«Bestiario Sentimentale» di Guadalupe Nettel

Francesca Ceci

Addentrarsi tra le pagine dei cinque racconti che compongono Bestiario Sentimentale di Guadalupe Nettel (La Nuova Frontiera, 2018, traduzione di Federica Niola) equivale a introdursi in una casa degli specchi dove ogni superficie restituisce allo spettatore, in questo caso il lettore, un’immagine di se stesso deformata e allarmante, allo stesso tempo veritiera e corretta.

Un gruppo di storie dall’apparente semplicità, in cui l’eclatante viene lasciato fuori, dove capita solo il quotidiano, vissuto e affrontato con occhio diverso, il proprio, quello dell’altro, quello di un animale non propriamente domestico, di un insetto, di un fungo della pelle. Una visione differente delle problematiche affettive ed emozionali che porta alla consapevolezza del dolore attraverso un percorso di osservazione delle abitudini di altri esseri viventi che non sono letteralmente umani ma che a volte lo sembrano, la cui natura priva di razionalità spesso prende il sopravvento.

DZiG1cAWsAEDDJv

In La vita matrimoniale dei pesci rossi Nettel opera la metafora più calzante della coppia che si avvicina alla crisi. Dall’osservazione prima indifferente poi ossessiva nei confronti della coppia subacquea, la protagonista acquista coscienza della propria solitudine e dell’insoddisfazione che galleggia dentro casa, l’appartamento diventa una sorta di acquario dai muri trasparenti che arriva a consentire la visione di ogni ferita, la mancanza reciproca, il dispiacere per le distanze inevitabili, fino a riuscire a comprendere le insormontabili difficoltà di una vita in comune nonostante gli spazi e i sentimenti.

«Rispetto a un fiume, persino un piccolo stagno, un acquario, per quanto grande, è uno spazio molto ridotto per essere insoddisfatti e inclini all’infelicità.»

Altro esempio di interazione tra il mondo umano e quello animale, tra il reale e l’immaginario, è quello che si verifica nella vita di un adolescente che, in Guerra nell’immondizia, si trova a vivere temporaneamente in un posto che conosce ma che non gli appartiene, tra persone familiari ma non eccessivamente, affinché sia al riparo dalla madre dalla quale invece non vorrebbe separarsi. Nella nuova casa e nella nuova vita del ragazzo compare una colonia di scarafaggi che sembra non voler andare mai via, occupa le stanze, ogni spazio e le coscienze di ciascun abitante, provoca reazioni differenti in ognuno di essi, dalla negazione all’indifferenza alla crudeltà. E all’identificazione nella solitudine di un altro orfano simile a noi.

«L’unica compagnia che ebbi in quel lasso di tempo fu quella di uno scarafaggio piccolissimo che rimase per tutta la notte sotto lo scrittoio all’angolo. Uno scarafaggio orfano, probabilmente spaventato, che non sapeva da che parte andare.»

Con un linguaggio rapido, chiaro e avvolgente Guadalupe Nettel torna a raccontare come la natura umana segua istintivamente la natura vera e propria. Come era già accaduto nel romanzo Quando finisce l’inverno (Einaudi, 2016) – in cui le emozioni rincorrevano le stagioni, assumevano le forme e le caratteristiche del paesaggio, producevano dolore e auspicavano il momento della liberazione come un albero in primavera che si lascia alle spalle l’inverno –, in questa raccolta i destini dell’uomo, della donna e della bestia sembrano corrispondere, quantomeno incontrarsi, incrociarsi forse senza riconoscersi, in modo più subdolo, quasi inconsapevole, irrazionale. L’autrice è in grado di dare all’amore la forma di un’infezione da non debellare, alla quale affezionarsi vincendo ogni repulsione, con coraggio ma senza sforzi. La protagonista di Funghi trova infatti nella propria malattia la risposta all’abbandono, nel contagio riconosce la forza di un sentimento che non è in grado di continuare, si inventa e poi si adatta ad un nuovo modo di abitare e di convivere con il proprio corpo.

«Pensare che qualcosa di vivo avesse colonizzato i nostri corpi, proprio nel luogo in cui l’assenza dell’altro era più evidente, mi colpiva e mi commuoveva.»

Nell’ultimo racconto La vipera di Pechino ritornano i concetti dell’osservazione attraverso un vetro e dell’identificazione, non più nei comportamenti animali ma nelle loro caratteristiche allegoriche. L’uomo di questa breve storia compie un viaggio in Cina alla ricerca delle proprie origini e, al rientro, trascorre i suoi giorni isolato, seduto di fronte a una teca in cui vive un serpente velenoso che lui stesso ha acquistato. Il serpente, simbolo curativo nella tradizione orientale, attrae e respinge allo stesso tempo l’uomo invecchiato di colpo, gli pone il limite della contemplazione silenziosa, rigorosamente oltre il vetro, da lontano, come per tenersi a distanza di sicurezza dall’animale che lo attira e lo respinge, nel quale vede se stesso ma in cui vorrebbe invece trovare una forma qualsiasi di salvezza.

Non è semplice accettare come le bestie si rivelino esattamente uguali noi, che la razionalità non è la sola cosa in grado di distinguerci, che a volte l’istinto è preferibile, renderebbe più chiaro e meno complesso ogni rapporto.

Non piangono i pesci rossi pur se riportano ferite visibili e corporali, non hanno sempre paura della luce gli scarafaggi pur sapendo che la visibilità mette a rischio la loro vita anche quando non ce ne sarebbe motivo; ha tenacia e sfacciataggine, maggior coraggio e sicuramente è più incline alla fedeltà ogni malattia che ci invade e che ci abita; gli animali talvolta sono solo animali, privi del simbolismo arbitrariamente attribuito loro da chi non li conosce, sono semplici esseri viventi come gli uomini, altrettanto imperfetti, infelici, feroci, emozionanti ed emozionati, semplicemente e quasi umani.