«Ubriachi» di Giovanni Del Giudice

Giovanni Del Giudice

Il fabbricante versò in un bicchiere della vodka,
del vino, del cognac, vi sparse del sale e del pepe,
rimescolò tutto ciò e lo porse al parassita.
Costui bevve e fece un raschio alla brava.

Anton Čechov, Ubriachi

«Questa vodka è nammerda…» grugnisce il Fede, con una smorfia disegnata sul viso che pare gli si stiano contorcendo le trippe, e lascia cadere il bicchierino sul tavolo facendolo rotolare e poi cadere a terra. Ma non si rompe.

«Dici che anche in questa fogna di locale travasano la vodka Smirnoff nelle bocce di Moskovskaya?» Jamo mostra una calma insospettabile, data l’ora e lo stato alcolico in cui lui e l’amico di bevute versano. La mezzanotte è passata da un pezzo e la loro serata è cominciata diverse ore prima, che ancora era giorno, a casa di Jamo, con un paio di botte d’assaggio: nuovo pusher, nuove aspettative, nuove prospettive. Poi hanno bevuto all’aperitivo, hanno bevuto a cena (nel senso che invece di cenare hanno bevuto, anche se il Fede, come sempre a scrocco, aveva più volte suggerito di fare un kebab) e quindi è partito il solito tour dei localini di San Frediano e Santo Spirito.

«Daicristononsipuò…» continua impastando il Fede, mentre si sforza di ritrovare una posizione stabile su uno strano sgabello finto modernariato, sicuro dono di un cassonetto, con la seduta di velluto porpora visibilmente graffiata da unghie feline in chissà quale delle sue vite precedenti. «… con tutti i vaini che gli abbiamo lasciato a ‘sti grandissimi pezzi di merda… sì, pe-zzi-di-me-rda…» e niente via, non la trova la posizione, e le dentali si fanno sempre più strascicate.

«I soldi intanto li ho cacciati tutti io fava» interviene Jamo, voce calma, tono grave. Poi volta appena un poco la testa e con un cenno quasi impercettibile fa capire al ragazzetto che sta dietro al bancone che è immediatamente desiderato.

Via via, vieni via con me… Un quartetto suona con uno swing incerto e moscio grandi classici italiani. Di fronte a loro una piccola folla si dimena tra danze scoordinate e cori improbabili. Ogni maschio sulla pista è come se indossasse una t-shirt con su scritto stasera devo a-s-s-o-l-u-t-a-m-e-n-t-e scopare! Solito locale, solite aspettative, solite prospettive. Jamo manco li ascolta quegli sfigati che suonano. S’è fatto portare un tavolo alto e stretto di ferro saldato in una stanzina che è diventata il suo privè, di fianco al bancone del bar, e ora se ne sta seduto di fronte a uno specchio le cui vistose incrinature sono state coperte ad arte con del nastro isolante nero, tanto che l’effetto pare quello di una foresta di arbusti alieni stilizzati uno di fianco all’altro. Neanche male l’idea, pensa, mentre il suo compagno continua la sua drammatica lotta contro lo sgabello e l’incontrastabile forza di gravità, e mentre cerca di articolare alla meglio una serie di parole che però sono tanto sconnesse e biascicate che non riescono proprio a comporre un enunciato neanche lontanamente comprensibile. Quindi si guarda allo specchio, Jamo. Gli occhi se li vede come due biglie nere grosse e lucenti gettate in fondo a un buco scuro, tanto profondo, e non gli fa una bella impressione questa cosa. Anzi, lo fa proprio incazzare, questa cosa…

«Mi hai chiamato Jamo?» fa il giovane barman come si avvicina ai due. In tutta risposta Jamo si volta e butta di scatto (e pure con una certa violenza) il bicchierino addosso al malcapitato colpendolo a una spalla. Il ragazzetto incassa il colpo e, senza azzardarsi a dire nulla, comincia a valutare i possibili scenari (cosa che nonostante la giovane età è già addestrato a fare con le dovute distinzioni): tutti negativi, purtroppo.

«Cosa cazzo ci hai dato da bere infame?» adesso sia la voce che l’espressione di Jamo palesano una rabbia prossima all’esplosione, «che cosa ci hai dato da bere? Eh? La vodka del discount ci hai dato?», non contento Jamo agguanta una ciotola con qualche resto di nocciolina e gli tira dietro pure quella, ma stavolta il ragazzo ha la prontezza di scansarsi, e per fortuna, perché questo lancio era diretto giusto in fronte.

«Questacosanonèbellaperò…» interviene il Fede, che si è arreso a scendere dallo sgabello e adesso poggia tutto il braccio e mezza spalla sul tavolino, ma anche in questo modo dà l’impressione di potersi schiantare pesantemente al suolo da un momento all’altro, «noi ti s’è dato un monte di vaaaaa… ini ti s’è dato vero?».

Jamo, chissà poi perché, non gradisce l’intervento del compagno: «stai zitto cazzo! Non devi fiatare hai capito? Sei sbronzo che pari una merda…», per un attimo vorrebbe cazzottarlo, sicuro. Serra i pugni e tende tutti i muscoli del collo mentre si morde a sangue le labbra. Poi si volta di scatto verso il giovane barman (che già teme le mani addosso, del resto glielo avevano detto che prima o poi…) ma invece di sfogare la sua ira sul malcapitato d’un tratto rilassa i muscoli e apre entrambe le mani tendendole in avanti, quasi a voler trovare un accordo (accordo?).

«Senti pischello… come si chiama questo gruppo? Mi devi dire come si chiama questo gruppo di merda che sta suonando…» dice con voce calma, parole scandite, «… che sta suonando questa MUSICA DI MMERDAAAA»: qua invece gli esce un grido che se non fosse chiara la situazione si direbbe di dolore, o disperazione. Quindi chiude di nuovo i pugni, ma stavolta li serra un po’ meno forte, e chiude pure gli occhi, ispirando profondamente, trattenendo dubbiosamente, espirando sonoramente. Il Fede capisce in un attimo che la situazione si potrebbe fare esplosiva, e preferisce ringaggiare la sua triste battaglia con la seduta ribelle, che almeno questa cosa lo impegnerà per un po’ e forse gli restituirà l’agognata lucidità. Quando Jamo riapre gli occhi e di nuovo si rilassa, una manciata di secondi dopo, il ragazzo è ancora lì di fronte, impietrito, e non s’azzarda a proferir parola ovviamente. Il tono si fa adesso paternalistico:

«No senti scusa dai… questi musicisti fanno veramente cacare, io te lo devo dire… scusami eh….» confusione, fuori e dentro, «ascoltami invece: quanto gli date stasera a questi ragazzi? Eh? Quanto gli date a ‘sti grandissimi bastardi?» su bastardi la voce un po’ si strozza mentre s’alza di tono e volume, di rabbia che ribolle.

«… duecento euro…» mormora il ragazzetto, e gli esce fuori di punto in bianco un certo accento del sud (pugliese?).

«Duecento euro…» si prende la testa fra le mani, Jamo, e si accascia un poco sulla superficie liscia e ferrosa del tavolo, «duecento euro per questi pezzenti…»

Il Fede intanto biascica sottovoce frammenti di parole, che poi probabilmente sono frammenti di pensieri, ma il tutto si confonde nel suono della stanza, che a sua volta impasta musica, voci e puzzo d’alcol versato a terra e pesticciato. Ma poi Jamo riacquista di nuovo una rasserenata lucidità, quasi ilare, stavolta:

«No senti fai una cosa: te a fine serata gli dai cinquecento euro a questi capito? Gli dai cinque pezzi a questi qui è chiaro? Te li do io, cinque pezzi da 100 euro ok? Glieli dai e gli dici che sono la mancia di un cliente moooolto importante. Glieli dai, questi cinque pezzi, capisci? Glieli dai e dici così: siete grandi ragazzi! G-R-A-N-D-I.»

Il Fede approva, appollaiato come può sul suo trespolo, «cinquecento euro sì, ci sta tutta… e ci porti altri due shottini ma stavolta di roba buona però eh…» anche la favella pare rinvigorita, tutto impastato ma senza dubbio presentabile e piuttosto credibile come discorso.

«Vai caro, vai» chiosa Jamo, regalando un sorriso stirato al ragazzo, che si limita a annuire (mentre valuta amaramente le possibilità che la sua striminzita laurea triennale potrebbe ancora offrirgli) e in un attimo si squaglia. Jamo si riappoggia sul piano del tavolo, col viso nascosto tra le braccia incrociate, e per un po’ tace noncurante dei borbottii più o meno sconnessi dell’amico.

Il locale si è riempito, niente male per un giovedì sera. La stanzina che i due compagni hanno eletto a rifugio privato resta invece vuota, come se l’avessero riservata tutta per sé, o se avessero creato il vuoto attorno alla loro presenza minacciosa, e solo un’amalgama di suoni e voci ci entra prepotente, non curante, tra il salmodiare sbronzo del Fede, finalmente solido sullo sgabello.

«C’è qualcosa che mi fa star male Fede, qualcosa di spaventoso…»

«Che c’è Jamo?»

Si tira su, Jamo, e si scontra con la sua immagine riflessa nello specchio, tra le piante aliene. Sta peggio di prima, questo non può che ammetterlo. Sente che è il momento di fare un colpo, ma poi preferisce sfruttare quella sofferenza, quella piccola e rabbiosa voglia (o astinenza), per cantare il suo dolore nascosto.

«Odio quella stronza di mia moglie… la odio di brutto!»

«…»

«Non riesco più a guardarla in faccia, minchia… mi dà il voltastomaco!»

«…»

«Ti giuro che uno di questi giorni dò di matto e la strozzo quella cazzo di gallina!»

Il Fede vorrebbe continuare a tacere, anzi preferirebbe scomparire piuttosto che stare lì a fronteggiare un problema di quelli con la P maiuscola, che lui in realtà questo tipo a stento lo conosce, è solo un bullo di quartiere che ha fatto un sacco di soldi e che ha sempre la bamba buona e offre da bere. Ma ora che si fa? Squagliarsi non si può, oramai la sbronza ha preso l’odiosa deriva delle confessioni personali.

«Ma dai, è solo da pochi mesi che vi siete sposati no?» prova a tranquillizzare l’amico, o se stesso, «di solito ci vuole un po’ di pazienza… vi siete conosciuti da poco anche, vero?»

«Non hai capito! Io quella la devo ammazzare, perché mi sta rovinando la vita capisci? E io la vita non me la faccio rovinare da nessuno!» finalmente Jamo ritrova la sua rabbia faticosamente coltivata attraverso una ruvida infanzia e una giovinezza, diciamo, molto intensa.

«Ma è successo qualcosa scusa? Così… di punto in bianco…» azzarda il Fede, straordinariamente lucido.

In quel mentre entra nella stanzetta un giovane senegalese carico di oggetti di tutti i tipi: cartine, lucine a led, accendini, incensi, e con una decina di cappelli sulla testa, tutti impilati uno dentro l’altro. Piuttosto buffo. Il ragazzo non dice nulla, si blocca a guardare quella coppia di uomini visibilmente sbronzi, non sa esattamente cosa fare né riesce a leggere adeguatamente la situazione. Ma vai a sapere che magari è questa le gente che ti tira fuori una dieci euro, allora accenna ad avvicinarsi, ma poi si frena come vede il braccio di Jamo irrigidirsi verso di lui in un chiaro segnale di divieto:

«Fermati negretto.»

Il ragazzo si ferma, ovvio. Il Fede non si sente più in grado di interagire, quindi tace.

«Stai fermo lì carboncino. Adesso non ti devi muovere di un passo capito? – manco lo guarda, Jamo. Fissa invece, di nuovo, la sua immagine allo specchio. Nuove prospettive. «Adesso stai lì buono e fermo con tutti i tuoi cappelli in testa perché io sto per dirti tutto, hai capito? Tutto…»

«…»

«…»

Quando mette piede fuori dal locale la serata s’è fatta fresca, ma tutto sommato si sta bene, e il chiasso della strada mette una certa allegria. Un gruppo di ragazzetti si sta giocando l’ultima chance di chiudere in bellezza la serata offrendo una cannetta di pessima qualità a due giovani americane che probabilmente troveranno quel fumo buonissimo. Rumoreggiano frasi in un inglese raffazzonato, che è semplicemente la traduzione letterale di pensieri egualmente raffazzonati, quindi il tutto funziona a meraviglia. Questo vino è tanto bene… continuano a cinguettare quelle. Suleiman si intristisce. Ha grossomodo la stessa età di quei ragazzini, ma dal nero profondo d’ebano del suo viso emerge una maturità insospettabile, e forse proprio questo lo intristisce così tanto. In effetti potrebbe piangere, scaraventare tutti i suoi cappelli di paglia a terra e dargli fuoco con uno dei suoi accendini colorati. Sono così tanti i pensieri che gli affollano la mente. Quasi tutti tristi. Una volta un ragazzo italiano gli aveva detto che negli anni ’80, quando iniziavano a bazzicare per le strade i primi immigrati africani, tutti venivano indistintamente chiamati marocchini. Sì, adesso se la berrebbe una birra. Ma la canna no, quella non la fumerebbe. Una volta che ci ha provato ha pianto per una notte intera pensando a suo figlio, in Senegal. Di figli in realtà ne ha tre, e uno ancora non l’ha conosciuto. Quella volta però pensò tutta la notte al suo primo figlio, e pianse come se il dolore del mondo intero gli fosse calato come una mazza sulla groppa, sorda e cattiva. Le canne fanno male in quanto i pensieri fanno male, aveva capito. Si ricompone trovando un equilibrio che il Fede se lo sogna pure quando è sobrio, e avvicinandosi al gruppo festaiolo recita il copione: gombra gualghe gosa amigo…

Le 5.12, e il cielo è ancora nero, con qualche sudicia nuvola grigia che s’addensa e si dirada trasportata dal vento, che inizia a sferzare con una certa insistenza. Jamo e il Fede camminano un po’ a strasciconi per una viuzza tanto antica quanto silenziosa, e si potrebbe quasi dire che sono in un altro tempo. Camminano in silenzio, ovvio. Tutte le serate come quella si concludono con un’assenza pressoché totale di cose da dire, tanti e tanto violenti e storti sono i pensieri, accelerati dalle endorfine. Arrivati sotto casa di Jamo il Fede, che è tornato a essere il bravo ragazzo irrealizzato di sempre, triste ma consapevole di tutte le occasioni gettate al vento, esordisce con sicurezza ma anche con una profonda dolcezza tipica di una persona fondamentalmente buona:
«Amico mio fatti un bel sonno adesso… vedrai che domani tutto ti sembrerà più tranquillo.»
Jamo sfila di tasca la chiave, la infila (a fatica, un classico) nella toppa, poi esita un attimo e si scopre a fissare il portone come poco prima aveva fissato, inorridito, lo specchio. Poi si volta, quieto:

«Si, certo…»

I due si abbracciano per diversi secondi, rispettando lo stereotipo dell’ubriachezza che rende tutti amici, almeno quando il calo è a buon punto. Si salutano senza dirsi altro, ma poi, mentre il portone sta per richiudersi alle spalle di Jamo, e il Fede ha già fatto tre passi verso la salvezza…

«Aspetta Fede» fa Jamo con voce roca e bassissima.

«…»

Rimette un piede in strada e si sporge col busto fuori dal portone. Gli scappa un sorriso illeggibile per chiunque. Poi bisbiglia:

«Non sa fare i pompini…»