«Le visionarie»: il linguaggio dei mondi possibili

Federica Sabelli

Le traduzioni sono mondi di corrispondenze e simmetrie e al contempo di elasticità e interpretazioni che forniscono nuove chiavi di lettura. Tra l’edizione originale di Sisters of the Revolution e l’edizione italiana, Le visionarie (Nero, 2018), contiamo più corrispondenze che divergenze, a cominciare dalla doppia curatela per entrambe le edizioni (Ann e Jeff VanderMeer; Claudia Durastanti e Veronica Raimo), passando per la pluralità di voci delle traduttrici che si sommano alla pluralità di voci delle scrittrici, fino ad arrivare all’interesse comune di curatrici e traduttrici per la speculative fiction. Ulteriore punto di incontro è rappresentato da un discorso ricorrente sul linguaggio. Dai ventinove racconti che compongono Le visionarie si intuisce – in realtà lo intuiamo già dalla prefazione e volendo ancora prima, dal titolo – il ruolo centrale ricoperto dalla lingua.

Cominciamo proprio dal titolo scelto dalle due curatrici. Se visionario, al maschile, ha quasi esclusivamente un’accezione positiva, utilizzato al femminile entriamo nell’universo della paranoia, del misticismo, dell’allucinazione. Pensiamo a Cassandra, profetessa visionaria a cui nessuno crede quando prega i troiani di non portare dentro le mura il cavallo di legno abbandonato dai greci.

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Questo lavoro sul titolo non è soltanto una riconferma dell’essenzialità del linguaggio, ma permette di entrare da subito nel clima dei racconti dell’antologia, spingendo a chiedersi quale sia il significato di visionaria e dove nasca il divario rispetto al suo rispettivo maschile. È forse una donna con doti di preveggenza che non viene ascoltata?

Nell’antologia Ann e Jeff VanderMeer hanno accostato scrittrici classiche a scrittrici contemporanee, nomi noti a nomi meno noti in Italia – Nnedi Okorafor e Ursula K. Le Guin, Angela Carter, Joanna Russ, James Tiptree Jr. e ancora Angélica Gorodischer e Leonora Carrington, Leena Krohn e Vandana Singh – scrittrici che costruiscono mondi dalle tinte horror e scrittrici che tratteggiano scenari onirici, paesaggi grotteschi, futuristici o fantasy, ogni volta declinati a partire da una riflessione femminista. Ventinove Cassandre di un genere considerato quasi sempre prerogativa maschile come lo sword and sorcery o la fantascienza. Ma anche qui c’è una precisazione da fare che ci riporta nel terreno del linguaggio. Le curatrici, come spiegano nella postfazione, hanno scelto di non tradurre speculative fiction: «Uno dei problemi iniziali nel tradurre l’antologia è stato proprio rendere in italiano l’espressione “speculative fiction”: abbiamo optato per mantenere la dicitura inglese perché qualsiasi rimando a “letteratura di genere” avrebbe depotenziato il carattere teorico e politico insito nella definizione».

Un lavoro simile è stato fatto per il termine femicide nel racconto La soluzione della mosca di James Tiptree Jr., tradotto con «femmicidio» e non con il più diffuso e attuale «femminicidio» in modo da conservare l’aspetto di novità della parola: il racconto è stato pubblicato per la prima volta nel 1977, quando la parola era ancora poco diffusa. Anche in questo caso ci si può soffermare sul linguaggio e sul modo in cui modifica la realtà.

Non a caso l’antologia si apre con il racconto di Timmel Duchamp, Le parole proibite di Margaret A., in cui una donna è imprigionata a causa dei suoi discorsi sovversivi: «È mia convinzione che le parole di Margaret A. siano state proibite per via del loro potere di mostrarci il mondo com’è davvero, senza paraocchi». Eppure, per la giornalista che la intervista, nonostante sia costretta a porre soltanto domande vaghe che scalfiscono appena la superficie, basta solo un accenno, un riflesso di quelle parole e di ciò che rappresentano, per ritrovarsi «in un mondo in cui mi è parso di non aver mai vissuto prima, un mondo che […] ho la missione di descrivere ed esplorare».

Si può riflettere poi su un altro tipo di linguaggio, più specifico, a cui sono ascritti termini come «maternità», «stupro», «corpo», «violenza», «potere» e tutte quelle parole che, come «femmicidio», attingono allo stesso vocabolario ideologico, culturale e sociale. Ognuno di questi racconti è il racconto di queste parole, è il «contributo a una conversazione in costante divenire» (dalla prefazione di Ann e Jeff VanderMeer). Perché il linguaggio è mutevole, in evoluzione. Così una parola come femicide, strana da pronunciare, che sembra quasi la marca di un «diserbante», in poco tempo entra nell’uso comune fino a quando non diventa così familiare da passare inosservata.

Allo stesso modo queste distopie non sono distopie classiche, di quelle che costruiscono città e tecnologie impensabili e inventano futuri inimmaginabili. Sono distopie molto vicine in cui lo scarto con il presente, se esiste, è simile a quello tra femmicidio e femminicidio: una novità normalizzata, un’anomalia a cui ci si abitua. «Ogni riduzione dei diritti, ogni anelito di vendetta, e ogni anticipazione chimerica di una società giusta tra le pagine di Le visionarie non risuona sinistro o profetico quanto banalmente contingente» scrivono Veronica Raimo e Claudia Durastanti. Ci ritroviamo quindi di fronte a realtà che non ci suonano mai del tutto incomprensibili o lontane, «non sembra più una distopia quanto una traduzione del nostro mondo in un’altra lingua».

Un altro esempio che attesta la centralità del linguaggio tra le pagine dell’antologia è il racconto di Eleanor Arnason, Le cinque figlie della grammatologa, che segue la struttura delle fiabe classiche. Le cinque figlie lasciano la propria casa per avventurarsi nel mondo ma invece di spade, amuleti o fagioli magici, i doni che mette loro a disposizione la madre sono sostantivi, verbi, aggettivi, avverbi e preposizioni.

Quale regalo migliore può fare una madre alle figlie? E non è forse anche la lingua una sorta di madre, nel momento in cui esiste un passaggio di testimone, un movimento da una generazione all’altra?

E ancora Tredici modi di concepire lo spazio-tempo, il racconto di Catherynne M. Valente, che si apre così: «In principio era il Verbo e il Verbo era con Dio e il Verbo era una singolarità pre-bariogenesi ad alta densità».

Chi sono quindi le visionarie? Per rispondere dobbiamo prima porci un’altra domanda: cos’è il linguaggio? La grammatologa del racconto ci dà qualche indizio. È qualcosa che ha a che fare con un movimento, un passaggio in cui è insito un legame tra passato e futuro. Un cambiamento – perché il linguaggio è in costante divenire – e allo stesso tempo la conservazione di qualcosa di antico.

Una visionaria, similmente, osservando il futuro non fa che scoprire e scomporre il passato, il principio, costruendo una lente d’ingrandimento per il presente. Così hanno fatto queste ventinove scrittrici e così hanno fatto i quattro curatori e le traduttrici – Emmanuela Carbé, Marta Maria Casetti, Gaja Cenciarelli, Silvia Costantino, Claudia Durastanti, Livia Franchini, Tiziana Mancinelli, Sara Marzullo, Francesca Matteoni, Oriana Palusci, Lorenza Pieri, Veronica Raimo, Roberta Rambelli, Chiara Reali, Clara Miranda Scherffig, Nicoletta Vallorani, Cristina Verrienti – che non hanno solo tradotto una lingua, ma anche «universi dalle strutture sociali e relazionali alternative, cercando di renderle familiari nel nostro contesto».

Unendosi in un’antologia ma anche in una visione comune, in uno spazio di futuri possibili, di prefigurazioni, di misticismo, di linguaggi connettivi.

Così come questi racconti che, pur essendo diversi, nascono da uno stesso tessuto e fungono, proprio come un tessuto connettivo, da sostegno, protezione, collegamento. Ci ritroviamo allora di nuovo lì, al punto di partenza di ognuna di queste storie: la riflessione femminista. «Non ho mai pensato alle donne come a un “noi”» dice la protagonista di uno dei racconti, La soluzione della mosca. Ecco, le visionarie fanno questo. Fanno pensare a quel «noi».