«Sotto ogni cuscino si nasconde un Dio» di Paolo Zardi

Paolo Zardi

Mentre i nostri sogni venivano tormentati da quel satellite cinese che, prima o poi, sarebbe caduto sulla Terra, i vicini di casa che vivevano sopra di noi avevano tirato su una veranda in terrazza senza aver chiesto il parere degli altri condomini. Vivevamo in quel palazzo da più di quindici anni; ci eravamo praticamente estranei. Giusto una volta era stata organizzata una grigliata nel piccolo giardino sul retro, un barbecue in stile americano al quale erano stati invitati tutti: le zanzare non ci avevano dato tregua e anche il tempo, a un certo punto, aveva deciso di rovinarci la festa. Per il resto nessuna interazione, se non una stupida litigata per una macchina parcheggiata male. Questa volta però l’amministratore era stato costretto a convocare un’assemblea straordinaria. La costruzione di una veranda andava contro il regolamento.

Ci trovammo in una piccola sala che la parrocchia del quartiere noleggiava a cinquanta euro. Non c’era l’aria condizionata e dalla finestra aperta sulla strada arrivava solo il calore torrido di quel luglio urbano. Contammo i millesimi; superavamo i cinquecento e l’assemblea poteva dichiararsi legalmente costituita. Qualcuno aveva portato dei dolcetti, ma l’atmosfera era tesa: nessuno avrebbe alzato le mani – non ne sarebbe valsa la pena – ma il confronto tra diritti e doveri, tra ciò che si poteva fare e ciò che non andava fatto, fu duro. Si arrivò ad alzare la voce. L’amministratore, grasso e sudato, sembrava disinteressato alla questione, come se la cosa non lo riguardasse, o avesse già deciso a chi dare ragione. Lo accompagnava una fama di intrallazzatore, di uomo che era facile corrompere: anche sui lavori di ristrutturazione degli anni precedenti, il tetto, le pompe idrauliche, la caldaia, gravava il sospetto che fossero stati curati più gli interessi delle imprese coinvolte che quelli di noi condomini. Così andammo avanti quasi un’ora a discutere a vuoto, ciascuno impuntato sulla propria irremovibile decisione, fino a quando ci raggiunsero Anna e suo marito, proprietari di un piccolo appartamento al primo piano. Erano anni che cercavano inutilmente di affittarlo, e non si facevano vedere spesso, dalle nostre parti: dopo aver lasciato il condominio, dove avevano vissuto durante i primi anni di matrimonio, si erano trasferiti in una specie di fattoria a una ventina di chilometri da noi, tra campi di mais, allevamenti di maiali e canali di scolo. Quando entrarono nella sala ci zittimmo all’improvviso. Lui era il solito omone con le mani grosse, la pelle rossa per la vita all’aria aperta, una solidità rurale; ma lei, molto più magra di tutte le altre volte, aveva un fazzoletto in testa, a nascondere i capelli caduti. Dopo l’assemblea ci fermammo a parlare vicino alle macchine parcheggiate e poco prima di salutarci, invitammo Anna e il marito a cena a casa nostra.

Preparammo piatti freschi e leggeri – un antipasto di pesce, del gaspacho freddo, un’insalata con gamberi, e delle fragole con panna. Chiedemmo ai nostri due bambini di comportarsi bene, di rimanere seduti a tavola fino alla fine, di lasciar perdere, almeno per un po’, il tablet e Youtube. Mentre cenavamo, il marito di Anna continuava a stuzzicarli amabilmente: le sue maniere un po’ spicce erano divertenti. Parlammo della veranda dei vicini, del fatto che di notte, quando non riuscivamo a dormire, li sentivamo litigare per ore; della nuova pista ciclabile che stavano costruendo proprio sotto casa e poi delle abitudini che si prendevano in campagna, dei cagnolini che razzolavano nel loro giardino, delle viti che in autunno avrebbero dato per la prima volta abbastanza uva per fare il vino, un rosso che immaginavano forte e corposo. L’estate rovente, dicevano, stava asciugando gli acini, aumentando così la concentrazione di zucchero. Anna, che pure partecipava alla conversazione, talvolta sembrava distante e perfino assente; lui invece si dava da fare per riempire ogni momento di silenzio, con un eccesso di zelo che tradiva la paura. Parlammo anche del satellite cinese che, prima o poi, sarebbe caduto dal cielo. Il popolo cinese, così laborioso e in apparenza mite, da anni era impegnato a costruire ogni cosa ma nessuno aveva mai potuto sperimentare, fino a quel momento, la loro capacità di distruggere. Sarebbero stati all’altezza, o una mattina, uscendo di casa, saremmo stati schiacciati da un autobus che precipitava da un’altezza di diecimila chilometri?

Dopo cena, mentre i nostri bambini si sfidavano in un gioco di guerra alla Playstation, ci spostammo in cucina a sistemare i piatti nella lavastoviglie; lì ci raggiunse Anna, aveva voglia di parlare.

«Come stai?» le chiedemmo. Era la domanda che più o meno tutte le persone si fanno quando si vedono, giusto per rompere il ghiaccio, ma quella sera aveva un significato del tutto diverso.

«È faticoso.» Rimase in silenzio per un po’, e poi riprese. «Fisicamente è molto faticoso. Arrivo alla sera che sono distrutta.»

«Anche noi da un po’ di tempo facciamo una gran fatica a dormire…» Avevamo paura di avvicinare il centro del suo dolore. Ci giravamo intorno da una distanza di sicurezza. Lei però non ci sentì.

«Ho visto mia madre resistere» disse «e poi cedere. Abbiamo scelto di non avere figli perché temevo che prima o poi le cose si sarebbero… complicate.»

Scegliemmo una frase generica per nascondere la nostra inadeguatezza: «La medicina ha fatto passi da gigante, in questi anni». Intanto sistemavamo nella lavastoviglie i calici dai lunghi gambi che avevamo usato per un brindisi a fine cena, cercando di non romperli.

Anna chiuse gli occhi. «Mi sembra di essere invischiata nel mio dolore, di non riuscire più ad alzare la testa per guardare avanti.» Rimase in silenzio qualche secondo. «Chissà come deve essere vedere il nostro mondo dall’alto…»

Poi ci venne vicina e ci guardò con uno sguardo che mescolava disperazione e tenerezza. La morte la stava ghermendo. La abbracciammo – quel corpo secco e tremante. «Trovo pace solo quando vado a dormire» sussurrò mentre si stringeva a noi; e mentre usciva dalla cucina per raggiungere il marito che era rimasto in salotto a giocare con i nostri figli, si girò e rimase sospesa per un tempo che sembrò lunghissimo. «Sotto ogni cuscino c’è un Dio» disse piano.

La settimana successiva partimmo per le vacanze. Dopo anni di indecisioni e tentennamenti ci eravamo decisi a comprare un camper, piccolo, usato ma ben tenuto. Saremmo andati in Francia. Partimmo ai primi di agosto, sotto un diluvio inaspettato. Ci fermammo poco dopo il confine, dalle parti di Grasse; pensavamo di fermarci in qualche piazzola ma il nostro figlio più piccolo aveva così paura dei tuoni che decidemmo di andare a dormire in albergo. Trovammo una pensione sulla collina, un palazzo che un tempo doveva essere stata la villa di qualche nobile e che ora aveva un aspetto dimesso. Prendemmo due stanze comunicanti. Per la stanchezza del viaggio ci addormentammo subito, ma durante la notte fummo svegliati dal piccolo che, in piedi accanto al nostro letto, stava piangendo.

«Ho fatto un brutto sogno.» Lo accogliemmo tra di noi, e nel giro di un minuto il suo respiro divenne profondo e regolare.

La mattina dopo c’era il sole. Partimmo verso Parigi, dove ci fermammo per cinque giorni. Mentre passeggiavamo per le strade del quartiere latino, il figlio grande ci disse che se ci fossimo persi, da quelle parti, non ci avrebbe trovato più nessuno. Mangiammo le baguette au polet che baracchini tutti uguali vendevano un po’ ovunque. Una sera cenammo in un ristorante norvegese dalle parti del Boulevard Saint Michel, una zuppa di cipolle e aringhe con salsa d’aneto. Sulla strada del ritorno ci fermammo in un campeggio in una località di mare nella Camargue. Passammo qualche giorno a rosolarci sulle spiagge piatte. L’acqua era gelida, quieta. La sera prima di partire andammo sul lungo mare: era la notte di San Lorenzo. Pieni di emozione, ci sistemammo con delle coperte sulla spiaggia. Non c’era nessuno; il rumore delle onde che frenavano dolcemente sulla risacca accompagnava i nostri respiri.

«Cosa avevi sognato, quella notte a Grasse?» domandammo al figlio piccolo.

«Il buio.» Poi, nascondendo un sorriso furbetto, disse che in realtà non se lo ricordava, e che era venuto da noi perché non riusciva a dormire per i cuscini alla francese, quei salsicciotti lunghi e mollicci. In effetti in Francia avevano letti matrimoniali a una piazza e mezza, cuscini scomodi e la più alta percentuale di divorzi d’Europa. Vedemmo due stelle cadenti, che accogliemmo con applausi. Poi, d’un tratto il figlio più grande, puntando il naso verso il cielo scuro, ci chiese: «ma Dio esiste?». Prima o poi sarebbe successo: come un antico pastore dell’Asia, si stava domandando se quella volta nera che ci ricopriva era immensamente vuota, o se invece, dietro a quelle facelle che brillavano tremanti, a quelle stelle che cadevano nel mare, c’era un qualche significato; e nell’assenza di una nostra risposta, si fece più vicino a noi. Immersi nel silenzio, anche noi ci domandammo come potesse essere Dio… Forse, non era così diverso da quel satellite cinese che, mezzo rotto, girava nello spazio in attesa di cadere su qualcuno. Poi vedemmo una scia rossa che attraversò il cielo da levante a ponente. Esprimemmo un desiderio tenendo gli occhi chiusi: non fummo ascoltati.

Al nostro ritorno, incontrammo sulle scale il marito di Anna, che era andato a sistemare qualcosa nell’appartamento sfitto. Ci disse che era morta poco dopo la nostra partenza, nel sonno. Non se ne era neppure accorta. Gli uomini del medioevo pregavano perché la morte non li cogliesse impreparati; ora, invece, tutti speravamo che ci risparmiasse la pena di essere presenti nell’attimo fatale della nostra partenza. Ci chiese che ne sarebbe stato adesso della sua casa in campagna, dei cani che giravano liberi per il giardino, dell’uva che avrebbe pigiato in ottobre da solo. Nulla aveva più senso. Era rimasto grosso, ma la morte gli aveva tolto qualcosa di essenziale. Lo abbracciammo, incapaci di dire una sola parola.

I nostri sonni ripresero a scorrere tranquilli. Una notte di settembre Anna venne a trovarci. Aveva un turbante colorato in testa e ci sorrideva mostrando denti bianchissimi, che non aveva mai avuto così regolari. Non diceva nulla: si limitava a guardarci, come aveva fatto in cucina mentre sistemavamo i bicchieri. Ora, però, sembrava che avesse scoperto qualcosa, nel viaggio che aveva intrapreso da sola, e che l’unico modo per raccontare quel segreto fosse rimanere in silenzio. Al risveglio, mio marito mi disse che avevo riso nel sonno. Poche ore dopo il satellite cinese cadde nel Pacifico, tuffandosi come una stella nelle sue acque profonde.

31301793_10215804601888619_6772716577394524160_nPaolo Zardi è nato a Padova nel 1970. Ingegnere, ha esordito nel 2008 con un racconto nell’antologia Giovani cosmetici (Sartorio). Successivamente ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo 2013), il romanzo La felicità esiste (Alet 2012) e il romanzo breve Il Signor Bovary (Intermezzi 2014). I suoi racconti sono stati pubblicati su Primo Amore, Cattedrale, Rivista Inutile e Nuovi Argomenti. È stato finalista del Premio Strega nel 2016 con XXI e il primo autore italiano a essere stato tradotto e pubblicato sulla rivista Lunch Ticket dell’Università di Antioch (Los Angeles). Nel 2017 è uscito per Neo La passione secondo Matteo e nel 2018 Tutto male finché dura per Feltrinelli. Cura il blog grafemi.wordpress.com.