«La luce interiore» di Arthur Machen

Elena Entradi

Una sera d’autunno, quando le deformità di Londra erano velate da una rada foschia azzurra, e le vedute e le ampie strade si mostravano nel loro splendore, Mr Charles Salisbury passeggiava piano in Rupert Street, avvicinandosi a passi lenti al suo ristorante preferito. Teneva gli occhi bassi, fissi sul marciapiede, e fu così che, quando arrivò alla porta stretta, un uomo che risaliva quella stessa strada andò a sbattergli contro.

«Le chiedo scusa, non guardavo dove andavo. Ma, Dyson, sei tu!»

«Sì, proprio io. Come va, Salisbury?»

«Discretamente. Ma dove sei stato, Dyson? Saranno cinque anni che non ti vedo.»

«Vero, credo anche io. Ricordi che quando venisti a trovarmi in Charlotte Street navigavo in cattive acque?»

«Lo ricordo perfettamente. Mi avevi detto di essere in ritardo di cinque settimane sull’affitto e di esserti separato dall’orologio per una somma relativamente bassa.»

«Che memoria eccellente, mio caro Salisbury. Sì, navigavo in cattive acque. Ma la cosa curiosa è che subito dopo il nostro incontro finii in acque ancora peggiori. Un amico descrisse il mio stato finanziario come “alla frutta”. Non approvo le espressioni popolari, bada bene, ma la mia condizione era quella. Ma propongo di entrare, magari anche altri vogliono andare a cena… è una debolezza umana, Salisbury.»

«Certo, andiamo. Per strada mi chiedevo se fosse libero il tavolo d’angolo. Sai, ha lo schienale di velluto.»

«Ce l’ho presente, è libero. Ecco, come dicevo, finii in acque ancora peggiori.»

«E quindi, cosa facesti?» chiese Salisbury, liberandosi del cappello, accomodandosi nell’angolo della seduta e pregustando il menù con gli occhi.

«Cosa feci? Be’, mi misi a riflettere. Ho una buona formazione classica e una decisa avversione per ogni sorta di affari: erano quelle le risorse con cui affrontavo il mondo. Sai, ho sentito gente che definiva sgradevoli le olive! Filistei deprecabili! Ho pensato spesso, Salisbury, che potrei scrivere pura poesia sotto l’effetto di olive e vino rosso. Prendiamo un Chianti, non sarà eccezionale, ma il fiasco è incantevole.»

«Qui è buono. Potremmo prenderne uno grande.»

«Molto bene. Comunque, riflettei sul mio desiderio di prospettive e decisi di imbarcarmi nella letteratura.»

«Davvero, che stranezza. Eppure le tue condizioni sembrano agiate.»

«Eppure, dici! Che satira di una professione nobile! Io temo, Salisbury, che ti manchi la corretta concezione della dignità dell’artista. Mi vedi seduto alla scrivania – o almeno mi vedresti se venissi a trovarmi – con penna e inchiostro, e il nulla assoluto davanti, e se torni dopo qualche ora (con ogni probabilità) trovi una creazione!»

«Sì, questo è vero. Non credevo che la letteratura fosse redditizia.»

«Sbagli, offre ottime ricompense. A proposito, devo dire che poco dopo il nostro incontro ho ottenuto una piccola entrata. È morto uno zio, rivelatosi generoso oltre le aspettative.»

«Ah, capisco. Dev’essere stato utile.»

«È stato gradevole, innegabilmente gradevole. L’ho sempre considerata una sovvenzione alle mie ricerche. Ho detto che sono un uomo di lettere, forse sarebbe più corretto definirmi un uomo di scienza.»

«Caspita, Dyson, sei cambiato davvero tanto in questi ultimi anni. Per quanto mi risultava, lo saprai, eri una specie di perditempo, uno di quelli che si incontrano sul lato settentrionale di Piccadilly, ogni giorno da maggio a luglio.»

«Esatto. Mi formavo anche allora, anche se inconsciamente. Sai che il mio povero padre non poteva permettersi di mandarmi all’università. Nella mia ignoranza mi lagnavo di non aver completato gli studi. Era la sconsideratezza della gioventù, Salisbury; era Piccadilly la mia università. È lì che cominciai a studiare la grande scienza che ancora mi occupa.»

«Di quale scienza parli?»

«La scienza della grande città, la fisiologia di Londra, la massima disciplina che la mente umana possa concepire, in senso letterale e metafisico. Che salmì favoloso, senz’altro il fine ultimo del fagiano. Eppure talvolta mi sento addirittura sopraffatto al pensiero della vastità e della complessità di Londra. Parigi si può arrivare a capirla nel profondo dopo una dose ragionevole di studio, ma Londra resta un mistero. A Parigi si può dire: “Qui ci vivono le attrici, qui i Bohémien e i Ratés”; ma a Londra è diverso. Si può indicare, pur correttamente, che una strada è la dimora di lavandaie, ma, al secondo piano, può esserci un uomo che studia le radici caldee, e nel sottotetto di là dalla strada un artista dimenticato che muore poco a poco.»

«Dyson, vedo che sei immutato e immutabile» disse Salisbury, sorseggiando piano il Chianti. «Mi pare che un’immaginazione troppo fervida ti tragga in inganno, i misteri di Londra esistono solo nella tua fantasia. A me sembra un luogo abbastanza noioso. Di rado si sentono crimini davvero artistici, del genere che, credo, abbonda a Parigi.»

«Dammi dell’altro vino. Grazie. Ti sbagli, mio caro amico, ti sbagli di grosso. Londra, quanto a crimini, non ha di che vergognarsi. Dove falliamo è nella mancanza di Omeri, non Agamennoni. Sai, carent quia vate sacro.»

«Ricordo la citazione. Ma non ti seguo.»

«Be’, in parole semplici, a Londra non ci sono bravi scrittori specializzati in questo genere di cose. Il giornalista tipico è uggioso; ogni storia che racconta è guastata dal racconto. Il suo concetto di orrore, e di ciò che lo evoca, è di una carenza deplorevole. Il compare non si accontenta che del sangue, volgare sangue rosso, e quando lo ottiene carica le tinte e crede di produrre un articolo espressivo. Che opinione infelice. E, caso curioso, sono sempre i delitti più banali e brutali ad attrarre la massima attenzione e a essere arricchiti di dettagli. Per esempio, oserei dire che il caso Harlesden non l’hai mai sentito.»

«No. No, non ricordo niente in proposito.»

«Ovvio. Eppure è una storia curiosa. Te la racconto mentre prendiamo il caffè. Harlesden, come sai, anzi immagino che tu non lo sappia, è nella periferia di Londra, un sobborgo curiosamente diverso da quelli eleganti e antiquati come Norwood o Hampstead, diverso quanto i due sono diversi tra sé. Hampstead, voglio dire, è dove cerchi il padrone dell’attività che importa beni dalla Cina, con i suoi tre acri di terra e le serre per ananas, anche se da poco c’è il sostrato artistico; a Norwood, invece, ci abitano famiglie ricche del ceto medio che hanno preso casa lì “perché era vicina al Palace” e che del Palace si sono stufate dopo sei mesi; ma Harlesden è senza carattere. È troppo nuovo per averne. Ci sono file di case rosse, file di case bianche, veneziane verde acceso, ingressi sporgenti, cortiletti spacciati per giardini, qualche negozio scialbo, e poi, nel momento stesso in cui si crede di afferrare la fisionomia del quartiere, si disperde tutto.»

«Come diamine è possibile? Non credo che le case vadano in rovina sotto gli occhi!»

«Be’, no, non va proprio così. Ma l’entità Harlesden sparisce. La strada diventa un vicolo tranquillo, e le case occhiute diventano olmi, e i cortiletti prati verdi. In un attimo si passa dalla città alla campagna, non c’è transizione come nei paesi rurali, né gradazione con giardini più ampi e frutteti, o case a mano a mano meno fitte, c’è invece un taglio netto. Credo che chi ci abita vada perlopiù alla City. Ho visto un autobus stracarico andare in quella direzione, qualche volta. Ma in ogni caso, un deserto a mezzanotte non mi suscita solitudine maggiore di quella che c’è là a mezzogiorno. È come una città dei morti: le strade sono accecanti e desolate, e passando si ha la fulminea coscienza che Londra è anche questo. Bene, un paio di anni fa ci viveva un dottore; aveva sistemato targa d’ottone e lampada rossa proprio in fondo a una di quelle strade luminose, in una casa il cui retro dava su una distesa di campi a settentrione. Non so che ragione avesse di stabilirsi in un luogo così fuori mano, forse il Dr Black, chiamiamolo così, era lungimirante e pensava al futuro. I suoi parenti, come risultò più tardi, l’avevano perso di vista da molti anni e neppure sapevano che fosse un medico, men che meno dove abitasse. Comunque, si era stabilito a Harlesden, con qualche brandello di una pratica e una moglie straordinariamente bella. Fin dal loro arrivo la gente li vide spesso a passeggio insieme nelle serate estive e, stando a ciò che osservava, li considerò una coppia molto affettuosa. Le passeggiate proseguirono tutto l’autunno e poi cessarono, ma non stupisce che l’ingrigirsi delle giornate e il rinfrescarsi del tempo avessero privato i vicoli intorno a Harlesden di molta della loro attrattiva. Per tutto l’inverno Mrs Black non la vide nessuno; alle domande dei pazienti il dottore rispondeva che era “un po’ indisposta, sarebbe stata di sicuro meglio in primavera”. Ma la primavera arrivò, e poi arrivò l’estate, e di Mrs Black nessuna traccia, e alla fine si cominciò a spettegolare e a parlottare, e alle cene, che come avrai sentito sono l’unico divertimento noto in quei sobborghi, circolava ogni genere di stramberia. Il Dr Black cominciò a incrociare qualche occhiata ben strana rivolta in sua direzione, e la pratica, se mai era stata tale, gli si sgretolò tra le mani. In breve, quando vociferavano della questione, i vicini insinuavano che Mrs Black fosse morta, e che a ucciderla fosse stato il dottore. Ma le cose non stavano così: Mrs Black fu avvistata a giugno. Era una domenica pomeriggio, una di quelle poche giornate eccezionali che offre il clima inglese, e mezza Londra era scesa nei campi, a nord, sud, est e ovest, per sentire il profumo del maggio bianco, e vedere se le siepi di rosa canina fossero già in fiore. Ero uscito anche io sul presto, a fare una lunga camminata e, in un modo o nell’altro, mentre me ne andavo verso casa mi ritrovai proprio all’Harlesden in questione. Per essere precisi, presi una birra al General Gordon, l’edificio più fiorente della zona e, mentre girellavo senza meta, vidi un’apertura straordinariamente allettante in una siepe, e decisi di esplorare il prato che stava dietro. Dopo la ghiaia infernale sparsa sui marciapiedi dei sobborghi è gradevole avere sotto i piedi l’erba soffice, quindi feci quattro passi e pensai bene di fermarmi su un rialzo a fumare. Mentre prendevo l’astuccio, alzai gli occhi in direzione delle case, ed ecco che mi sentii mancare il fiato, cominciarono a battermi i denti, e il bastone che tenevo in mano si spezzò, tanto lo stringevo. Fu come se una corrente elettrica mi avesse percorso la schiena, e per un momento, che mi sembrò lungo, ma che dovette essere brevissimo, mi ritrovai a chiedermi cosa diamine succedesse. Poi capii cosa mi aveva fatto gelare il cuore e riecheggiare il tormento nelle ossa. Alzando gli occhi avevo guardato l’ultima casa della fila di fronte e a una finestra in alto per qualche frazione di secondo avevo visto un viso. Era il viso di una donna, ma non era umano. Salisbury, ai nostri tempi, tu e io, seduti al nostro posto in chiesa alla tranquilla maniera inglese, abbiamo sentito parlare di un desiderio insaziabile, di un fuoco inestinguibile, ma pochi di noi hanno idea del significato di queste parole. Spero che a te non càpiti, perché appena vidi quel viso alla finestra, con il cielo azzurro sopra di me e i refoli d’aria calda che mi scherzavano intorno, seppi di aver guardato un altro mondo: avevo guardato la finestra di una comune casa nuova e avevo visto l’inferno spalancarmisi davanti. Passato il primo shock, un paio di volte pensai di essere svenuto; sudore freddo mi grondava dal viso e il respiro andava e veniva in singhiozzi, quasi qualcuno mi avesse affogato. Riuscii infine ad alzarmi e a tornare in strada, dove sulla buca delle lettere al cancello d’ingresso lessi il nome DR BLACK. Il caso o il destino volle che mentre passavo si aprisse la porta e un uomo scendesse gli scalini. Ero sicuro che era il dottore in persona. Per Londra era un tipo piuttosto comune: alto e magro, con un viso pallido e un paio di noiosi baffi neri. Quando ci incrociammo sul marciapiede mi lanciò un’occhiata, che sebbene fosse l’occhiata distratta rivolta a un passante da un altro, in me suscitò la convinzione che quello con cui avevo a che fare era un individuo pericoloso. Come ti immaginerai, tornai a casa molto confuso e inorridito per ciò che avevo visto, perché mi ero di nuovo fermato al General Gordon e avevo raccolto un buon numero di pettegolezzi diffusi nel posto sui Black. Non avevo menzionato di aver visto un viso di donna alla finestra, ma mi era giunta voce che un motivo di vanto di Mrs Black erano i bei capelli dorati, e la cosa che mi aveva impressionato con quel terrore senza nome era circondata da una nebbia di fluenti capelli biondi, come un’aureola di gloria intorno al viso di un satiro. Tutto questo mi dava un disturbo indescrivibile, così arrivato a casa mi sforzai di pensare all’impressione ricevuta come a un’illusione, ma invano. Ero ben conscio di aver visto cosa ho cercato di descriverti, ed ero moralmente certo di aver visto Mrs Black. E poi c’erano i pettegolezzi, il sospetto di un delitto che sapevo falso, e la mia personale convinzione che in quella casa rosso vivo all’angolo di Devon Road c’era in ballo qualche male mortale: ma come costruire una teoria con un che di ragionevole a partire da questi due elementi. In breve, finii in un mondo di mistero; mi scervellai e riempii i momenti liberi riunendo congetture sparse, ma non mi avvicinai di un passo a una reale soluzione, e col passare dell’estate la questione appariva sempre più fumosa e indistinta, e proiettava ombre di vago terrore, come un incubo sognato il mese prima. Immagino che non molto tempo dopo sarebbe svanita nelle profondità della mente – non l’avrei dimenticata, ché una cosa del genere non si dimentica – ma una mattina, mentre sfogliavo il giornale, attirò la mia attenzione un titolo di una ventina di righe in caratteri minuti. Vidi solo IL CASO HARLESDEN ma mi bastò a capire cosa stavo per leggere. Mrs Black era morta. Mr Black aveva chiamato un altro medico per certificare la causa, ma qualcosa aveva destato i sospetti del nuovo dottore e c’erano state un’inchiesta e un’autopsia. Il risultato? Quello, lo confesso, fu una sorpresa considerevole: il trionfo dell’inaspettato. I due dottori che avevano condotto l’esame avevano dovuto ammettere di non aver rilevato la benché minima traccia di violenza; gli esami e i reagenti più specifici non avevano individuato quantità infinitesimali di veleno. La morte, avevano riscontrato, era stata causata da una malattia cerebrale relativamente oscura e interessante dal punto di vista scientifico. Il tessuto cerebrale e le molecole di materia grigia avevano subito cambiamenti del tutto fuori dall’ordinario, e il più giovane dei dottori, che credo abbia una certa reputazione di specialista in malattie al cervello, nella deposizione aveva fatto alcune osservazioni che all’epoca mi colpirono profondamente, sebbene al momento non avessi colto la loro completa importanza. Aveva detto: “Al principio dell’esame fui sorpreso di rilevare la presenza di una caratteristica a me interamente nuova, nonostante la mia esperienza piuttosto vasta. Non occorre specificarne ora la natura, sarà sufficiente dire che al procedere del lavoro faticai addirittura a credere che il cervello davanti a me fosse quello di un essere umano”. A questo punto c’era stato un certo stupore, come puoi figurarti, e il coroner aveva chiesto al dottore se intendeva dire che sembrava un cervello animale. “No” rispose lui, “non la metterei in questi termini. Alcuni elementi che notai sembravano indicare quella via, ma altri, i più sorprendenti, mostravano un’organizzazione nervosa di tipo completamente differente sia da quella dell’uomo che di animali inferiori.” Era curioso da dire, ma la giuria aveva emesso com’è ovvio un verdetto di morte per cause naturali e, a livello pubblico, il caso era stato chiuso. Ma dopo aver letto la deposizione del dottore decisi di volerne sapere di più, e mi misi al lavoro su quella che con ogni probabilità si sarebbe dimostrata un’indagine interessante. Non mancò una buona dose di problemi, ma in certa misura ebbi successo. Tuttavia, mio caro amico, all’epoca non ne avevo idea. Lo sai che è da quasi quattro ore che siamo qui? I camerieri ci guardano. Chiediamo il conto e andiamocene.»

I due uscirono in silenzio e rimasero un po’ all’aria fresca a guardare il traffico convulso di Coventry Street che scorreva loro davanti, accompagnato dallo scampanellio delle carrozze e dalle grida degli strilloni; da quei rumori forti emergeva di tanto in tanto il mormorio di Londra, profondo e lontano.

«È un caso strano, no?» disse Dyson alla fine. «Cosa ne pensi?»

«Mio caro amico, non ho sentito la fine, quindi mi terrò la mia opinione. A quando il seguito?»

«Vieni a trovarmi una sera, facciamo giovedì prossimo. Questo è l’indirizzo. Buonanotte; voglio andare allo Strand.» Dyson fece cenno a una carrozza di passaggio e Salisbury si incamminò a nord verso il suo appartamento.

II

Mr Salisbury, come si è forse potuto dedurre dalle poche osservazioni che era riuscito a presentare nel corso della serata, era un giovane gentiluomo dall’intelletto particolarmente concreto, schivo e riservato di fronte al mistero e all’insolito, con un’avversione innata per il paradosso. A cena gli era toccato ascoltare, in silenzio quasi assoluto, uno strano ordito di improbabilità intessuto con l’abilità di uno abituato a ficcare il naso in trame e misteri, e fu con fatica che attraversò Shaftesbury Avenue e si tuffò nei recessi di Soho, perché il suo appartamento era nella modesta zona a nord di Oxford Street. Camminando congetturò sul probabile destino di Dyson, dipendente dalla letteratura, senza parenti premurosi a supportarlo, e non poté che concludere che tanta ingegnosità, unita a un’immaginazione fin troppo vivida, avrebbe avuto come ricompensa verosimile un paio di cartelloni o un titolo importante. Assorbito dal flusso di pensieri, e ammirato dalla perversa abilità che trasforma il viso di una donna malata e un caso di malattia cerebrale nei crudi elementi di una storia, Salisbury vagava per le strade poco illuminate, inconsapevole delle raffiche sferzanti che spingevano oltre gli angoli e sollevavano in turbini la spazzatura sparsa sul marciapiede, e delle nuvole nere che si andavano ammassando sulla luna giallo pallido. Non fu risvegliato dalle sue riflessioni neanche da due gocce di pioggia sul viso, e fu solo quando la tempesta si abbatté sulla strada con furia improvvisa che cominciò a valutare l’opportunità di trovare riparo. La pioggia, spinta dal vento, scrosciava con la violenza di un temporale, schizzando sulle pietre e sibilando in aria, e di lì a poco nei canali di scolo scorreva un vero e proprio torrente, gonfiandosi in pozzanghere sulle fogne intasate. I passanti sporadici, che più che camminare vagabondavano per strada, erano fuggiti a gambe levate come conigli spaventati in qualche rifugio invisibile, e benché Salisbury fischiasse forte e a lungo in cerca di una carrozza, non ne vide apparire neanche una. Si guardò intorno, come a capire quanto distasse il porto sicuro di Oxford Street, ma nel suo cammino distratto aveva deviato dal percorso e si era ritrovato in una zona sconosciuta, all’apparenza priva di qualsivoglia taverna dove comprare riparo alla modica cifra di due penny. I lampioni erano pochi e distanti, e dietro ai vetri fuligginosi bruciava la luce pallida del petrolio, al cui bagliore tremulo Salisbury distinse le grandi case scure e vecchie che formavano la strada. Nel passarci accanto, affrettandosi e schivando lo scrosciare abbondante della pioggia, notò il gran numero di campanelli, con nomi che parevano svanire per l’età, incisi sulle placche di ottone sottostanti, e su una o l’altra porta una tettoia annerita da cinquant’anni di sudiciume. La tempesta sembrava infuriare sempre più; lui era bagnato fradicio, il cappello nuovo rovinato, e Oxford Street lontana come non mai; fu quindi con profondo sollievo che avvistò un voltone che, se non dal vento, prometteva riparo almeno dalla pioggia. Si mise nell’angolo più asciutto e si guardò intorno: si trovava in una specie di passaggio progettato sotto parte di una casa, e dietro aveva un marciapiede stretto che tra mura spoglie portava a territori sconosciuti. Era lì da un po’, nel vano tentativo di sbarazzarsi in parte dell’umidità superflua, e con l’orecchio teso al suono delle ruote di una carrozza, quando la sua attenzione fu richiamata da un baccano, a mano a mano più forte e vicino, proveniente dal passaggio. In pochi minuti distinse la voce stridula e sgradevole di una donna, che minacciava e negava, facendo riecheggiare i suoi discorsi fin nella pietra, mentre di tanto in tanto un uomo borbottava e protestava. Sebbene all’apparenza lontano dalle passioni, Salisbury aveva gusto per le dispute di strada, e invero mostrava un certo trasporto nelle fasi più divertenti dell’ubriachezza; perciò si mise ad ascoltare e a osservare con l’aria di un abbonato all’opera. Con suo grande fastidio, però, la tempesta parve improvvisamente calmarsi, pertanto non riuscì a sentire altro che i passi impazienti della donna e il lento vacillare dell’uomo mentre venivano verso di lui. Nascosto all’ombra del muro, li vide avvicinarsi: l’uomo era palesemente ubriaco, e di frequente evitava con difficoltà collisioni col muro mentre ondeggiava da una parte all’altra, come un brigantino che bordeggia controvento. La donna guardava dritto davanti a sé, con lacrime che le colavano dagli occhi, ma all’improvviso, passando, le si ravvivò la fiamma, e proruppe in un torrente di ingiurie, scagliate contro il compagno.

«Mascalzone, carogna gretta e miserabile» continuò, dopo una tempesta incoerente di imprecazioni, «secondo te dovrei stare a lavorare per te e a farti da schiava, mentre te ne vai dietro a quella tizia di Green Street e ti bevi anche l’ultimo spicciolo? Ti sbagli, Sam, ora basta, non lo sopporto più. Maledetto te, sporco ladro, non ne voglio più sapere di te e del tuo padrone, ora alle tue commissioni ci pensi da te, e spero solo che ti mettano nei guai.» La donna si strappò il vestito all’altezza del petto e, prendendo qualcosa che sembrava un foglio di carta, lo appallottolò e lo scagliò via. Ai piedi di Salisbury. Poi corse fuori e scomparve nel buio, mentre l’uomo andò in strada con passo lento e malfermo, borbottando qualcosa tra sé con tono perplesso. Salisbury lo seguì con lo sguardo e lo vide vagabondare sul marciapiede, fermarsi di tanto in tanto indeciso e barcollante, e riavviarsi in una nuova direzione. Il cielo si era aperto e davanti alla luna passavano soffici nuvole bianche, alte nel cielo. Al loro passaggio la luce andava e veniva, e girandosi nel momento in cui i bianchi raggi luminosi illuminavano il voltone, Salisbury vide la pallina di carta spiegazzata buttata via dalla donna. Stranamente incuriosito di sapere cosa contenesse, la raccolse e se la mise in tasca, poi riprese il cammino.

III

Salisbury era un abitudinario. Quando fu arrivato a casa, fradicio fin nelle ossa, con i vestiti che gli penzolavano flosci addosso e una sgradevole acquerugiola a imbrattargli il cappello, il suo unico pensiero andò alla salute, di cui si prendeva premurosa cura. Quindi, dopo essersi cambiato d’abito ed essersi avvolto in una vestaglia calda, passò a preparare un sudorifero in forma di gin e acqua bollente, riscaldata su una di quelle lampade a spirito che mitigano l’austerità dell’esistenza dell’eremita moderno. Terminata questa preparazione e alleviate le sensazioni inquiete con una pipa di tabacco, Salisbury era ormai pronto a mettersi a letto in un felice stato di spensieratezza, senza il pensiero dell’avventura nel voltone scuro o delle strane fantasie con cui Dyson aveva insaporito la cena. La mattina seguente a colazione fu lo stesso, perché Salisbury si era risolto a non pensare a niente fino alla fine del pasto; ma tolti di mezzo tazza e piatto e accesa la pipa del mattino, si ricordò della pallina di carta e cominciò a frugare nelle tasche del cappotto bagnato. Non ricordava in quale l’avesse messa, e rovistando ora in una ora nell’altra, provò uno strano senso di apprensione per paura che non fosse più lì, per quanto neanche in punto di morte sarebbe stato in grado di spiegare l’importanza attribuita a ciò che con ogni probabilità era mera spazzatura. Eppure sospirò di sollievo quando in una tasca interna toccò con le dita la superficie spiegazzata, quindi tirò fuori la pallina con delicatezza e la posò sul tavolinetto vicino alla sedia a braccioli, con la stessa cura che se fosse stata una pietra rara. Si sedette a fumare per qualche minuto, con gli occhi fissi sul ritrovamento, una peculiare tentazione di lanciare l’oggetto nel fuoco e sbarazzarsene una volta per tutte che combatteva con ipotesi altrettanto peculiari sul possibile contenuto e sulle ragioni della donna infuriata di scagliare via il pezzo di carta con quell’impeto. Come era da aspettarsi, fu infine la seconda sensazione a prevalere, ma fu con una certa ripugnanza che Salisbury prese il foglio, lo aprì e se lo distese davanti. Era carta comune, sporca, in tutta apparenza strappata da un quaderno di poco valore, e al centro c’erano alcune righe scritte con tratto bizzarro e stentato. Salisbury inclinò il capo e lo fissò brevemente con impazienza, prendendo un lungo respiro, poi si abbandonò sulla sedia con sguardo perso, finché alla fine, con disgusto improvviso, scoppiò in un accesso di risa, tanto lungo, forte e fragoroso che il bambino della padrona al piano di sotto si svegliò dal sonno e fece eco alla sua gaiezza con grida terribili. Ma lui non smise di ridere, e riprese il foglio per leggere un’altra volta quelle che sembravano sciocchezze insensate.

«Q. è dovuto andare a trovare alcuni amici a Parigi» cominciava. «Traverse Handle S. “Una intorno all’erba, due intorno alla serva, e tre le volte intorno al biancospino”.»

Salisbury prese il foglio e lo appallottolò come aveva fatto la donna, e mirò al caminetto. Tuttavia, non lo lanciò, lo buttò invece con noncuranza nel vano dello scrittoio, e ricominciò a ridere. Era offeso dalla pura follia della cosa e si vergognava delle sue trepidanti speculazioni, come chi sul giornale studia gli annunci altisonanti della rubrica dei problemi personali per non trovarvi altro che pubblicità e frivolezze. Andò alla finestra e guardò la languida vita mattutina del quartiere: domestiche in vestiti a stampa trasandati che lavavano i gradini davanti alla porta, il pesciaiolo e il macellaio nel loro turno e i bottegai sulla soglia dei negozietti, abbacchiati perché affari ed emozioni scarseggiavano. All’orizzonte una foschia azzurra regalava un po’ di magnificenza al panorama, ma nel complesso la vista deprimeva, e sarebbe stata interessante solo per uno studente della vita di Londra, che trovasse rarità e squisitezza in ogni suo aspetto. Salisbury si girò disgustato e si mise a sedere sulla sedia a braccioli, foderata di verde brillante e ornata di passamaneria gialla, orgoglio e attrazione dell’appartamento. Lì si dedicò alla sua occupazione mattutina: l’attenta lettura di un romanzo che trattava sport e amore in una maniera che suggeriva la collaborazione tra uno stalliere e una scuola femminile. Generalmente sarebbe stato preso dall’interesse per la storia fino all’ora di pranzo, ma quel giorno smaniava sulla sedia, prendeva e rimetteva giù il libro e per l’irritazione imprecava tra e verso di sé. In realtà, il motivetto del foglio trovato nel voltone gli era «entrato in testa» e per quanto si adoperasse non riusciva a fare a meno di mormorarlo, «Una intorno all’erba, due intorno alla serva, e tre le volte intorno al biancospino». Divenne un tormento concreto, come il fardello ridicolo di una canzone da teatro di varietà, citata all’infinito e cantata a ogni ora del giorno e della notte, e per sei mesi di seguito gelosamente custodita dai ragazzi di strada come risorsa inesauribile. Uscì in strada e cercò di dimenticare il nemico tra gli spintoni della folla e il clamore e lo strepito del traffico, ma di lì a poco si ritrovò ad appartarsi in silenzio e a percorrere strade secondarie deserte, lambiccandosi invano il cervello e cercando di dare senso a costruzioni che senso non ne avevano. L’arrivo di giovedì, quando si ricordò di avere appuntamento con Dyson per andare a trovarlo, fu un vero sollievo: le inconsistenti fantasticherie del sedicente uomo di lettere apparivano divertenti in confronto a quella incessante ripetizione, quel labirinto di pensieri da cui non sembrava esistere possibilità di fuga. La residenza di Dyson era in una delle strade più tranquille tra tutte le strade tranquille che dallo Strand portano al fiume, e quando Salisbury passò dalla scalinata stretta alla stanza dell’amico, vide che lo zio era stato generoso eccome. Il pavimento risplendeva e sfavillava di tutti i colori dell’Oriente; era, come commentò Dyson tronfio, «un tramonto in un sogno», e la luce artificiale, il crepuscolo delle strade di Londra, era chiusa fuori da tende stranamente lavorate, che qui e là scintillavano con fili dorati. Sui ripiani di un armoire di quercia c’erano brocche e piatti di antica porcellana francese, e su splendida carta giapponese spiccava il bianco e nero di acqueforti introvabili all’Haymarket o in Bond Street. Salisbury si mise a sedere su una cassapanca vicina al focolare e inspirò i fumi di tabacco misto a incenso, meravigliato e instupidito di fronte a tutto quello splendore dopo il reps verde, le oleografie, lo specchio con la cornice dorata e il lampadario a gocce del suo appartamento.

«Sono contento che tu sia venuto» disse Dyson. «Una cameretta accogliente, non trovi? Ma non ti trovo bene, Salisbury. Per caso è successo qualcosa?»

«No, ma negli ultimi giorni ho avuto di che preoccuparmi. Il fatto è che ho avuto una… un’avventura particolare, la chiamerei, la sera in cui ci siamo visti, che mi ha turbato parecchio. E la parte irritante è che non ha il minimo senso, ma insomma, te ne parlerò, poco a poco. Volevi raccontarmi il resto di quella strana storia che cominciasti al ristorante.»

«Sì. Ma ho paura, Salisbury, sei incorreggibile. Sei schiavo di quella che chiami concretezza. Lo sai benissimo che in cuor tuo credi che la particolarità di quel caso sia mia invenzione, e che in realtà sia tutto semplice come nel rapporto di polizia. Comunque, come ho cominciato, proseguo. Ma prima prendiamo qualcosa da bere, e tu accendi pure la pipa.»

Dyson andò alla credenza e ne tirò fuori una bottiglia panciuta e due bicchierini con una decorazione pittoresca.

«È Bénédictine» disse. «Lo vuoi, vero?»

Salisbury accettò, e i due rimasero qualche minuto in raccoglimento a bere e fumare prima che Dyson cominciasse.

«Vediamo» disse infine, «eravamo all’inchiesta, vero? No, quella era finita. Ah, ecco. Ti raccontavo che in generale avevo avuto successo con le mie ricerche, indagini, o come vuoi chiamarle, sulla faccenda. Non era lì che mi ero interrotto?»

«Sì, era lì. Per essere precisi, l’ultima parola che hai detto a proposito credo sia stata “tuttavia”.»

«Esatto. Dall’altra sera ci ho pensato moltissimo e ho concluso che quel “tuttavia” è un “tuttavia” bello grosso. Per dirla senza mezzi termini, ho dovuto ammettere che la mia scoperta, o presunta tale, in realtà equivale a nulla. Sono più lontano che mai dal cuore del caso. Comunque, posso dirti lo stesso quello che so. Ti ricorderai che, come ho detto, mi hanno colpito molto alcune affermazioni di uno dei dottori testimoni dell’inchiesta. Bene, decisi che come primo passo dovevo cercare di ottenere da lui qualcosa di più chiaro e definito. In qualche modo riuscii a mettermi in contatto con quell’uomo, che mi diede appuntamento da lui. Si rivelò un tipo piacevole e affabile, abbastanza giovane e lontano dal tipico medico, e cominciò il colloquio offrendomi whisky e sigari. «Non valeva la pena tirarla per le lunghe, quindi cominciai col dirgli che mi aveva colpito la peculiarità di parte della sua testimonianza all’inchiesta di Harlesden, e gli diedi il rapporto con le frasi in questione sottolineate. Lui lo degnò appena di uno sguardo e mi lanciò un’occhiata bizzarra. «“La peculiarità, eh?” disse. “Be’, deve ricordarsi che era tutto il caso Harlesden a essere peculiare. «In effetti, credo di poter dire con tranquillità che in certi aspetti era unico, unico davvero.” «“Giusto,” risposi, “ed è proprio per questo che mi interessa e voglio saperne di più. E ho pensato che se qualcuno poteva darmi maggiori informazioni, quello era lei. Cosa ne pensa?”

«Era una domanda diretta, e il dottore parve un po’ sorpreso.

«“Be’,” disse, “poiché ho l’impressione che a spingerla a indagare su questa faccenda sia solo curiosità, penso di poterle dire la mia opinione abbastanza liberamente. Bene, Mr Dyson, se vuole conoscere la mia teoria, eccola qui: credo che il Dr Black abbia ucciso la moglie.”

«“Ma il verdetto” risposi, “il verdetto è stato emesso in base alla sua testimonianza.”

«“Sì, è stato emesso in accordo alla testimonianza mia e del mio collega, e, in quelle circostanze, quello della giuria è stato un comportamento ragionevole. In effetti non vedo cos’altro potessero fare. Ma resto della mia opinione, badi bene, e dico anche questo. Non mi meraviglia che Black abbia fatto quel che credo con fermezza abbia fatto. Penso che sia stato legittimo.”

«“Legittimo! Com’è possibile?” chiesi. Ero sbalordito, come immaginerai, da quella risposta. Il dottore cambiò posizione e mi fissò un momento prima di rispondere.

«“Lei non è un uomo di scienza, giusto? No; quindi scendere nei dettagli non servirebbe a niente. Io per primo mi sono sempre opposto fermamente a ogni relazione tra fisiologia e psicologia. Ne soffrirebbero entrambe. Con la massima decisione riconosco il baratro impraticabile, l’abisso sconfinato che separa il mondo della coscienza dalla sfera materiale. È noto che ogni cambiamento della coscienza è accompagnato da un riassestamento molecolare della materia grigia, ed ecco tutto. «Quale sia il legame tra i fenomeni, o perché si verifichino insieme, non si sa, e a detta di molte fonti non si saprà mai. Ma le dico che mentre svolgevo il mio lavoro, col bisturi in mano, mi convinsi, a dispetto di qualsiasi teoria, che davanti a me non c’era il cervello di una donna morta, né il cervello di un essere umano. Certo, vedevo il viso, ed era sereno, privo di qualsivoglia espressione. Doveva essere stato bello, senza dubbio, ma dico onestamente che in quel viso, quando dietro c’era la vita, non ci avrei guardato neanche per mille ghinee, no, né per il doppio.”

«“Mio caro signore,” dissi, “sono estremamente sorpreso. Dice che non era il cervello di un essere umano. Cos’era, dunque?”

«“Il cervello di un demonio.” Parlò con freddezza, senza muovere un muscolo. “Il cervello di un demonio,” ripeté, “e non ho dubbi che Black abbia trovato un modo di mettervi fine. Non lo biasimerei. Qualunque cosa fosse Mrs Black, non era fatta per stare a questo mondo. Ancora da bere? No? Buonanotte allora, buonanotte.”

«Un’opinione bizzarra per un uomo di scienza, no? Quando disse che nemmeno per mille o duemila ghinee avrebbe guardato quel viso in vita, pensai a quello che avevo visto io, ma non dissi niente. «Tornai a Harlesden e andai per negozi a fare qualche compera e a cercare di scoprire qualcosa sui Black che non fosse già di dominio pubblico, ma non c’era granché di nuovo. Uno dei commercianti che interpellai disse che la donna morta la conosceva bene: da lui comprava le provviste necessarie alla piccola famiglia, perché domestici non ne avevano, ma di tanto in tanto avevano una donna delle pulizie, che non aveva visto Mrs Black per mesi, prima della morte. «Secondo quest’uomo Mrs Black era una “signora gentile”, sempre premurosa e sollecita, e molto affezionata al marito, e lui a lei, come pensavano tutti. Però, opinione del dottore a parte, io sapevo cosa avevo visto. E poi, ripensandoci bene, e mettendo insieme gli elementi, mi parve che l’unica persona che potesse darmi assistenza fosse proprio Black, e mi risolsi di trovarlo. Com’è ovvio a Harlesden era introvabile; se ne era andato, mi dissero, subito dopo il funerale. In casa fu venduto tutto, e un bel giorno Black salì sul treno con una valigia e se ne andò, nessuno sa dove. Fu un caso se si ebbero ancora sue notizie, come fu un caso che l’abbia incontrato. Un giorno passeggiavo sulla Gray’s Inn Road, senza una meta particolare, e mi guardavo intorno come al solito, tenendomi il cappello, perché era una giornata ventosa di inizio marzo e il vento scuoteva e agitava le chiome degli alberi. Io venivo dal lato di Holborn ed ero quasi arrivato a Theobald’s Road quando vidi un uomo camminarmi davanti, appoggiato a un bastone, e all’apparenza molto debole. Nel suo aspetto mi incuriosì qualcosa, non so perché, e cominciai ad affrettare il passo con l’idea di superarlo, quando d’improvviso gli volò via il cappello, che rotolò sul marciapiede e si fermò ai miei piedi. «Ovviamente lo recuperai, e ci diedi un’occhiata mentre andavo dal proprietario. Da solo era già una biografia: all’interno il nome di un cappellaio di Piccadilly, ma penso che nemmeno un mendicante l’avrebbe raccolto dalla strada. Poi alzai gli occhi e vidi che ad aspettarmi c’era il Dr Black di Harlesden. Bizzarro, no? Ma, Salisbury, che cambiamento! Il Dr Black che a Harlesden avevo visto scendere gli scalini di casa era un uomo eretto, dalla camminata decisa e la corporatura robusta; un uomo, direi, nel fiore degli anni. Ma là, acquattata davanti a me, avevo una creatura disgraziata, curva e debole, con le guance scavate, i capelli incanutiti, le membra scosse e tremanti e la miseria negli occhi. Mi ringraziò di avergli portato il cappello, dicendo: “Non credo che l’avrei ripreso, non riesco a correre bene ora. Oggi tira vento, signore, eh?” e con questo fece per girarsi, ma io trovai il modo di attirarlo poco a poco nel flusso del discorso e insieme proseguimmo a est. Si sarebbe liberato di me volentieri, immagino, ma io non intendevo lasciarlo andare, e infine si fermò davanti a una casa miserevole in una via altrettanto miserevole. Era, e lo penso davvero, uno dei quartieri più disgraziati che abbia mai visto: case con ogni probabilità già squallide e ripugnanti da nuove, che con gli anni avevano acquistato in sozzura, e che ora parevano traballare, ripiegarsi e quasi crollare. “Abito lì,” disse Black, indicando le tegole, “non sul davanti, sul retro. È molto tranquillo. Adesso non le chiedo di salire, ma magari un’altra volta…” Presi al volo l’offerta e risposi che ero felicissimo di andare a trovarlo. Mi guardò perplesso, come chiedendosi perché diamine a me o ad altri potesse importare di lui, e lo lasciai ad armeggiare con la serratura. Ti sembrerà un buon lavoro il mio, perché dopo qualche settimana eravamo ottimi amici. Non dimenticherò mai la prima volta che salii nel suo alloggio: uno squallore tanto sudicio e misero spero di non rivederlo mai più. La carta oscena alle pareti, da cui motivi o tracce dei motivi erano spariti da tempo conquistati e penetrati dalla sozzura delle stradacce, penzolava a mo’ di vessilli cadenti. Si poteva stare in piedi solo a un’estremità, e la vista di quel letto disgraziato e l’odore di corruzione che impregnava il posto mi davano nausea e capogiri. Lo trovai che biascicava un pezzo di pane; pareva sorpreso di vedermi mantenere la promessa, ma mi offrì la sedia e si mise a sedere sul letto a parlare. Andai a trovarlo spesso e conversammo a lungo, ma non fece mai menzione di Harlesden né della moglie. Immagino che mi ritenesse all’oscuro della faccenda, o che pensasse che se pure ne avessi sentito parlare, mai avrei collegato il rispettabile Dr Black di Harlesden a un povero inquilino di una soffitta della periferia di Londra. Era un tipo strano e, mentre fumavamo insieme, mi chiesi spesso se fosse matto o sano, perché i sogni più sfrenati di Paracelso o dei Rosacroce parrebbero realtà semplici ed equilibrate accanto alle teorie avanzate con convinzione in quella tana lercia. Una volta mi azzardai a fargli un accenno del genere. Suggerii che una certa cosa che aveva detto era in contraddizione pura e semplice con tutta la scienza e l’esperienza. “No,” rispose, “non tutta l’esperienza, perché conta anche la mia. Non voglio dispensare teorie campate in aria; quel che dico l’ho provato io stesso, a un costo terribile. Esiste una regione della conoscenza che lei non conoscerà mai, che i saggi, guardando da lontano, rifuggono come la peste, per quanto possano, ma io in quella regione mi ci sono addentrato. Se conoscesse, o se solo sognasse le possibilità, e cos’hanno fatto in pochi in questo mondo tranquillo, la sua anima rabbrividirebbe e verrebbe meno. Quel che ha sentito da me non è che la buccia, l’involucro esterno della vera scienza, la scienza che significa morte, e che della morte è anche più orribile, per chi la ottiene. No, chi dice che al mondo ci sono stranezze, conosce ben poco la soggezione e il terrore che gli risiedono dentro e intorno.” C’era un certo fascino attorno a quell’uomo che mi attirava, e mi dispiacque dover lasciare Londra per un paio di mesi: mi mancarono le sue strampalerie. Qualche giorno dopo essere tornato pensai di andare a fargli visita, ma ai soliti due trilli di campanello che in genere lo richiamavano, non ci fu risposta. Suonai una seconda volta e una terza, e stavo per andarmene, quando la porta si aprì e una donna sudicia mi chiese cosa volevo. A giudicare dallo sguardo direi che mi avesse preso per un agente in borghese in cerca di un inquilino, ma quando chiesi se Mr Black fosse in casa, cambiò espressione. “Qui di Mr Black non ce ne sono” disse. “È andato. Morto sei settimane fa. L’ho sempre pensato che era un po’ tocco, o magari si è ficcato in qualche guaio. Usciva tutte le mattine dalle dieci all’una, e un lunedì l’abbiamo sentito che rientrava, e andava in camera sua e chiudeva la porta, e dopo un po’ di minuti, che noi eravamo già a tavola, c’è stato un urlaccio che pensavo di svenire. E poi abbiamo sentito dei passi pesanti, ed eccotelo che scende, tutto infuriato che fa imprecazioni spaventose, e giura che gli avevano rubato non so cosa che valeva milioni. E poi è caduto a terra nel corridoio e noi pensavamo che era morto. L’abbiamo portato in camera sua, e messo a letto, e io mi sono seduta lì e ho aspettato, invece mio marito è andato a chiamare il dottore. C’era la finestra aperta, e una scatolina di latta che aveva lui era aperta sul pavimento, vuota, ma ovviamente non è che qualcuno era potuto passare dalla finestra, e il discorso che lui aveva roba di valore non ha senso, perché capitava spesso che era indietro di settimane sull’affitto, e mio marito l’ha minacciato un mare di volte di buttarlo in mezzo alla strada, perché, come dice lui, anche noi abbiamo da sbarcare il lunario, ed è vero, per carità; ma per qualche motivo io non lo volevo fare, anche se era uno strano, e una volta stava meglio, penso. Poi è arrivato il dottore e l’ha visitato e ha detto che non poteva fare nulla, e quella notte lì è morto, che io ero accanto al letto; e glielo dico, tra una cosa e un’altra, con lui ci abbiamo rimesso, perché dai pochi vestiti che aveva non ci abbiamo ripreso quasi nulla quando li abbiamo venduti.” Diedi alla donna mezza sovrana per il disturbo, e tornai a casa pensando al Dr Black e all’epitaffio che gli aveva fatto lei, e riflettendo su quella strana fantasia che qualcuno lo avesse derubato. Immagino che a tal proposito non avesse molto da temere, poveretto; ma secondo me era pazzo davvero, ed è morto in un accesso improvviso della sua mania. A detta della proprietaria, in un paio di occasioni in cui era andata a trovarlo in camera (probabilmente per sollecitarlo a pagare l’affitto), quel povero disgraziato l’aveva lasciata un minuto alla porta e, quando era entrata, lei l’aveva trovato a riporre quella scatolina di latta nell’angolo vicino alla finestra; immagino che lo ossessionasse l’idea di un grande tesoro, e che in tutta quella miseria si immaginasse ricco. Explicit, fine del racconto; come vedi, anche se conoscevo Black, non so niente della moglie né della storia della sua morte. Questo è il caso Harlesden, Salisbury, e credo che mi interessi tanto proprio perché sembra non esserci ombra di possibilità che io o altri riusciremo a saperne di più. Che cosa ne pensi?»

«Be’, Dyson, devo ammettere che secondo me hai trovato la maniera di ammantare la faccenda in un mistero di tua fattura. Io scelgo la soluzione del medico: Black ha ucciso la moglie, in quanto, con ogni probabilità, pazzo da sempre.»

«Cosa? Quindi credi che quella donna fosse un orrore troppo terribile da lasciare al mondo? Ricordi che il dottore disse che era il cervello di un demone?»

«Certo, certo, ma naturalmente parlava per metafore. È una faccenda piuttosto semplice se la guardi in questo modo.»

«Ah, bene, magari hai ragione, ma io sono sicuro di no. Bene, bene, non ha più senso parlarne. Ancora un po’ di Bénédectine? Giusto, prova questo tabacco. Non hai detto che ti ha turbato una cosa… la sera che abbiamo cenato insieme?»

«Sì, mi ha turbato, Dyson, e anche parecchio. Io… ma è una questione tanto banale… invero, un’assurdità… che mi vergogno a parlartene.»

«Non importa, sentiamo, assurdità o no.»

Con forte esitazione, e segreto rancore per quella sconsideratezza, Salisbury raccontò la sua storia, e riportò con riluttanza le notizie assurde e i più assurdi versetti del foglio, aspettandosi da Dyson uno scroscio di risa.

«È brutto che mi faccia turbare da robetta del genere, no?» chiese, dopo aver balbettato il motivetto dell’erba, la serva e il biancospino.

Dyson ascoltò tutto solennemente, fino alla fine, e meditò qualche minuto in silenzio.

«Sì» disse infine, «è una coincidenza curiosa che ti sia riparato sotto il voltone proprio quando sono usciti quei due. Ma non credo che definirei la scritta sul foglio un’assurdità; è bizzarra, certo, ma presumo che per qualcuno abbia un significato. Ripetila, per favore, così la scrivo. Forse potremmo trovare una chiave, anche se dubito che sia il caso.»

Ancora una volta le labbra di Salisbury dovettero farfugliare l’odiosa sciocchezza, mentre Dyson l’annotava su carta.

«Puoi darci un’occhiata?» disse, quando ebbe finito; «Potrebbe essere importante che ogni parola sia al posto giusto. Tutto corretto?»

«Sì, è una copia accurata. Ma non credo che ci ricaverai molto. Fidati, è una sciocchezza, un trastullo scarabocchiato. Ora devo andare, Dyson. No, basta così; questa roba è bella forte. Buonanotte.»

«Se scopro qualcosa devo informarti, immagino.»

«No, ne ho già saputo abbastanza. Sarà una tua scoperta, se ci sarà.»

«Molto bene. Buonanotte.»

IV

Un buon numero di ore dopo che Salisbury era tornato alla compagnia delle sedie di reps verde, Dyson era ancora seduto alla scrivania, delizia giapponese anche quella, a fumare una pipa dietro l’altra e a meditare sulla storia dell’amico. Nella natura bizzarra dello scritto che aveva infastidito Salisbury, lui vedeva un richiamo e di tanto in tanto lo prendeva in mano e osservava attentamente le parole, soprattutto il curioso motivetto finale. Era un memento, un simbolo, decise, e non una scrittura cifrata, e la donna che l’aveva scagliato via era con ogni probabilità ignara del significato, non era che lo strumento di quel «Sam» maltrattato e abbandonato, e lui stesso era strumento di qualche sconosciuto, forse dell’individuo chiamato Q., costretto ad andare dai suoi amici francesi. Ma cosa farne di quel «Traverse Handle S.» Quello era radice e fonte dell’enigma; e neanche tutto il tabacco della Virginia pareva suggerire un indizio. Sembrava non ci fosse via d’uscita, ma Dyson si considerava il Wellington dei misteri, e andò a letto sicuro, prima o poi, di imboccare la strada giusta. Nei giorni seguenti lo impegnarono profondamente le sue imprese letterarie, imprese che rappresentavano un fitto mistero anche per gli amici cari, che invano alla stazione perlustravano le bancarelle di libri in cerca del risultato di tante ore passate alla scrivania giapponese in compagnia di tabacco forte e tè nero. In quell’occasione Dyson si rinchiuse in camera quattro giorni, e quando posò la penna e uscì in strada in cerca di riposo e aria fresca provò un sollievo genuino. Si accendevano i lampioni a gas, in strada si strillavano i titoli della quinta edizione del giornale serale, e lui, desideroso di un po’ di tranquillità, si lasciò alle spalle il clamore dello Strand e cominciò a piegare a nord-ovest. Presto si ritrovò in strade che riecheggiavano i suoi passi, e attraversando un grande passaggio nuovo e tendendo ancora a occidente, si accorse che si era addentrato nelle profondità di Soho. C’era di nuovo vita: rari vini d’annata, italiani e francesi, a prezzi che sembravano concorrenziali, allettavano i passanti; c’erano enormi formaggi grassi, e olio d’oliva, e ancora una filza di salsicce rabelaisiane, mentre in un negozio lì a fianco pareva fosse in vendita tutta la stampa di Parigi. In mezzo alla strada passeggiava uno strano miscuglio di persone, perché erano rare le carrozze e le vetture che ci si avventuravano, e dalle file di finestre la gente guardava fuori, contemplando soddisfatta la scena. Dyson procedette lentamente, unendosi alla folla sull’acciottolato, in ascolto di quell’insolita babele di francese, tedesco, italiano e inglese, e lanciando qualche occhiata alle vetrine con le batterie uniformi di bottiglie; aveva quasi raggiunto la fine della strada, quando la sua attenzione fu catturata da un negozietto all’angolo, in netto contrasto con quelli adiacenti. Era il negozio tipico di un rione povero, un negozio squisitamente inglese. Ci si vendevano tabacchi e dolciumi, pipe economiche di argilla e di ciliegio, quaderni da pochi soldi e portapenne addossati a stampe di canzonette in bella mostra, e giornalini con storielle dal taglio orribile, testimoni che le tinte forti reclamavano un posto accanto alla realtà del giornale della sera, le cui locandine svolazzavano alla porta. Dyson guardò l’insegna, e si fermò tremando vicino a quell’antro, perché una fitta acuta, la fitta di chi ha fatto una scoperta, gli aveva impedito un momento di muoversi. Il nome del negozio era Travers. Guardò ancora, stavolta l’angolo del muro, sopra il lampione, e a lettere bianche su campo blu lesse le parole HANDEL STREET, W. C., una didascalia ripetuta poco sotto a lettere più sbiadite. Sospirò di soddisfazione, e senza altri indugi entrò spavaldo nel negozio e guardò a viso aperto l’uomo grasso seduto dietro al bancone. Quello si alzò in piedi e restituì lo sguardo con una certa curiosità, poi attaccò con la frase stereotipa.

«Come posso aiutarla, signore?»

Dyson si godeva la situazione e la perplessità che andava dipingendosi sul viso dell’uomo. Appoggiò delicatamente il bastone al bancone, e chinandocisi sopra, disse con lentezza incisiva.

«Una intorno all’erba, due intorno alla serva, e tre le volte intorno al biancospino.»
Aveva previsto di sortire un certo effetto, e non fu deluso. Il bottegaio rimase senza fiato, a bocca aperta come un pesce, e si sostenne al bancone. Quando arrivò, dopo una breve pausa, la voce fu un borbottio fioco, tremulo e irregolare.

«Può ripetere, signore? Credo di non aver capito.»

«Buonuomo, può stare certo che non farò niente del genere. Ha sentito perfettamente cosa ho detto. Vedo che in negozio ha un orologio, un mirabile segnatempo, senza dubbio. Bene, le darò un minuto di quell’orologio.»

L’uomo si guardò intorno perplesso e indeciso, e Dyson capì che era il momento di osare.

«Senta, Travers, il tempo è quasi scaduto. Ha sentito parlare di Q., penso. Ricordi, la sua vita è nelle mie mani. Presto!»

Il risultato di quell’audacia fu sconvolgente. L’uomo si ritrasse e si contrasse dal terrore, sudore gli rigò il viso cinereo e le mani gli scattarono ritte davanti.

«Mr Davies, Mr Davies, non dica così, no, per l’amor del cielo. Non l’avevo riconosciuta, davvero. Buon Dio! Mr Davies, non mi vorrà rovinare. Lo prendo subito.»

«Sarà bene che smetta di perdere tempo.»

Sgattaiolò tristemente fuori e andò in una saletta sul retro. Dyson lo sentì armeggiare con dita tremanti un mazzo di chiavi, poi il cigolio di una scatola aperta. L’uomo tornò subito con in mano un pacchettino ben avvolto in carta marrone e, ancora pieno di terrore, lo porse a Dyson.

«Sono contento di sbarazzarmene» disse. «Non accetterò più lavori così.»

Dyson prese pacchetto e bastone e uscì dal negozio con un cenno del capo, girandosi mentre varcava la soglia. Travers era sprofondato sulla sedia, col viso ancora bianco di paura e una mano sugli occhi, e lui, allontanandosi svelto, ebbe un bel rimuginare sulla natura delle strane corde che aveva toccato con tanta violenza. Fece segno alla prima carrozza che vide e andò a casa, e accesa la lampada a sospensione e appoggiato il pacco sul tavolo, si fermò un momento a chiedersi su quale stranezza si sarebbe posata la luce di lì a poco. Chiuse la porta a chiave, tagliò il cordino e spiegò la carta strato dopo strato, e infine arrivò a una scatolina di legno, semplice ma di fattura resistente. Non c’era lucchetto, quindi doveva solo alzare il coperchio, e nel procedere fece un lungo respiro e indietreggiò. Sembrò che la lampada baluginasse flebilmente come una candela, ma tutta la stanza si riempì di luce, e non semplice luce, ma di mille colori, e dello splendore di una finestra dipinta; e sulle pareti e sul mobilio familiare il bagliore ridivampò e parve tornare alla fonte, la scatolina di legno. Perché dentro, su un letto di lana soffice, c’era la più magnifica fra le pietre, una che Dyson mai avrebbe sognato, e in essa brillava la luce di cieli lontani, e il verde del mare vicino alla costa, e il rosso del rubino, e cupi raggi viola, e al centro pareva divampare una fiamma, come una fontana di fuoco che si ergesse, ricadesse e si ergesse di nuovo, con scintille come gocce di stelle. Dyson esalò un sospiro lungo e profondo e si abbandonò sulla sedia, portandosi le mani agli occhi per pensare. Sembrava un opale, ma una lunga esperienza di vetrine insegnava che non esistevano opali di un quarto o di un ottavo di quella taglia. La guardò di nuovo, quasi colto da timore reverenziale, la mise con cautela sul tavolo alla luce e guardò la meravigliosa fiamma al centro, brillante e luccicante, poi guardò la scatola, curioso di scoprire se contenesse altri prodigi. Sollevò il letto di lana che ospitava l’opale e guardò sotto: pietre non ce n’erano, ma c’era un libricino, consunto e usurato. Lo aprì alla prima pagina e lo fece cadere, sgomento. Aveva letto il nome del proprietario, scritto con grafia ordinata e inchiostro blu:

DR STEVEN BLACK,
ORANMORE,
DEVON ROAD,
HARLESDEN.

Ci vollero alcuni minuti perché trovasse la forza di riaprire il libretto; si rammentò dell’esule disgraziato del sottotetto e del suo strano discorso, e fu pervaso dal ricordo del viso alla finestra e dei discorsi dello specialista, e con il dito appoggiato sulla copertina, rabbrividì, terrorizzato dagli scritti che poteva contenere. Quando alla fine lo prese in mano, e girò le pagine, vide che i primi due fogli erano vuoti, ma il terzo era pieno di una grafia limpida e minuta, quindi cominciò a leggere, con la luce dell’opale che gli fiammeggiava negli occhi.

V

«Fin da quando ero giovane» cominciava l’annotazione, «dedico tutto il tempo libero e una discreta quantità di tempo che dovrei dedicare ad altri studi all’indagine di branche della conoscenza curiose e oscure. Quelli comunemente chiamati piaceri della vita non mi hanno mai interessato davvero e ho vissuto da solo a Londra, rifuggendo i compagni di studi e a mia volta rifuggito da loro, perché schivo ed egoista. Finché gratificavo il desiderio di conoscenza singolare, conoscenza la cui possibilità stessa è per i più un segreto inaccessibile, ero intensamente felice, e spesso passavo intere nottate al buio della mia stanza, a pensare allo strano mondo il cui bordo calpestavo. «Tuttavia gli studi di professione e la necessità di ottenere una laurea relegarono per un certo periodo l’oscura occupazione sullo sfondo, e appena mi fui abilitato conobbi Agnes, che divenne mia moglie. Prendemmo casa in questo sobborgo remoto, io cominciai la regolare routine di una pratica onesta e per qualche mese fui abbastanza felice, poiché partecipavo alla vita attorno a me e pensavo solo a tratti alla scienza occulta che tanto aveva affascinato il mio essere. Conoscevo abbastanza delle vie che avevo cominciato a calcare per sapere che erano difficili e pericolose oltre il dicibile, che perseverare significava con ogni probabilità rovinare una vita, e che portavano a regioni tanto terribili che al solo pensiero la mente umana si ritrae sgomenta. Inoltre, la quiete e la pace che mi ero goduto dopo il matrimonio mi avevano allontanato da quei luoghi dove la pace è cosa impossibile. Ma d’improvviso, lo credo infatti lavoro di una sola notte trascorsa sveglio a letto a fissare il buio, d’improvviso, dicevo, il vecchio desiderio, la brama passata, tornarono, e tornarono con forza dieci volte più intensa per l’assenza; e quando spuntò l’alba e guardai fuori dalla finestra, e con occhi allampanati vidi il sorgere del sole a oriente, capii che la mia sorte era espressa; che poiché mi ero spinto tanto avanti, a grandi passi avrei dovuto spingermi oltre. Mi girai verso il letto, dove dormiva calma mia moglie, e tornai a distendermi, versando lacrime amare, perché il sole era calato sulla nostra vita felice ed era spuntata un’alba di terrore per entrambi. Non descrivo nel dettaglio cosa seguì, in superficie lavoravo come prima, e a mia moglie non dissi niente. Ma presto lei si accorse che ero cambiato: passavo il tempo libero in una stanza adibita a laboratorio e spesso mi trascinavo di sopra solo al grigio spuntare del giorno, quando la luce dei lampioni rischiarava ancora Londra, e ogni notte rubavo un passo in direzione dell’abisso da superare, il baratro tra il mondo della coscienza e il mondo del reale. Facevo molti esperimenti e di natura complicata, e mi ci volle qualche mese per capire in che direzione portavano, ma quando d’un tratto mi fu chiaro, sentii il viso sbiancare e il cuore cessare di battere. «Ma la forza di ritirarmi, la forza di fermarmi davanti alle porte che ora mi si aprivano davanti e di non entrare, era mancata da tempo; la via era chiusa, potevo solo proseguire. Era una posizione del tutto disperata, come del prigioniero nelle segrete, che abbia come unica luce quella della prigione sopra la sua: le porte erano chiuse e la fuga impossibile. Un esperimento dopo l’altro ottenevo lo stesso risultato, e sapevo, e riluttavo al solo pensiero, che in quel lavoro dovevano esistere elementi non reperibili nei laboratori, non misurabili da una bilancia. In quel lavoro, da cui anch’io dubitavo di uscire in vita, doveva entrare la vita stessa; da un essere umano si doveva estrarre l’essenza che alcuni chiamano anima, e al suo posto (ché nello schema del mondo non c’è sala vuota), al suo posto doveva entrare ciò che le labbra faticano a pronunciare e che la mente non concepisce senza orrore più atroce di quello della stessa morte. Quando lo capii, capii anche chi avrebbe colpito questo destino. Guardai negli occhi di mia moglie. Se ancora in quel momento avessi preso una corda e mi fossi impiccato, avrei avuto scampo, e lei anche, ma non c’era altro modo. Infine confessai. Lei rabbrividì, pianse e chiamò in aiuto la madre morta, mi chiese se fossi senza pietà, e io riuscii solo a sospirare. Non le nascosi niente: le dissi cosa sarebbe diventata e cosa sarebbe entrato al posto della vita, le raccontai tutta la vergogna e l’orrore. Voi che leggerete quando sarò morto – se davvero lascerò sopravvivere questa testimonianza – voi che avete aperto la scatola e avete visto cosa vi giace, se solo capiste cosa si nasconde in quell’opale! Una notte mia moglie acconsentì alla richiesta, acconsentì con lacrime che scorrevano lungo il suo bel viso e una rovente vergogna che arrossava collo e petto, acconsentì a sottoporsi a tanto per me. Io aprii la finestra e insieme guardammo l’ultima volta il cielo e la terra scura; era una bella notte stellata e soffiava una brezza piacevole, io la baciai sulle labbra e sentii le sue lacrime scorrermi sul viso. «Quella notte scese nel mio laboratorio, e là, con le imposte sprangate e inchiodate, le tende tirate, spesse e ben chiuse, così che vi fosse preclusa perfino la vista delle stelle, mentre il crogiolo sibilava e bolliva sul lume, feci quel che doveva essere fatto, e feci emergere quella che donna non era più. Ma sul tavolo l’opale fiammeggiava e scintillava di una luce su cui nessun occhio umano ha mai posato lo sguardo, e i raggi della fiamma al suo interno lampeggiavano, brillavano e rifulgevano fin nel mio cuore. Mia moglie aveva solo una richiesta: che quando infine arrivasse quel che le avevo raccontato, la uccidessi. Ho mantenuto la promessa.»

Non c’era altro. Dyson lasciò cadere il libricino e si girò a guardare l’opale che fiammeggiava della luce interiore, e dunque, con un orrore impronunciabile e incontrastabile che gli risaliva dal cuore, afferrò la pietra, la scagliò a terra e la distrusse con i piedi. Si girò sbiancato in viso e rimase un momento nauseato e tremante, poi con un balzo attraversò la stanza e si appoggiò alla porta. Ci fu un sibilo rabbioso, come di alta pressione che sfoga in vapore, e sotto i suoi occhi immobili una massa di denso fumo giallo si alzò dal centro della pietra e vi si avviluppò sopra in spire simili a un serpente. Poi dal fumo si levò una fiammella bianca, che divampò nell’aria e sparì; e a terra rimase come un pezzo di carbone, nero e friabile al tatto.

Traduzione di Elena Entradi

arthur-machenArthur Machen (Caerleon, 1863 – Beaconsfield, 1947) è stato uno dei maestri dell’horror e del soprannaturale. Il suo più grande successo, Il Grande Dio Pan, venne criticato per gli elementi sessuali e dell’occulto. Tuttavia, grazie allo scandalo – ma fu di aiuto anche il successivo apprezzamento di Lovecraft –, il libro riuscì a vendere piuttosto bene e permise a Machen di arrivare al grande pubblico e influenzare scrittori come Peter Straub e Stephen King.