«Cinque vite» di Stefano Scanu

Stefano Scanu

Quella volta il ragazzino se ne stava in piedi di fronte alla finestra della cucina. Studiava il cortile attraverso i vetri rigati dal temporale estivo e con lo sguardo vagava tra il paesaggio circostante e la sua immagine riflessa. Le righe orizzontali della sua polo si intrecciavano a quelle verticali della pioggia creando una specie di gabbia. Dalla stanza accanto arrivava tutta la noia del pomeriggio agostano insieme all’eco della tv e al fumo lento e lungo di sigaretta della madre.

Ogni tanto alzava lo sguardo al cielo sperando che si aprisse e lo liberasse da quella casa umida, ogni tanto invece fissava un grosso gatto fulvo che se ne stava sotto la grondaia di fronte ad aspettare come lui. Lo stesso gatto senza un occhio che aveva visto più volte ciondolare o cacciare là intorno col suo fare annoiato e il pelo lercio.

Poi, allo stesso modo in cui era iniziato, il temporale cessò. Il sole seccò tutto in pochi minuti sollevando soltanto un debole odore di terra. Il ragazzino uscì di casa e il gatto prese a leccarsi le zampe prima di abbandonare il suo riparo per annusare l’aria.

Senza farsi sentire il ragazzino entrò in garage, prese una manciata di piombini e il fucile ad aria compressa che la madre gli aveva nascosto. Andò in cortile cercando qualcosa a cui sparare. Come in un safari si appostò all’ombra e provò a mirare a tutto ciò che gli stava sotto tiro: un pallone sgonfio, un palo, la bici, un geranio. Ogni volta tratteneva il respiro e mimava il colpo con un verso della bocca. Tra uno sparo e l’altro pensava agli amici, al mare, alla scuola. Almeno finché l’afa non gli impediva di farlo, poi si asciugava la fronte e riprendeva a sparare al nulla… Bang.

Allo stesso modo il gatto simulava la sua caccia astratta. Si acquattava fino a toccare terra con la pancia, muoveva ipnoticamente la coda, tirava indietro le orecchie e fissava una preda immaginaria come solo i felini sanno fare. Infine balzava in avanti afferrando e mordendo l’aria.

Era il cacciatore della savana che braccava la sua vittima, a sua volta braccato dal ragazzino che ora lo teneva sotto tiro senza farsi accorgere.

Col fucile teso seguiva il gatto nel suo gioco solitario, aspettando che si fermasse e riempisse almeno per un secondo lo specchio del mirino. Strizzò un occhio… Bang.

I passeri sulla ringhiera volarono via. Senza emettere nessun verso il gatto cadde sul fianco, immobile. Il ragazzino rimase a fissarlo aspettando che si rialzasse. Non accadde nulla. Gli sembrò che il pelo fosse diventato meno lucido rispetto a qualche istante prima. Quando infine provò a scuoterlo con la canna del fucile capì che le cose non si sarebbero sistemate da sole.

Tornò in casa, prese un sacco nero e si cambiò le scarpe. Senza affacciarsi in camera gridò che usciva a fare un giro. La madre rispose con un mugugno distante.

Dopo aver preso il gatto per la coda e averlo infilato nella busta imbracciò il fucile e si incamminò giù per la strada che portava verso i prati. Non era nervoso. Camminava lentamente per il quartiere deserto e chiuso per ferie. Passò davanti all’edicola abbandonata e al parcheggio dove fino a qualche giorno prima aveva giocato a pallone coi suoi compagni. C’erano ancora due mattoni sbeccati a indicare la porta.

Per tutto il tragitto cercò l’ombra come un vecchio: sotto i balconi, vicino alle siepi. La canicola arroventava la canna del fucile che gli incendiava il collo mentre il sacco sembrava sciogliersi e farsi più pesante a ogni passo.

La testa nera e sudata del ragazzino si affollava di interrogativi: quanto pesava il gatto? Come aveva perso l’occhio? Perché non rinveniva?

Pensò alla storia delle sette vite e a tutte le cazzate che gli adulti raccontano ai bambini.

L’asfalto finì e iniziò la strada bianca. Le ultime case erano ormai lontane e tutto il cemento dietro di lui ribolliva come il mare. Si fermò a riprendere fiato e sbirciò nel sacco. Il gatto lo guardava col suo unico occhio opaco ma non sembrava giudicarlo. Ormai assomigliava più a un vecchio peluche pronto per il cassonetto che a un cadavere.

Il prato scrocchiava sotto i suoi passi e la pineta in lontananza era un miraggio d’ombra, frescura e frinire di cicale. Il ragazzino cominciò a correre per raggiungerla. Una volta dentro si sentì improvvisamente lontano e solo, come se avesse viaggiato per giorni.

Alla fine della pineta raggiunse una grande cava di calce. Aveva sentito dire che i pastori di un tempo buttavano lì le carogne delle loro bestie malate in modo che la calce viva disintegrasse e disinfettasse ogni fibra.

Posò la busta a terra passeggiando per un po’ dentro la grande distesa bianca, studiandola con gli occhi semichiusi accecato dai barbagli; il sole lo stava seccando come una noce. Sparse tutt’intorno c’erano carcasse di lavatrici e vecchi divani. Sotto un pergolato d’amianto arrugginivano delle bombole e delle graticole, come se qualcuno avesse fatto un barbecue. S’affacciò sul crepaccio senza riuscire a distinguere i sassi chiari dalle ossa. Gli arrivava solo l’odore acido e una specie di sfrigolio, un po’ come quando si mescola dell’idrolitina in un grande bicchier d’acqua. Lanciò un paio di sterpi nella cava aspettando una qualche reazione. Si guardò attorno e decise che era il momento.

Da lontano il sacco sembrò muoversi, come d’altronde l’intero paesaggio, forse per sfuggire a tutta quella calce e quella luce decise a inghiottire ogni cosa. Improvvisamente ebbe il presentimento che se fosse svenuto in quel posto per un’insolazione, la cava lo avrebbe divorato facendo sparire ogni sua traccia dalla faccia della terra. La busta nera però pareva indiavolata, singhiozzava e rotolava su se stessa. La osservò avanzare verso di lui chiedendosi se fosse reale, finché non si rovesciò su un lato e ne uscì fuori il gatto. Rimase immobile per diverso tempo riprendendo piano piano coscienza poi, senza fare caso a nessuno, si stirò a lungo e provò a camminare, dopodiché si dedicò a una accurata toletta. Il ragazzino osservava pietrificato. Non sentiva più la fatica né il caldo e per un istante gli balenò in testa l’idea di nascondersi nella cava. I loro sguardi s’incrociarono. Il gatto spalancò la bocca e si fece ad arco drizzando il pelo rosso e soffiando come un mantice contro il suo assassino. Da parte sua il ragazzino non mosse un muscolo ma si fece scivolare il fucile dalla spalla alle mani, lo alzò lentamente fino ad abbracciarlo. La canna brillava al sole accecandolo mentre il gatto produceva un lungo lamento gutturale che era più di un avvertimento. Rimasero in quella posizione. Immobili, come soldatini. Poi il ragazzino si irrigidì, prese la mira e con un solo occhio aperto incrociò quello del gatto che lo fissava pieno di rabbia. Trattenne il respiro. Non pensò a nulla… Bang.