Le fiabe e l’astuzia di bambine, lavandaie e figlie di Re

Roberta Garavaglia

Masha, in vestitino tradizionale russo, gioca fino allo sfinimento, non sa cosa siano il disturbo e l’insistenza, ma conosce (e questo annulla ai miei occhi tutti i suoi dispetti e le prepotenze) il valore dell’amicizia. Orso è il più paziente degli orsi e anche della maggior parte degli umani, e vorrebbe solo riposare un po’. Questi i protagonisti di Masha e Orso, il cartone animato trasmesso tutte le sere da Rai Yo Yo.

Masha e Orso trae ispirazione dall’omonima fiaba. Masha, raccogliendo funghi e bacche con le amiche, senza dare ascolto alle raccomandazioni dei nonni, si allontana e si perde. Nel fitto del bosco trova una casetta, dove vive un gigantesco orso. Questi fa di Masha la sua domestica, minacciandola di mangiarsela se dovesse tentare la fuga. Masha riesce comunque a tornare dai nonni, nascondendosi in una gerla che lo stesso Orso porta a casa dei due.

Non sembrano molte le somiglianze tra l’atmosfera del cartone e quella della fiaba, se non la tenacia delle due Masha. Ma pensarci meglio, l’entrata in scena della bambina, nella prima puntata, quando scende le scale di casa saltellando dentro un secchio con sguardo minaccioso, richiama un po’ la misteriosa Baba Jaga che cammina per i boschi in un mortaio. Orso, invece, quello del cartone animato, mi ricorda vagamente Alexandr Puškin. D’accordo, la fiaba è stata raccolta da un altro Alexandr, l’Afanasjev, ma se parliamo di folklore russo, come possiamo non pensare anche a Puškin? Il giovanissimo poeta, esiliato a Mikhailovskoe, ritrova la sua balia Arina Radionovna e ne raccoglie le storie (a scopo artistico, piuttosto che scientifico: «ognuno di essi è un poema», diceva): trascorre giorni di scrittura, di cavalcate, di noia e di cielo grigio in cui «la luna assomiglia a una rapa». Il nostro Orso, se non fosse per Masha, godrebbe appieno di giorni così, tra lunghi sonni, tè bollenti, pesca e altre tranquillità. Forse nel periodo del suo esilio, Puškin scopre un percorso che è un procedere e contemporaneamente un tornare (e non è ciò a cui aspira la poesia?). Credo che sia il sogno di molti, forse il segreto è nelle fiabe.

Se la fiaba di Masha e Orso non rispecchia la sua versione animata, ha invece qualche somiglianza con un’altra fiaba, Il naso d’argento (piemontese, scelta da Italo Calvino per le sue Fiabe italiane). Una lavandaia è vedova con tre figlie, per via della fame che patiscono un giorno la maggiore dice di volersene andare di casa, anche a costo di andare a servire il Diavolo. Nominarlo vale invocarlo: un uomo compito col naso d’argento si presenta da loro per chiedere che una delle sorelle vada a servizio da lui. La maggiore accetta e lo segue. Ma quando Naso d’argento scopre che lei ha aperto la sua stanza segreta, la butta dentro, tra le fiamme dell’Inferno. La stessa sorte tocca alla seconda. La terza, invece, riesce a salvare le sorelle e mandarle a casa, una alla volta, in un sacco di roba da lavare che è lo stesso Diavolo a consegnare alla madre. Lucia, la minore, gli dice di possedere la virtù di vedere da lontano, così quando lui a mezza strada vorrebbe fermarsi, le sorelle da dentro il sacco lo ammoniscono e lui non osa posare il sacco. Infine, si infila lei stessa in un sacco e torna a casa sulle spalle del Diavolo. Lo stratagemma è lo stesso della piccola Masha, che, nascosta nella gerla insieme ai pasticcini, rimprovera Orso ogni volta che vorrebbe fermarsi a mangiarli, dopo avergli detto che l’avrebbe tenuto d’occhio dall’alto di una betulla.

Il naso d’argento non è la classica fiaba italiana. Primo, perché non è una fiaba d’amore, non appartiene al tipo Amore e Psiche. Secondo, perché il Diavolo compare con sembianze umane e non bestiali, con caratteristiche precise (quel naso d’argento!) e non vaghe. Con Masha e Orso condivide una sorta di elogio dell’astuzia femminile, grazie a cui si sbrogliano situazioni e si vince il male. Il Diavolo è malvagio per definizione, sebbene non sia il Diavolo della tradizione cristiana. Orso rappresenta il male, sebbene non abbia stanze segrete e sia solo un orso. Certo, è un orso parlante, ma è comunque un orso, non un Diavolo (né un figlio di re incantesimato come in Biancaneve e Rosarossa, né uno dei coniugi puniti nella Vecchia avida).

Il naso d’argento, comunque, non canta una generica astuzia femminile, ciò che emerge è soprattutto l’intelligenza e il coraggio dell’ultimogenita. Nelle fiabe la sorella più piccola è «un’eroina in tutta l’accezione della parola», scrive Giuseppe Pitrè. E mi viene in mente anche Cenerentola, ma soprattutto lei, «la più bella di tutte», Fanta-Ghirò, persona bella. È Fanta-Ghirò (secondo quanto riportano Gherardo Nerucci e Vittorio Imbriani può essere che Fanta-Ghirò stia appunto per fanciulla-eroina) che, al contrario delle sorelle, riesce a spacciarsi per uomo ed evitare l’invasione del regno di suo padre, trattando col Re nemico fino a farlo innamorare. La miniserie di Fantaghirò è del 1991, fu trasmessa da Canale 5. Per chi non l’avesse vista, è disponibile su Mediaset on demand e ora anche su Netflix.

Ecco, siamo tornati da dove abbiamo cominciato, in tivù. Non è vero, dunque, che una volta il centro della famiglia erano i racconti popolari e che ora la tivù li ha soppiantati: a volte è la tivù il mezzo di questo infinito tramandare. È vero, invece, che il tempo delle fiabe è fuori dal tempo, ma anche dentro di noi, e che è per sempre, come il persempre con cui spesso si concludono.