Dark-Dirk: le serie tv e l’arbitrio del tempo

Cosimo Monari

Ci sono serie che provano ad andare oltre al puro racconto, oltre alla pura voglia di intrattenere lo spettatore senza comunicare nulla di più che una bella storia. Con doverose eccezioni (vedi Black Mirror o Battlestar Galactica) è la narrazione il cardine della stragrande maggioranza delle serie degli ultimi decenni. La serialità, per la sua stessa struttura, si presta al racconto; accattivante, frenetico, ti tiene lì, incollato al divano, sul filo, il fiato corto a ogni fine puntata e stagione, con personaggi foschi, sbalzati, a tutto tondo, nei cui difetti e mostruosità sei costretto controvoglia a rivederti. Il racconto è la chiave di volta della narrazione seriale. Quello che spesso passa in secondo piano è il concetto, un messaggio che vada oltre la storia per incastonarsi nelle nostre vite e nella nostra percezione del mondo.

Dark prova a scostarsi da questa tradizione. Serie tedesca, prodotta da Netflix, uscita sulla piattaforma il primo dicembre 2017. Un paese in mezzo alle foreste della Germania, ai piedi di una centrale nucleare; ragazzini che spariscono nei boschi, sconosciuti che si aggirano per la cittadina, un senso di storia ciclico e ineluttabile. Ridonda Stranger Things, echi di Lost e Donnie Darko. Ma della serialità c’è poco. I personaggi? Si fa fatica ad amarli, o anche solo ad affezionarcisi. Considerando tutto, sono quasi cinquanta. Ogni cambio di scena, in effetti, ti ritrovi a porti una serie di domande, tipo: questo chi è? Dov’è? Quand’è? Perché è? Con chi è imparentato? Di chi è amico? Cosa stava facendo due puntate fa? E guai a chi ha poca memoria. I colpi di scena sono prevedibili, l’intreccio scontato. I fili intessuti dalla sceneggiatura, per quanto lampanti, lasciano però sempre una questione aperta: dove si andranno a congiungere?

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Quello che è assolutamente perfetto è l’atmosfera. L’aria horror-metafisica di Donnie Darko è ripresa e soffusa nel modo giusto, aiutata da una colonna sonora attenta a mantenere un’inquietudine costante. Una tensione continua, data non tanto dalla trama o dalle vicende dei personaggi, quanto da uno sguardo freddo, forse beffardo, che c’insinua il dubbio che sia l’una che le altre siano minuscole, inutili, misere. Angoscia esistenziale più che ansia del che succede dopo.

I temi (meccanica quantistica e relatività, libero arbitrio ed eterno ritorno, binomi luce/ombra e scelta/destino) sono già affrontati, trattati e vituperati, in modi banali e in modi fantastici (andarsi a rispolverare la serie di videogiochi Legacy of Kain), ma la forza della serie è tentare di darci un corpo, un’atmosfera propria, ripescando nel museo dei cult degli ultimi vent’anni. Ecco, il messaggio di fondo diventa centrale, oggetto primario d’indagine; la narrazione, i personaggi, solo una ruota di contorno, un frastuono di sottofondo che esiste solo per motivare la scelta di una struttura seriale.Facciamo un salto, rimanendo su Netflix. È uscita a inizio gennaio la seconda stagione di Dirk Gently: agenzia di investigazione olistica, basata sui libri di Douglas Adams. Spirito english, un buon Elijah Wood, ironia e nonsense a badilate, trama che scoppietta tra fantastico e giallo. Nel complesso, serie canonica che punta sul fiato sospeso, su ribaltamenti e colpi di scena, su personaggi a cui affezionarsi o in cui rivedersi. Di fondo, l’idea (giocosa ma non troppo) di un collegamento tra ogni cosa, ogni azione, ogni evento passato e futuro. Il detective olistico Dirk Gently non cerca prove, indizi, non fa ricerche, non interroga testimoni, non cerca neppure dei casi da risolvere; semplicemente, sa che tutte queste cose capitano. Devono capitare. La trama si snoda tra caso e destino, nella visione allargata di un tutto che trova significato al di là dei singoli eventi. Abbiamo così personaggi che lasciano al caso la loro vita, e di questo ne fanno un mestiere: il detective olistico, l’assassina olistica (che uccide chi ha voglia di uccidere perché, evidentemente, l’universo ha deciso così), i vampiri spirituali, l’attrice olistica, e tutti quelli che si trovano in mezzo alle vicende di questi personaggi che paiono umani, sono umani, ma forse non lo sono proprio del tutto. In questo caos (perfettamente orchestrato) non si cerca una definizione precisa dell’universo; le trame sono a maglie larghe, elastiche, e suggeriscono impressioni più che risposte.

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Ed è proprio su questo punto che Dirk e Dark s’intrecciano. Destino, caso e scelta. I viaggi nel tempo, portanti nell’una quanto nella prima stagione dell’altra, sono l’esempio fondamentale di queste due visioni.
Nel cinema e nella serialità, il viaggio nel tempo è ormai un classico. Alle due serie citate possiamo aggiungerne altre come Lost e Fringe. Di film ce ne sono finché vogliamo: L’esercito delle dodici scimmie, Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, la trilogia (ovviamente…) di Ritorno al futuro… E in tutto questo, esistono almeno due tipi di viaggi nel tempo: quelli che vedono il tempo come processo simultaneo e quelli che lo vedono in ordine sequenziale. Del primo fanno parte le due serie in esame, del secondo come esempio possiamo prendere la trilogia di Ritorno al futuro.

In questo dobbiamo immaginare il tempo come una linea in evoluzione. Tornando indietro, cancelliamo la linea fino al punto in cui siamo tornati, dopodiché da lì in poi si traccerà una linea nuova. La modifica del passato, dunque, crea nuovi possibili futuri.

In Dark e Dirk Gently, invece, il tempo è già stabilito. Più che una linea, immaginiamoci un libro. Io certamente leggerò il libro seguendo una linearità – dall’inizio alla fine – ma il mio saltare da pagina duecento a pagina uno non ne potrà cambiare i contenuti. L’uomo, in questa visione, è visto come spettatore, personaggio di carta, impossibilitato a modificare la propria vita o i propri comportamenti, destinato a compiere gli stessi errori in un loop infinito e indefinito.

A livello narrativo è una struttura che funziona meglio (infatti è la più usata per romanzi, serie, film), poiché necessita di un’attenzione alla trama e ai suoi particolari che si svela man mano che il racconto prosegue. Non tutti, però (ad esempio, non certo Rowling), ne colgono la conseguenza di ineluttabilità e di mancanza di libero arbitrio. Dirk Gently e Dark non sono tra questi. Ed è proprio questa la forza di Dark, che attrae e insieme repelle: l’insinuarsi del dubbio che ogni tentativo di far valere la nostra volontà sia del tutto vano. Arriva, feroce come un morso, come la disperazione, come la fredda oscurità degli abitanti del paesino sperduto in mezzo alle foreste.

Ma Dark ha un difetto: il desiderio di spiegare. Al di là del fatto che tirando in mezzo la meccanica quantistica e la relatività (il cosiddetto Ponte di Einstein-Rosen) crea un universo di stampo predeterministico, quando l’universo quantistico esprime invece un modello indeterministico (non dominato dalla volontà, né dalla causalità, quanto piuttosto dal caso), quello che rischia di stridere è una scelta narrativa-contenutistica. Se la forza della serie sta nell’inconosciuto, nel simbolico, nel Nietzsche più pessimista, in visioni apocalittiche lovecraftiane dove al posto di dèi mostruosi regna una tirannia del tempo, qualunque tentativo di dare una struttura scientifica rischia di affondare il messaggio e trascinare la serie nella grande folla del già visto. L’angoscia (come la meraviglia) ha un gran bisogno di non detto. E il binomio Einstein-Nietzsche non può che stridere; appellandosi a entrambi, il messaggio arriva contorto, confuso, indeciso. Quello che la serie vorrebbe ma non riesce del tutto a fare è arrivare a una sintesi dei due pensieri, dove funzionamento ed essenza delle cose giungono entrambi alla stessa disperante conclusione. L’unico legame, potente, inquietante ma arbitrario, è il dominio del tempo.

Chi si riesce a staccare da questa confusione è Dirk Gently. Pur seguendo un similare filone tematico, con viaggi nel tempo, predestinazione, libero arbitrio, riesce convincente, accetta il paradosso, l’irrazionale, ne fa la sua bandiera e arriva a darlo per scontato. Certo, il messaggio qui non è primario, il gusto per il racconto e per i personaggi è tutto; ma abbracciando la pura intuizione dell’olismo, la serie non s’inceppa. Alla fine della seconda stagione siamo davvero convinti che scelta, caso e destino non si escludano a vicenda, e che la logica mancanza di libero arbitrio sia in realtà solo una burla.

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Un messaggio non necessita di prove. Concetto, emotività, simbolismo hanno solo bisogno di una coerenza interna. Qualunque aggiunta è solo timore di non essere presi sul serio. Dark prova a uscire dal dogma della narrazione a ogni costo, ma lo fa in maniera troppo timida. È vittima di un terrore per il simbolico. Un po’ come quegli horror che suggeriscono di essere tratti da una storia vera per provare a farti più paura (unica pecca di quel capolavoro che è The Witch). Si nasconde dietro Einstein (o meglio: dietro teorie costruite su teorie derivanti dalle teorie di Einstein), forzando il legame tra narrazione e realtà, e lasciandosi sempre aperta una scappatoia se la paura del simbolico dovesse farsi troppo pressante.

In vista della seconda stagione, abbiamo due possibilità. O questo terrore per il simbolo si farà più forte, e prevarrà il lato narrativo-didascalico; oppure si troverà il coraggio di mollare qualunque ormeggio lasciando lo spettatore nell’infinito mare dell’angoscia.