«Il vampiro» di John William Polidori

Eva Allione

Accadde che nel bel mezzo degli svaghi di un inverno londinese, facesse la sua comparsa alle feste delle famiglie più in vista un nobile, che spiccava più per peculiarità che per ceto. Scrutava l’allegria che lo circondava come se fosse incapace di prendervi parte. Pareva che le risate gaie dei buoni lo colpissero solo nella misura in cui poteva spegnerle con uno sguardo, e instillare il timore nei cuori spensierati. Chi avvertiva questo terrore non sapeva spiegare da dove scaturisse: alcuni lo attribuivano agli occhi grigi e morti che, fissi sul volto dell’osservato, non sembravano penetrarlo, giungere con un unico sguardo ai meccanismi del cuore, bensì cadevano sulla guancia con un raggio plumbeo che gravava sulla pelle senza penetrarla. Proprio grazie a tali singolarità riceveva inviti su inviti; tutti volevano vederlo, e quelli avvezzi alle emozioni forti, e che ora subivano il peso del tedio, erano contenti di avere intorno qualcosa capace di catturare la loro attenzione. Nonostante il colorito smorto del viso che, pur splendido nella forma e nel profilo, non prendeva mai una punta di colore né per il rossore della modestia né per le tinte accese della passione, molte cacciatrici di notorietà tentarono di guadagnarsi le sue attenzioni, e ottenere perlomeno qualche traccia di quello che potremmo chiamare affetto: Lady Mercer, che da quando s’era sposata era oggetto di scherno da parte dei mostri che frequentano i salotti, si gettò ai suoi piedi e fece tutto il possibile, salvo vestirsi da saltimbanco, per attirare il suo sguardo, ma invano; quando l’aveva davanti, pur puntando gli occhi nei suoi, lui pareva non vederla; sconcertata fin nella disinvolta impudenza, la donna si ritirò. Ma sebbene non degnasse di un’occhiata la banale adultera, l’uomo non era indifferente al sesso femminile: eppure tale era il riserbo con cui parlava alla moglie virtuosa e alla figlia innocente, che in pochi sapevano che si rivolgeva alle donne. Aveva, tuttavia, fama di superbo oratore; e che fosse perché questo dono era tanto grande da sopraffare il terrore suscitato dal suo carattere, o che ad attrarle fosse l’apparente sprezzo per il vizio, spesso si ritrovava circondato tanto da quelle donne che con le proprie virtù domestiche costituiscono l’orgoglio del loro sesso, quanto da quelle che coi propri vizi lo insozzano.

Nello stesso periodo arrivò a Londra un giovane gentiluomo di nome Aubrey: orfano fin dalla più tenera età, era in possesso di grandi ricchezze e di un’unica sorella. Trascurato dai suoi tutori, che ritenevano che il loro dovere terminasse con l’amministrazione dei suoi beni, e scaricavano il ben più gravoso fardello della sua educazione alle cure di subalterni stipendiati, il giovane coltivava l’immaginazione più del giudizio e possedeva, dunque, quel sentimento cavalleresco di onore e candore che ogni giorno rovina non poche caterinette. Credeva che il mondo intero tendesse alla virtù, e che il vizio fosse portato dalla Provvidenza a puro scopo pittoresco, come accade nei libri: era convinto che la povertà di un villino di campagna consistesse esclusivamente negli abiti, ugualmente caldi ma più apprezzabili all’occhio del pittore grazie alle toppe colorate e alle pieghe irregolari. Pensava, insomma, che i sogni dei poeti fossero la realtà della vita. Era di bell’aspetto, franco e facoltoso: per questo, appena entrato nei circoli mondani, si ritrovò circondato da numerose madri che gareggiavano per descrivergli quelle che più o meno sinceramente dicevano essere le figlie preferite, dalla più svenevole alla più monella: le ragazze, al contempo, illuminandosi quando si avvicinava e rimirandolo rapite quando apriva bocca, presto lo illusero sui suoi talenti e sul suo merito. Avvezzo com’era alle letture delle sue ore in solitudine, il ragazzo si stupiva di scoprire che, a eccezione del tremolio delle candele di cera o di sego, causato non dai fantasmi ma dalla lunghezza limitata dello stoppino, non vi fosse traccia nella vita reale di quell’accozzaglia di immagini vaghe e dilettevoli presenti nei volumi su cui si era formato. Trovando, tuttavia, una forma di compensazione nella gratificazione della sua vanità, era pronto ad abbandonare i sogni, quando il suo percorso incrociò quello dell’essere straordinario prima descritto.

Lo guardava, insieme all’impossibilità di farsi un’idea del carattere di quell’uomo così assorto in se stesso che sembrava quasi ignorare il resto del mondo, non fosse che, evitandone il contatto, ne riconosceva tacitamente l’esistenza; permettendo all’immaginazione di dipingere qualunque cosa potesse alimentare la sua propensione alle idee bizzarre, presto lo trasformò nell’eroe di un romanzo, e anziché la persona che aveva davanti agli occhi, cominciò a vedere il frutto di quella fantasia. Imparò a conoscerlo, a rivolgergli attenzioni, e presto ne ricevette al punto da non passare mai inosservato al suo sguardo. Pian piano scoprì che Lord Ruthven era in difficoltà economiche, e dopo non molto apprese, dalle carte di viaggio in —— Street, che stava per partire. Smanioso di raccogliere informazioni su quell’insolito personaggio che, fino a quel momento, aveva solo solleticato la sua curiosità, accennò ai tutori che era giunta l’ora di partire per il viaggio che, per molte generazioni, aveva svolto l’indispensabile compito di avvicinare i giovani agli anziani, almeno in quanto a esperienza del vizio, garantendo loro un’aria un po’ meno sprovveduta quando si parlava di scandali o di intrighi, oggetto di chiacchiera o di lode a seconda dell’abilità dei coinvolti. Acconsentirono: e Aubrey, affrettandosi a riferire le sue intenzioni a Lord Ruthven, fu sorpreso di ricevere un invito a unirsi a lui. Lusingato da un tale segno di stima da parte di un uomo che in apparenza non aveva nulla da spartire con gli altri, accettò prontamente, e nel giro di pochi giorni i due lasciarono l’isola.

Fino a quel punto, Aubrey non aveva avuto occasione di studiare il comportamento di Lord Ruthven; solo allora si accorse che, pur avendo modo di osservarlo più accuratamente, i risultati di quell’osservazione portavano a conclusioni diverse da quelle previste. Il suo compagno di viaggio era assai prodigo: l’indolente, il furfante e il mendicante ricevevano dalla sua mano più che a sufficienza per soddisfare i propri desideri. Impossibile però non constatare che non erano i virtuosi, ridotti all’indigenza dalla malasorte cui non è immune la virtù, con cui Lord Ruthven si mostrava munifico; anzi, costoro venivano messi alla porta con risate di scherno; ma quando era uno scapestrato che veniva a domandare, non per soddisfare bisogni primari ma per continuare a crogiolarsi nelle proprie voglie, o sprofondare ancor più a fondo nell’iniquità, ecco che veniva coperto di offerte generose. Questo, si disse Aubrey, doveva dipendere dalla maggior molestia dei dissoluti, che in genere prevale sulla ritrosia del povero virtuoso. Una particolarità lo colpì in special modo: tutti coloro che ricevevano l’elemosina del nobile invariabilmente scoprivano che recava con sé una maledizione, perché finivano sulla forca o sprofondati in una miseria ancora più abietta. A Bruxelles e in altre città visitate, Aubrey rimase sorpreso dalla bramosia con cui il suo compagno andava in cerca del cuore pulsante del vizio: si gettava con passione sui tavoli di faraone: puntava, sempre con successo, tranne quando aveva per avversario un noto baro, nel qual caso perdeva anche più di quanto aveva guadagnato; ma sempre con la stessa impassibilità con cui era solito osservare il mondo che lo circondava; non era tuttavia così quando incontrava un novellino avventato, o uno sfortunato padre di famiglia; a quel punto il suo desiderio pareva la legge del fato, l’indifferenza svaniva e gli occhi brillavano di un fuoco più acceso di quello del gatto che si trastulla col topolino moribondo. Da ogni città partiva lasciandosi dietro stuoli di giovani un tempo benestanti, ora strappati ai loro circoli, a maledire, nella solitudine di una cella, il destino che li aveva condotti a quel demonio; e padri che sedevano angosciati fra le occhiate eloquenti di bambini ammutoliti dalla fame, dell’immensa ricchezza di un tempo neanche un centesimo con cui acquistare l’indispensabile a placare i bisogni impellenti. Eppure, il nobile non prendeva denaro dal tavolo da gioco; anzi in genere subito perdeva, contro il lestofante di turno, l’ultimo fiorino sottratto alla presa convulsa dell’innocente: questo era forse il risultato di una certa esperienza, insufficiente, tuttavia, a opporsi all’astuzia dei più navigati. Aubrey avrebbe voluto far presente queste cose al suo amico, e pregarlo di rinunciare a quella prodigalità e a quei sollazzi che finivano per rovinare molti, senza portare a lui alcun profitto; ma rimandava, perché ogni giorno sperava che l’uomo gli desse occasione di parlargli apertamente; eppure, questo non accadeva mai. Lord Ruthven, nella carrozza o nelle campagne più incontaminate e lussureggianti, era sempre lo stesso: l’occhio parlava meno del labbro; e pur trovandosi così vicino all’oggetto della sua curiosità, Aubrey ne traeva come unica soddisfazione l’eccitazione costante provocata dal desiderio di spezzare quel mistero, che alla sua fervida immaginazione cominciava ad assumere l’aspetto di qualcosa di sovrannaturale.

Presto arrivarono a Roma, e per un periodo Aubrey perse le tracce del suo compagno: lo lasciò alle frequentazioni quotidiane del salotto di una contessa italiana, e andò in esplorazione dei monumenti di un’altra cittadina quasi deserta. Mentre era così impegnato dall’Inghilterra gli giunsero delle lettere, che aprì con avida impazienza; la prima era della sorella, e non trasudava che affetto; le altre erano dei suoi tutori, e lo stupirono; se prima aveva concepito la possibilità che nel suo compagno risiedesse un qualche potere malvagio, quelle carte sembrarono dargli motivo di crederci davvero. I tutori insistevano perché lasciasse subito l’amico, definendone il carattere come di una malvagità rara, perché in possesso di capacità di seduzione tali da rendere ancora più pericolose per la società le sue abitudini licenziose. Si era infatti scoperto che il disprezzo mostrato dal nobile verso l’adultera non derivava dall’odio per il suo atteggiamento; ma che anzi, per propria gratificazione personale aveva voluto che la vittima, complice della sua colpa, venisse scagliata dalla vetta della più immacolata virtù nel più infido abisso di infamia e degrado: insomma, che tutte le donne che aveva frequentato, in apparenza perché virtuose, avevano, dopo la sua partenza, gettato la maschera e non si erano fatte scrupolo di rivelare la mostruosità dei loro vizi allo sguardo pubblico.

Aubrey si prefisse di allontanarsi da quell’uomo il cui carattere non aveva ancora mostrato un singolo aspetto positivo a cui appigliarsi. Decise di inventare qualche scusa plausibile per separarsene definitivamente, e nel frattempo si ripropose di osservarlo con più attenzione, per non lasciarsi sfuggire il minimo dettaglio. Cominciò a frequentare il suo stesso ambiente e presto si accorse che il nobile si stava adoperando per vincere la figlia inesperta della signora la cui casa visitava maggiormente. In Italia è raro che una donna non sposata frequenti i salotti; egli era dunque costretto a portare avanti il piano di nascosto; ma l’occhio di Aubrey lo seguiva spira dopo spira, e presto si accorse che aveva fissato un appuntamento segreto, che probabilmente si sarebbe concluso con la rovina di una ragazza innocente, per quanto sconsiderata. Senza perdere tempo, il giovane raggiunse l’alloggio di Lord Ruthven e senza preamboli gli domandò quali intenzioni avesse con la fanciulla, rivelandogli nel mentre di essere al corrente dell’incontro previsto per quella notte. Lord Ruthven rispose che le sue intenzioni erano quelle di chiunque si fosse trovato nella medesima circostanza; e quando gli venne chiesto se intendeva sposare la ragazza, si limitò a ridere. Aubrey se ne andò e, scrivendo subito un biglietto in cui spiegava che da quel momento non avrebbe più accompagnato il nobile per il resto del viaggio, ordinò al servo di cercare un’altra sistemazione e di andare a chiamare la madre della ragazza e l’informò di quello che sapeva: non solo in merito alla figlia, ma anche alle intenzioni di Lord Ruthven. L’incontro venne sventato. Il giorno successivo Lord Ruthven si limitò a mandare un servo per riferire il suo assenso a separarsi; ma non accennò al sospetto che i suoi piani fossero stati sventati dall’intervento di Aubrey.

Lasciata Roma, Aubrey si diresse in Grecia, e attraversata la penisola raggiunse Atene. Qui si stabilì a casa di un greco, e presto si dedicò a rintracciare i segni sbiaditi dell’antica gloria su monumenti che, a quanto pareva, vergognandosi di narrare solo agli schiavi le imprese di uomini liberi, giacevano nascosti nel terreno o fra i licheni colorati. Sotto il suo stesso tetto abitava una creatura tanto bella e delicata che avrebbe potuto fare da modella per un pittore che volesse immortalare su tela la speranza promessa ai credenti nel paradiso maomettano, fatta eccezione per gli occhi, troppo profondi per pensarla di proprietà di uomini senz’anima. Mentre ballava sulla pianura, o saltellava lungo i fianchi di una montagna, si sarebbe detto che la gazzella fosse una sua brutta copia; perché nessuno poteva scambiare i suoi occhi, che parevano gli occhi di qualcosa d’animato, con quelli paghi e compiaciuti dell’animale adatto giusto all’appetito dell’epicureo. Il passo leggero di Ianthe accompagnava spesso Aubrey nella ricerca di reperti antichi, e non di rado la ragazza, perdendosi per esempio nell’inseguimento di una farfalla tigre, inconsapevolmente mostrava l’intera bellezza della sua figura, volando come sospinta dal vento, allo sguardo avido di colui che, dimenticate le lettere appena decifrate su una tavoletta quasi cancellata del tempo, contemplava il suo profilo da silfide. Talvolta, mentre si muoveva, le trecce sciolte rivelavano ai raggi del sole colori tanto delicati e mutevoli da giustificare la distrazione dell’antiquario, che si lasciava scappare dalla mente lo stesso manufatto ritenuto fino all’attimo prima di vitale importanza per interpretare correttamente un passaggio in Pausania. Ma perché cercare di descrivere un incantesimo che tutti conoscono, ma nessuno può comprendere? Erano innocenza, giovinezza e bellezza intoccate dalla folla dei salotti e da balli soffocanti. Mentre disegnava i resti di questo o quel reperto per preservarne il ricordo futuro, lei gli si accostava e ammirava la magia della matita che abbozzava i paesaggi del suo paese natio; e allora gli raccontava dei balli in cerchio sull’ampia piana, gli dipingeva, con tutti i colori vivi dei ricordi infantili, il matrimonio sfarzoso a cui aveva assistito da bambina; e poi, tornando agli argomenti che evidentemente l’avevano colpita di più, gli raccontava tutte le storie del sovrannaturale della sua balia. L’assoluta convinzione della veridicità di quei racconti suscitava l’interesse persino di Aubrey; e spesso, quando lei gli narrava la storia del vampiro vivente, che aveva passato anni fra amici e persone care, ogni anno costretto a nutrirsi della vita di una fanciulla per prolungare la sua esistenza di qualche mese, il sangue gli si ghiacciava nelle vene, e cercava di distoglierla, con una risata, da quelle orrende fantasie; ma Ianthe gli faceva i nomi di vecchi che avevano avuto modo di incontrarne almeno uno di persona, dopo che molti dei loro figli e parenti prossimi erano stati marchiati dal segno dell’appetito del demonio; e quando lo vedeva così incredulo lo supplicava di crederle, perché era risaputo che coloro che ne mettevano in dubbio l’esistenza presto o tardi ricevevano una qualche prova che li costringeva, con indicibile strazio e dolore, ad ammetterla. Gli raccontava nei dettagli l’aspetto abituale di questi mostri, e il suo orrore cresceva di fronte a quella che era una descrizione piuttosto accurata di Lord Ruthven; e tuttavia, persisteva nel convincerla che si trattava di paure infondate, sebbene al tempo stesso meditasse su tutti le coincidenze che sembravano volerlo convincere dei poteri sovrannaturali di Lord Ruthven.

Gradualmente si affezionò a Ianthe; l’innocenza della ragazza, in contrasto con tutte le virtù fasulle delle donne fra cui aveva cercato riscontro ai suoi ideali, lo conquistò; e sebbene trovasse ridicola l’idea di un gentiluomo inglese che sposasse una ragazza greca priva di educazione, si scoprì sempre più legato all’essere quasi fatato che aveva davanti agli occhi. A volte vi si scostava e, con l’intenzione di ricercare una qualche antichità, si allontanava deciso a non tornare finché non avesse raggiunto il suo obiettivo; ma puntualmente trovava impossibile concentrarsi sulle rovine intorno a lui, quando nella mente conservava un’immagine che pareva l’unica legittima posseditrice dei suoi pensieri. Ianthe era ignara del suo amore, e restava la creatura onesta e infantile del loro primo incontro. Sembrava separarsi da lui con riluttanza; ma era perché non aveva nessun altro con cui visitare i suoi luoghi preferiti, se il suo tutore era intento a disegnare o scoprire qualche frammento che aveva superato intatto la mano feroce del tempo. Aveva interrogato i genitori sul tema dei vampiri, ed entrambi, alla presenza di molte altre persone, ne avevano confermato l’esistenza, pallidi di terrore al solo nome. Dopo non molto, Aubrey decise di partire per un’escursione che lo avrebbe impegnato per qualche ora; quando sentirono il nome del luogo, tutti lo supplicarono di non rientrare dopo il tramonto, perché la strada attraversava un bosco in cui nessun greco, per nessuna ragione, si sarebbe attardato oltre il calar del sole. Gli dissero che era il luogo dove si recavano i vampiri per le loro orge notturne, e dissero che i mali peggiori del mondo attendevano colui che avesse osato incrociare il loro cammino. Aubrey non prese sul serio quegli avvertimenti, e ridendo cercò di convincerli a fare altrettanto; ma quando li vide rabbrividire per l’impudenza da lui mostrata verso un potere infernale e superiore, il cui solo nome bastava a gelar loro il sangue nelle vene, anche lui tacque.

La mattina successiva partì senza scorta; lo sorprese la vista della mestizia sul viso dei suoi ospiti, e lo preoccupò scoprire che le sue parole, che si beffavano della credenza in quegli orrendi demoni, avevano instillato in loro tanta paura. Al momento di partire, Ianthe si accostò al suo cavallo e lo pregò solennemente di tornare prima che la notte permettesse a quelle creature di scatenare il loro potere; lui promise che così avrebbe fatto. Tuttavia si fece tanto assorbire dalla ricerca da non accorgersi che il tramonto era imminente e che all’orizzonte c’era uno di quei puntolini che, nei climi più miti, fanno in fretta ad ammassarsi e a scatenare la loro ira sul paese sventurato. Alla fine, però, montò a cavallo, deciso a riguadagnare in velocità il tempo perduto; ma era troppo tardi. Il crepuscolo, a quelle latitudini meridionali, è cosa quasi ignota; subito il sole tramonta e inizia la notte; e dopo non molto che era in viaggio, Aubrey si ritrovò a galoppare sotto la forza della tempesta; i tuoni rimbombavano quasi ininterrotti, la pioggia massiccia sfondava la volta di fronde, e il blu dei lampi biforcuti sembrava cadere e irradiarsi ai suoi piedi. All’improvviso il cavallo si spaventò e partì al galoppo verso il fitto della foresta. Quando la bestia si fermò, esausta, il giovane scoprì, grazie alla luce di un fulmine, di trovarsi nei pressi di una capanna che a stento si levava dalla massa di arbusti e foglie morte che la circondavano. Smontando si avvicinò, nella speranza di trovare qualcuno che gli indicasse la via, o almeno che gli offrisse riparo dalla pioggia battente. Davanti all’ingresso un istante di silenzio fra un tuono e l’altro gli permise di udire atroci grida di donna mescolate a una risata di scherno in un suono unico, quasi ininterrotto; sulle prime ne fu terrorizzato, ma poi, ridestatosi grazie a un tuono che gli riecheggiò sopra la testa, con un movimento improvviso spalancò la porta della capanna. Si ritrovò nell’oscurità totale: a guidarlo, però, c’erano i suoni. Sembrava passare inosservato; perché, nonostante lui chiamasse, le grida continuavano, e nessuno pareva accorgersi che era lì. Urtò qualcuno e subito l’afferrò con la mano, quando sentì una voce esclamare: «Di nuovo gabbato!» e a seguire una risata; e si sentì stringere da qualcuno la cui forza sembrava sovrumana; deciso a vendere cara la pelle, lottò, ma invano: fu sollevato da terra e scagliato con forza immensa: il nemico si gettò su di lui e, in ginocchio sul suo petto, gli mise le mani alla gola, quando venne disturbato dalla luce di numerose torce che penetrava dal buco che illuminava la casupola durante il giorno; si alzò all’istante e, lasciata la preda, si affrettò alla porta; e dopo un intenso fruscio di rami spezzati, segno che si allontanava nel bosco, non si udì più nulla. La tempesta si era placata; e Aubrey, incapace di muoversi, venne presto udito dagli uomini all’esterno. Entrarono: la luce delle torce rischiarò le pareti fangose, e dal tetto di paglia caddero spessi fiocchi di fuliggine. Su richiesta di Aubrey cercarono la donna che l’aveva attirato con le sue grida, e su di lui tornò l’oscurità; ma quale fu l’orrore quando, al ritorno delle torce, poté vedere il corpo etereo della sua dolce fanciulla trasformato in un cadavere senza vita. Chiuse gli occhi, sperando che la visione fosse frutto della sua immaginazione malata; ma quando li riaprì rivide, stesa al suo fianco, la stessa figura. Le guance erano esangui, e così le labbra; eppure sul viso regnava una calma che sembrava intrinseca quanto la vita che un tempo vi aveva dimorato; sul collo e sul petto c’era del sangue, e sulla gola i segni dei denti che avevano aperto la vena; gli uomini l’indicavano col dito, addolorati e orripilati insieme: «Un vampiro! Un vampiro!». Venne presto preparata una lettiga, e Aubrey fu fatto stendere accanto a colei che ultimamente era stata per lui oggetto di tante fantasie felici, ora caduta col fiore della vita che era morto dentro di lei. Impossibile dire dove vagassero i suoi pensieri; la sua mente era intorpidita e sembrava rifuggire la riflessione per consolarsi nel vuoto; quasi inconsciamente stringeva nella mano un pugnale nudo di particolare foggia, rinvenuto nella capanna. A breve si imbatterono nelle altre spedizioni coinvolte nella ricerca della ragazza, della cui scomparsa si era accorta la madre. Le loro grida lamentose, mentre si avvicinavano alla città, avvertirono i genitori della catastrofe. Impossibile descrivere il loro dolore; ma quando determinarono la causa della morte della loro figlioletta, guardarono Aubrey e indicarono il cadavere. Erano inconsolabili; entrambi morirono di crepacuore.

Allettato, Aubrey fu colto da una febbre alquanto violenta, e spesso era delirante; in quei momenti invocava Lord Ruthven e Ianthe; per chissà quale combinazione sembrava supplicare il suo precedente compagno di viaggio di risparmiare la vita della creatura che amava. Altre volte lo malediceva e lo accusava di averla uccisa. Lord Ruthven, a quel punto, si era avventurato ad Atene e, quale che fosse il suo motivo, saputo dello stato in cui si trovava Aubrey si stabilì sotto il suo stesso tetto, e cominciò a badare a lui. Quando il ragazzo si riprese dal delirio, fu orripilato e spaventato alla vista di colui che ora associava all’immagine del vampiro; ma Lord Ruthven, con parole gentili che quasi implicavano pentimento per l’errore che li aveva portati a dividersi, e ancor di più con l’attenzione, la premura e la preoccupazione che gli dimostrava, presto lo fece riconciliare con la propria presenza. Il nobile sembrava cambiato: non era più l’essere apatico che aveva tanto stupito Aubrey; ma non appena il ragazzo cominciò a riprendersi, pian piano regredì al precedente stato, e il giovane non avrebbe saputo distinguerlo da quello che era un tempo, tranne per il fatto che di tanto in tanto lo scopriva a fissarlo intensamente, con un sorriso di perfida esultanza sulle labbra: non sapeva il perché, ma quel sorriso lo tormentava. Durante l’ultima fase della convalescenza, Lord Ruthven pareva sempre impegnato a guardare le onde sollevate dalla brezza, o ad annotare i movimenti di quelle sfere che, come il nostro mondo, girano intorno al sole immoto; sembrava voler evitare qualunque sguardo.

La mente di Aubrey, dopo questo trauma, era parecchio indebolita, e l’elasticità di spirito che un tempo l’aveva contraddistinto sembrava svanita per sempre. Ora il giovane cercava la solitudine e il silenzio quanto Lord Ruthven; ma per quanto bramasse la pace, la sua mente non riusciva a trovarla nella città di Atene; se la cercava fra le rovine precedentemente frequentate, scopriva al suo fianco la figura di Ianthe; se la cercava nei boschi, sentiva la medesima vagare lieve nel sottobosco, in cerca di un’umile violetta; e poi, quando all’improvviso si voltava, la ragazza mostrava, alla sua fervida immaginazione, il viso pallido e la gola ferita, e un sorriso mite sulle labbra. Aubrey decise dunque di evitare i luoghi che nella sua mente generavano associazioni tanto crudeli. Propose a Lord Ruthven, a cui si sentiva legato dalla premura dimostratagli durante la malattia, di visitare le parti della Grecia in cui nessuno dei due era stato. Viaggiarono in lungo e in largo, cercando ogni luogo in cui potessero rinvenire qualcosa d’interessante; ma pur affrettandosi da un posto all’altro, non sembravano prestare attenzione a quello che avevano davanti. Correvano voci di briganti, ma pian piano cominciarono a ignorare queste storie, credendole inventate da coloro che avevano tutto l’interesse a suscitare la generosità di chi dovevano difendere da presunti pericoli. Fu così che, ignorando il consiglio degli abitanti, a un certo punto partirono con uno sparuto manipolo di guardie, che dovevano servire più come guida che come difesa. Quando però arrivarono a una gola, in fondo alla quale c’era l’alveo di un torrente, con ammassi di rocce cadute dai precipizi vicini, ebbero modo di pentirsi dell’incuranza; perché appena entrati nella strettoia vennero sorpresi dal sibilo dei proiettili, e dagli scoppi di diversi fucili. In un attimo le guardie si allontanarono e, disponendosi dietro le rocce, cominciarono a sparare nella direzione dei botti. Lord Ruthven e Aubrey, imitandole, si nascosero un istante dietro una curva della gola: ma vergognandosi di farsi ostacolare in quel modo dal nemico, che con insulti ordinava di avanzare, e sapendo che se uno dei banditi li avesse aggirati dall’alto e sorpresi alle spalle sarebbero certamente stati massacrati, decisero di andare loro incontro e stanarli. Erano appena usciti dal riparo della roccia quando Lord Ruthven venne colpito alla spalla e cadde a terra. Aubrey si affrettò ad aiutarlo e, dimenticato lo scontro e il pericolo che correva, rimase sorpreso nel vedere dopo non molto le facce dei malviventi a circondarlo, avendo le guardie alzate le mani e gettato le armi non appena Lord Ruthven era stato ferito.

Promettendo loro ingenti ricompense, Aubrey li convinse a portare l’amico ferito in un capanno non lontano; e avendo stabilito un riscatto, non fu più disturbato dalla loro presenza; i briganti si accontentarono di sorvegliare l’ingresso finché non fosse tornato il loro compare con la somma promessa, per cui aveva disposizione scritta. Le forze di Lord Ruthven scemavano rapidamente: dopo due giorni sopraggiunse la cancrena, e la morte sembrò accelerare il passo. Nell’aspetto e nell’atteggiamento l’uomo non era cambiato: pareva ignaro del dolore come lo era stato delle cose che lo circondavano; ma sul finire dell’ultima sera cominciò a sembrare inquieto, lo sguardo sovente fisso su Aubrey, che gli offriva il suo aiuto con ancora più devozione. «Aiutatemi! Voi potete salvarmi… potete fare anche di più… non parlo della mia vita, perché della fine della mia esistenza m’importa quanto di quella di un giorno qualunque; ma voi potete salvare il mio onore, l’onore del vostro amico.» «Come? Come, ditemi? Farei qualunque cosa» rispose Aubrey. «Mi basta poco… la mia vita defluisce rapidamente… non posso spiegarvi tutto… ma se solo poteste celare quello che sapete di me, il mio onore passerebbe intonso il giudizio del mondo… e se per qualche tempo in Inghilterra non si sapesse della mia morte… io… io… che la mia vita.» «Non lo saprà nessuno.» «Giuratelo!» gridò il moribondo, sollevandosi d’impeto. «Giuratelo su tutto quello che è caro alla vostra anima, su tutto quello che la vostra natura teme, giurate che, per un anno e un giorno a partire da ora non farete parola ad animo vivo né dei miei crimini né della mia morte, qualunque cosa accada, qualunque cosa vediate.» Gli occhi sembravano scoppiargli dalle orbite. «Lo giuro!» disse Aubrey; Lord Ruthven affondò ridendo sul cuscino, e cessò di respirare.

Aubrey andò a riposare, ma non chiuse occhio; alla mente gli tornavano gli episodi della sua relazione con quell’uomo, e non ne capiva il motivo; quando ricordò il giuramento fu scosso da un brivido, quasi avesse presentimento di qualcosa di tremendo. La mattina, alzatosi di buon’ora, stava per entrare nel capanno dove aveva lasciato il cadavere quando un bandito gli andò incontro, e gli disse che non era più lì, essendo stato trasportato da lui e dai suoi compari, mentre Aubrey dormiva, in cima a un monte vicino, per tener fede a una promessa fatta al nobile, che il suo corpo venisse esposto al primo raggio freddo di luna dopo la sua morte. Aubrey, sorpreso, prese alcuni uomini e partì, deciso a seppellire il cadavere. Ma quando raggiunse la vetta non trovò traccia né del corpo né degli abiti, sebbene i briganti giurassero che era quella la roccia su cui avevano l’avevano deposto. Per un po’ si lasciò andare a mille congetture, ma alla fine fece ritorno, convinto che lo avessero seppellito i banditi per impossessarsi degli abiti.

Stanco di un paese in cui era andato incontro a tante disgrazie, e in cui tutto sembrava cospirare per accrescere l’angosciante superstizione che lo possedeva, decise di partire e nel giro di pochi giorni arrivò a Smirne. In attesa della nave che lo portasse a Otranto, o a Napoli, si tenne impegnato riordinando gli effetti personali di Lord Ruthven. Fra questi c’era una scatola che conteneva svariate armi, più o meno atte a garantire la morte della vittima, fra cui diversi pugnali e yatagan. Mentre se li rigirava fra le mani, e ne esaminava le forme curiose, quale sorpresa nello scoprire un fodero che sembrava decorato nello stesso stile del pugnale rinvenuto nella capanna fatale… Aubrey rabbrividì e, affrettandosi a cercare ulteriori prove, trovò l’arma, e si può solo immaginare quale orrore provò nello scoprire che, nonostante la forma insolita, si adattava perfettamente al fodero che teneva in mano. Gli occhi parvero non richiedere altre certezze, stavano fissi sul pugnale; eppure non voleva ancora crederci; ma quella forma particolare, i colori variegati sull’impugnatura e sul fodero erano identici in splendore, e non lasciavano spazio al dubbio: su entrambi inoltre vi erano gocce di sangue.

Partì da Smirne, e passando per Roma sulla via di casa, per prima cosa s’informò sulla sorte della fanciulla che aveva cercato di salvare dalle arti seduttive di Lord Ruthven. I genitori erano addolorati, il patrimonio dissolto, e di lei, dalla partenza del nobile, non si avevano notizie. Aubrey perse quasi il senno di fronte a tanti, ripetuti orrori: temeva che anche quella fanciulla fosse caduta vittima dell’assassino di Ianthe. Si fece cupo e silenzioso; la sua unica occupazione consisteva nell’affrettare i postiglioni, come dovesse correre a salvare la vita di una persona cara. Arrivò a Calais e una brezza, che pareva obbedire al suo volere, lo spinse fino alle spiagge inglesi; qui si precipitò alla villa dei suoi padri, dove, per un istante, sembrò accantonare, fra gli abbracci e le carezze della sorella, il ricordo del passato. Lei, che un tempo si era conquistata il suo affetto con le sue carezze infantili, ora che cominciava a farsi donna gli era ancora più cara come compagna.

Miss Aubrey non aveva la grazia accattivante che in pubblico è capace di attirare lodi e attenzioni. Non c’era traccia di quel lucore splendente che esiste solo nell’atmosfera soffocante di un salotto affollato. Gli occhi celesti non brillavano mai della leggerezza della mente retrostante. Aveva un fascino melanconico che sembrava scaturire non dall’infelicità, ma da un qualche sentimento più profondo che pareva indicare un’anima consapevole dell’esistenza di un regno superiore. Non aveva il passo leggero che vaga da una farfalla a un colore vivace; era composto e pensoso. Quando era sola, il suo volto non era mai illuminato da un sorriso di gioia; ma quando il fratello le dimostrava affetto e, grazie alla sua presenza, dimenticava i tormenti che gli impedivano di dormire, chi avrebbe mai scambiato quel sorriso per quello della voluttuosa? Era come se quegli occhi, quel viso, si rischiarassero alla luce della propria sfera originaria. Aveva appena diciott’anni e non era stata ancora introdotta nei circoli mondani, avendo i tutori deciso che la presentazione andasse ritardata finché il fratello non fosse rientrato dal continente, così che potesse farle da protettore. Ora venne dunque deciso che alla prossima occasione, certo non lontana, sarebbe giunto il momento di farle fare l’ingresso in società. Aubrey avrebbe preferito restare nella villa dei suoi padri, a coltivare la malinconia che lo sopraffaceva. Non riusciva a interessarsi alle frivolezze degli sconosciuti, quando la sua mente era tanto sconvolta dagli eventi a cui aveva assistito; ma decise di sacrificare il proprio benessere per proteggere la sorella. Si recarono in città e si prepararono al giorno successivo, quando si sarebbe tenuto un ricevimento.

La folla era immensa: da molto non si svolgevano eventi di quel tipo, e gli impazienti di crogiolarsi nel sorriso della nobiltà erano accorsi in massa. Aubrey accompagnò la sorella. Mentre se ne stava in un angolo, tutto solo e incurante dei presenti, a ricordare che in quel luogo aveva veduto Lord Ruthven per la prima volta, si sentì afferrare per il braccio, e una voce che conosceva fin troppo bene gli risuonò nell’orecchio: «Ricordate il giuramento». Voltandosi appena, per il timore di trovarsi faccia a faccia con uno spettro che l’avrebbe ucciso, scorse poco lontano la stessa figura che aveva già attratto la sua attenzione una volta, in quello stesso luogo, al suo ingresso in società. L’osservò finché le membra parvero rifiutarsi di reggerlo, e fu costretto a prendere il braccio di un amico e, facendosi strada tra la folla, si gettò nella carrozza e si fece portare a casa. Qui, percorrendo a grandi passi la sua stanza, si portò le mani alla testa, come timoroso che i pensieri gli scoppiassero dal cervello. Lord Ruthven di nuovo lì… l’ordine sinistro degli eventi… il pugnale, il giuramento… Si riscosse, non poteva crederci: il morto era tornato! Si disse che doveva essere il frutto della sua immaginazione e di pensieri troppo ossessivi. Era impossibile che fosse vero; decise dunque di fare ritorno nei circoli mondani; perché, per quanto cercasse di fare domande su Lord Ruthven, il nome gli restava sulle labbra, e non riusciva a raccogliere informazioni. Qualche sera dopo si recò con la sorella alla festa di una parente. Lasciando la sorella alla protezione di una matrona, si ritirò in una nicchia, e lì si perse nei suoi devastanti pensieri. Accorgendosi, infine, che molti se ne stavano andando, si alzò e, entrato in una stanza attigua, trovò la sorella circondata da altri invitati, tutti intenti a conversare; cercò di farsi strada per raggiungerla, quando uno, a cui aveva chiesto permesso, si girò e gli rivelò i lineamenti che più aborriva. Fece un salto in avanti, afferrò la sorella per il braccio e, a passo rapido, la trascinò verso la strada: alla porta si trovò ostacolato dalla folla di servitori che aspettavano i rispettivi padroni; e mentre era impegnato a superarli, di nuovo sentì quella voce sussurrargli: «Ricordate il giuramento!». Non osò voltarsi ma, intimando alla sorella di affrettarsi, fece presto ritorno a casa.

Da quel momento divenne quasi pazzo. Se già in precedenza la sua mente era assorbita da un unico oggetto, tanto più ne era avvinta ora che sui suoi pensieri gravava la certezza che il mostro vivesse ancora. Le attenzioni della sorella gli scivolavano addosso, e invano lei cercava di convincerlo a spiegarle cosa avesse provocato quel brusco cambiamento. Lui si limitava ad abbozzare qualche parola, terrorizzandola. Più ci pensava, più era sconcertato. Il giuramento lo atterriva: doveva dunque permettere al mostro di aggirarsi a piede libero, seminando morte e rovina fra i suoi cari, senza poterglielo impedire? Avrebbe potuto prendere di mira sua sorella. Ma se anche avesse rotto il giuramento e rivelato i suoi sospetti, chi gli avrebbe creduto? Pensò di agire e liberare di sua mano il mondo da quella disgrazia; ma la morte, ricordò a se stesso, era già stata derisa una volta. Per giorni rimase in quello stato; segregato in camera, non vedeva nessuno, e mangiava soltanto quando veniva la sorella che, con occhi pieni di lacrime, lo supplicava, per il bene di lei, di non lasciarsi andare. Infine, incapace di tollerare oltre l’immobilità e la solitudine, uscì di casa e cominciò a vagare di strada in strada, ansioso di fuggire all’immagine che lo tormentava. Si fece trascurato nell’abbigliamento; vagabondava esponendosi al sole di mezzogiorno quanto all’umidità della mezzanotte. Era ormai irriconoscibile; in principio rientrava la sera, ma poi prese l’abitudine di stendersi e riposare quand’era stanco, ovunque si trovasse. La sorella, preoccupata per lui, assunse qualcuno che lo seguisse; ma nessuno riusciva a stare al passo con Aubrey, che scappava dall’inseguitore più veloce di tutti: i suoi pensieri. A un certo punto, tuttavia, il suo comportamento cambiò di colpo. Colto dall’idea che con quell’assenza stava permettendo a un demonio di aggirarsi indisturbato fra i suoi amici ignari, decise di rientrare in società e tenere d’occhio Lord Ruthven, pronto a mettere in guardia, nonostante il giuramento, coloro che ne fossero stati avvicinati. Ma tanto sparuto e sospettoso era il suo volto, tanto evidenti i fremiti interiori, che ogni volta che entrava in una stanza la sorella era costretta a pregarlo di allontanarsi, per il bene di lei, da quel mondo che sembrava avere su di lui un effetto così nefasto. Quando, tuttavia, quelle proteste si rivelarono inutili, i tutori pensarono bene di intervenire e, temendo che il giovane stesse perdendo il lume, trovarono opportuno tornare a esercitare il compito che era stato loro imposto dai genitori.

Volendo salvarlo dai patimenti e dalle sofferenze a cui ogni giorno andava incontro per le strade, e volendogli impedire di mostrare pubblicamente i segni di quella che consideravano pazzia, assunsero un medico che risiedesse nella villa e si prendesse costantemente cura di lui. Aubrey parve non accorgersene, tanto assorta era la sua mente in quell’unico, atroce oggetto. I suoi deliri si fecero infine così grandi che fu confinato nella sua camera. Qui spesso rimaneva per giorni, incapace di alzarsi. Si era fatto emaciato, gli occhi avevano assunto una lucidità vitrea; l’unico segno dell’affetto e del raziocinio rimasti si manifestava quando veniva a trovarlo la sorella; talvolta allora il giovane si destava e, prendendole le mani, con sguardi che l’addoloravano la supplicava di non toccarlo. «Oh, non toccarlo… se il tuo affetto per me vale qualcosa, non avvicinarti a lui!» Quando, tuttavia, lei gli domandava a chi si riferisse, lui rispondeva solo: «È vero! È vero!» e di nuovo sprofondava in uno stato da cui nemmeno lei riusciva a destarlo. Questa situazione si protrasse per molti mesi; gradualmente, tuttavia, allo scadere dell’anno, i deliri si fecero meno frequenti, e il giovane sembrò liberarsi almeno in parte della sua tetraggine; più volte al giorno i suoi tutori lo scoprivano a contare con le dita fino a un certo numero, e poi sorridere.

Il tempo era quasi decorso quando, l’ultimo giorno dell’anno, uno dei tutori entrò nella camera e cominciò a conversare col medico di quanto fosse deplorabile la condizione di Aubrey, ora che la sorella si accingeva, l’indomani, a prendere marito. Subito Aubrey balzò su, e volle sapere con chi. Lieti di quel segno di lucidità, che temevano perduta per sempre, gli fecero il nome del Conte di Marsden. Pensando che si trattasse di un giovane conte che conosceva, Aubrey sembrò compiaciuto, e li stupì ancora di più manifestando la volontà di essere presente alle nozze, e il desiderio di vedere la sorella. Loro non risposero, ma nel giro di pochi minuti la sorella lo raggiunse. A quanto pareva, Aubrey era di nuovo sensibile a quello splendido sorriso: perché se la strinse al petto e le baciò la guancia, rigata dalle lacrime versate al pensiero che il fratello fosse tornato a reagire al suo affetto. Lui cominciò a parlarle col solito calore, congratulandosi per il matrimonio con una persona tanto distinta per rango e successi, quando all’improvviso vide che portava al collo un medaglione; aprendolo, quale fu la sua sorpresa nel vedere il volto del mostro che da tanto tempo influenzava la sua vita. Afferrò il ritratto in un parossismo di rabbia, e lo calpestò coi piedi. Quando lei gli chiese perché distruggeva a quel modo l’immagine del suo futuro marito, lui la guardò come se non comprendesse; poi le strinse le mani, e scrutandola con un’espressione di frenesia a stento controllata, le chiese di giurare che mai avrebbe sposato quel mostro, perché… ma lì dovette interrompersi: sembrava che ancora una volta quella voce gli imponesse di ricordare il giuramento; Aubrey si voltò di colpo, aspettandosi di vedere Lord Ruthven, ma non c’era nessuno. Nel frattempo il medico e i tutori, che avevano sentito tutto e pensato a un ritorno della malattia, intervennero e lo separarono da Miss Aubrey, invitandola ad allontanarsi dal fratello. Il giovane cadde in ginocchio e li implorò, li scongiurò di ritardare di un giorno il matrimonio. Loro, attribuendo la richiesta alla follia che pensavano essersi impossessata di lui, cercarono di tranquillizzarlo, dopodiché si ritirarono.

Lord Ruthven era passato a trovarlo la mattina dopo il ricevimento, ma non era riuscito a parlare con nessuno. Quando seppe della malattia di Aubrey, capì subito di esserne la causa; ma quando scoprì che il giovane era ritenuto pazzo, gli fu difficile nascondere il piacere e la gioia di fronte a chi gli aveva riferito l’informazione. Si affrettò a casa del suo precedente compagno di viaggio e, cominciando a frequentarla assiduamente, e fingendo un profondo interesse e affetto per il fratello, pian piano conquistò i favori di Miss Aubrey. Chi poteva resistere al suo potere? La sua lingua narrava pericoli e tranelli; sapeva parlare di sé come di un individuo che non aveva simpatie per nessuno su tutta la terra, eccetto per colei a cui si rivolgeva; le raccontava che, da quando la conosceva, la vita gli pareva degna di essere vissuta, fosse anche solo per ascoltare la sua dolce voce; insomma, che fosse per l’abilità nell’arte del serpente o perché lo volesse il fato, si conquistò il suo affetto. Quando poi ricadde su di lui il titolo che spettava al primogenito, ottenne un importante incarico che gli valse come scusa per affrettare il matrimonio (nonostante lo stato di squilibrio del fratello di lei), che si sarebbe svolto il giorno prima della partenza per il continente.

Aubrey, quando i tutori e il medico furono usciti, cercò di corrompere i servi, ma invano. Chiese una penna e della carta; gli furono date; scrisse una lettera alla sorella, implorandola, se aveva a cuore la propria felicità, il proprio onore e l’onore di quelli ormai nella tomba che un tempo l’avevano stretta fra le braccia e su di lei avevano investito le speranze loro e del casato, di ritardare di qualche ora il matrimonio, che egli denunciava come atto sciagurato. I servi promisero di consegnarla, ma la diedero al medico; e questi pensò di non turbare ulteriormente Miss Aubrey con quelli che considerava i farneticamenti di un pazzo. La notte passò senza riposo per gli indaffarati inquilini della villa; e Aubrey rimase ad ascoltare, con un orrore che si fa prima a immaginare che a descrivere, i suoni dei preparativi. Arrivò il mattino e al rumore delle carrozze il giovane cadde preda del panico. La curiosità ebbe infine la meglio sul proposito di vigilare, e pian piano i servi se ne andarono, lasciandolo sotto la custodia di una vecchia indifesa. Lui colse l’occasione, uscì dalla camera con un balzo e in un attimo si ritrovò nella sala dove era quasi tutto pronto. Lord Ruthven fu il primo ad accorgersi di lui: subito si avvicinò e, afferrandolo per un braccio, lo trascinò fuori, muto di rabbia. Giunti sulla scala, gli mormorò all’orecchio: «Ricordate il giuramento, e sappiate che se non sarà mia sposa, vostra sorella verrà disonorata. Le donne sono fragili!». Così dicendo lo spinse verso i servi che, avvertiti dalla vecchia, erano venuti a cercarlo. Aubrey non poté più reggersi in piedi; non trovando sfogo, la rabbia gli aveva fatto esplodere un vaso sanguigno, e dovettero portarlo a letto. Nessuno ne fece parola a sua sorella, che non era presente quando lui aveva fatto irruzione: il medico preferì non agitarla. Il matrimonio venne dunque celebrato, e la sposa e lo sposo lasciarono Londra.

Aubrey si fece più debole; la perdita di sangue lasciava presagire una morte imminente. Chiese che fossero chiamati i tutori della sorella e, quando scoccò la mezzanotte, riferì pacatamente quello che il lettore ha visionato in queste pagine, morendo subito dopo.

I tutori corsero a proteggere Miss Aubrey, ma quando arrivarono era ormai troppo tardi. Lord Ruthven era scomparso e la sorella di Aubrey aveva saziato la sete di un vampiro!

Traduzione di Eva Allione

John-PolidoriJohn William Polidori (Londra, 1795 – Londra, 1821) dopo essersi laureato in medicina entrò al servizio di Byron come suo medico personale. Durante uno dei viaggi del poeta, bloccati da una tempesta in una villa in Svizzera insieme ad altri amici, Byron suggerì di scrivere ciascuno una storia di fantasmi per trascorrere il tempo. Quella notte nacquero le idee per Frankenstein, scritto da Shelley, e per Il vampiro di Polidori, considerato il primo racconto moderno sulla creatura. Il racconto venne pubblicato sul New Monthly Magazine erroneamente a nome di Byron, a cui Polidori si era ispirato per la figura del vampiro.