorni la settimana. Qualche volta viene fuori che Babbo Natale, poverino, dopo il pestaggio viene scaraventato giù dalle scale e chi s’è visto s’è visto. Un’altra volta addirittura si dice che sia stato buttato giù dalla finestra (e per fortuna stavano solo al primo piano). In qualche epico racconto il vecchio sembra riuscire a rialzarsi e a difendersi un poco, salvo poi venir messo knock out dai tremendi bimbetti armati di tutto pugno, che alla fine lo scortano a calcioni nel sedere e sugli stinchi fino in strada, dove possiamo solo sperare che una meravigliosa slitta guidata da renne fosse lì, pronta a riceverne le povere spoglie accartocciate e stropicciate. Lapo una volta ha raccontato in classe che lo hanno bruciato vivo nel caminetto, ma questa versione mi sentirei di escluderla perché il caminetto, il Macchia, proprio non ce l’ha.

Naturalmente come la storia è andata davvero a finire non si saprà mai, e nemmeno è importante. A me piace pensare che dopo le sonore legnate, spentosi l’impeto cieco, nella quiete di una casa ritornata a una costumata vigilia del Santo Natale, il Macchia e il povero vecchio – malconcio ma ancora presentabile – insieme si scolano i resti di una boccia da pochi soldi, solidali e sereni quanto possibile. Del resto non sono forse entrambi, in questo preciso istante della vita, due derelitti assolutamente uguali? E parlano del più e del meno, dei problemi di ogni giorno, con i piccoli Lapo e Vanni, spossati dalla lotta, che dormono profondamente sul divano, mentre la triste Giada liscia loro i capelli con movimento lento e automatico, perché in realtà sta dormendo pure lei, la povera Giada, nel fioco chiarore che fa un misero alberello di Natale rabberciato alla bell’e meglio. E sogna una vita diversa, e mentre la sogna si sogna pure dei versi di poesie che a lei sembrano bellissime, degne di un vero grande artista. Ma invece sono versi dozzinali, trovati a basso costo tra gli scaffali disordinati di un discount del centro. Ma che fa? Sono sempre poesie bellissime secondo lei. Magari è andata proprio così, anche se io non ci giurerei proprio.

IMG_2786Giovanni Del Giudice è nato a Firenze l’anno in cui è uscito The Lamb lies down on Broadway, il 1975. Insegna lingua e cultura italiana in un’università americana e suona samba. Ha pubblicato due dischi (Essenza, Hermann house e Il Silenzio del Mare, Il primo giorno). Scrive canzoni da circa cinque lustri, ma ha sempre tenuto celate le prose che nel corso degli anni ha disorganicamente vergato. Adesso è tempo di fare ordine, anche perché non gli riesce più di scrivere canzoni…