Intervista a Jess Walter, la voce della «standup tragedy»

Leonardo Neri

Questa intervista di Lauren Klepinger è uscita su The Masters Review ed è stata tradotta da Leonardo Neri per Altri Animali. Ringraziamo autrice e rivista per la gentile concessione.

Jess Walter è l’autore pluripremiato di otto libri tra cui Senza passato, Dopo quel giorno, La vita finanziaria dei poeti, L’odore dolce dei ricordi e Viviamo in acqua, giusto per citarne alcuni. È stato in cima alla lista dei bestseller del New York Times, finalista del National Book Award 2006, vincitore di un Edgar Allan Poe Award e segnalato dal PEN/USA per la narrativa e non. In questa intervista, Walter parla del suo stile di scrittura (che il suo amico scrittore Jim Lynch descrive «standup tragedy») e dei suoi esordi da scrittore. Un enorme ringraziamento a Jess Walter per averci concesso un po’ del suo tempo.

Una tendenza in alcuni dei tuoi libri (soprattutto in L’odore dolce dei ricordi ma anche in La vita finanziaria dei poeti) è la presunzione smodata e il confronto doloroso con la realtà degli aspiranti artisti. In La vita finanziaria dei poeti c’è il disastroso Poetfolio.com e il fattone che vuole diventare uno scrittore. In L’odore dolce dei ricordi c’è una miriade di attori scrittori musicisti disastrati e al verde. Da scrittore che ha avuto successo, cosa ti interessa della lotta per emergere dell’artista?

Be’, non credo che lo sgonfiamento dell’ego e lo schianto con la realtà siano un’esclusiva degli artisti. E certamente non mi definirei uno di successo, non so quale artista ci si possa sentire. So che io non mi ci sento, o almeno per la maggior parte dei giorni e sicuramente non mentre scrivevo quei due libri. Semmai, la scrittura come tutte le arti, ti insegna che il successo è breve e sfuggente. C’è sempre un’altra frase da scrivere, un altro racconto, un altro romanzo. Ho sempre dato il meglio quando ottenevo soddisfazione dal lavoro in sé e non da qualche reazione. Una parola perfetta, una bella frase e – la cosa migliore – una storia completamente modellata, quello che cerco di ricordare a me stesso è che questi sono i veri riconoscimenti. Immagino che la lotta dell’artista sia la lotta di tutti quelli che tentano di sfruttare al meglio i momenti profondi e onesti proprio mentre ci stanno sfuggendo via.

In La vita finanziaria dei poeti Matt scrive poesie. Tu ne scrivi? Metterne nel libro è stata una sfida?

Scrivo un genere di poesia che potremmo chiamare non molto buona. Ho deciso a tavolino che Matt fosse un poeta ancora peggiore di me (cosa per nulla facile come sembra) per permettergli di andarsene in giro a improvvisare e recitare senza prenderla troppo sul serio. Solo tre delle poesie del libro sono mie, nel senso che le avevo scritte per me. Le altre sono per il romanzo, apposta per Matt. E credo che dovrei smetterla di scusarmi per le sue poesie, perché non mi sono mai divertito così tanto a scrivere.

Molto della tua narrativa è ambientata nel Nordovest del Pacifico, Spokane, Sandpoint, Seattle, Portland. Cos’è che ti ispira del Nordovest e in che modo l’ambientazione influisce sul tuo lavoro? Viaggi in altre località per sviluppare una familiarità simile?

Amo il Nordovest. Credo che la familiarità sia la prima ragione. È l’unico posto dove ho vissuto. Ma mi piace anche la sua geografia, la gente rilassata, adoro la sensazione di essere quasi alla fine del mondo. Viaggio in altri luoghi e sento che potrei ambientare un romanzo ovunque (ne ho ambientati a Hollywood e in Italia e, e poi certo, anche a New York). Amo anche il senso di novità del Nordovest, il fatto che tutto sia sempre in cambiamento. Anche Spokane, che quando io ero bambino era a terra, oggi è una Portland senza l’autocompiacimento affettato, una Seattle senza traffico e senza l’insopportabile ricchezza aziendale, una Parigi senza… ok, non è proprio come Parigi.

I personaggi di Viviamo in acqua sono nei guai e senza prospettive. Anche se l’essere senzatetto, la tossicodipendenza o il vivere di furti per esempio sono problemi universali, l’ambientazione è essenziale. Credi che questi racconti potrebbero aver luogo ovunque oppure è il Nordovest del Pacifico che propone questo tipo di storie?

I personaggi di Viviamo in acqua sono nei guai ma mi pare che questo sia una specie di imperativo essenziale in narrativa. E anche nella vita. Noi tutti siamo nei guai. È chiaro che l’ambientazione mi è familiare, ma credo che queste storie possano accadere ovunque. C’è una tradizione di realismo sporco che porta uno scrittore a guardare a Raymond Carver come uno cresciuto a Yakima, ma penso anche che le sue storie siano universali. Credo che i personaggi di Viviamo in acqua si riscattino almeno parzialmente attraverso lo humor, tramite quel senso comico dell’universo.

Mi pare interessante che le tue raccolte di racconti siano uscite dopo i tuoi romanzi. In un settore in cui spesso si esordisce con una raccolta, puoi spiegarci la tua storia rispetto alla dimensione romanzi vs racconti? Quali preferisci dei due? Come occupano in modo differente la parte creativa della tua mente?

Non sono sicuro che gli scrittori ancora esordiscano di più con le raccolte. In entrambi i casi credo sia intelligente scrivere proprio quello che ti piace leggere e non provare a tirare a indovinare quello che gli editori potrebbero volere (perché la maggior parte delle volte vogliono solo che te ne vai e la smetti di tormentarli). Non si tratta propriamente di un’industria, come può essere quella automobilistica per dire: l’editoria è fatta di gente sveglia alla ricerca di roba buona. Se scrivi qualcosa di potente e sei molto determinato alla fine qualcuna di queste persone potrebbe innamorarsi del tuo lavoro. Nel mio caso è andata che la prima cosa a colpire gli editori sono stati i romanzi. Non sono riuscito a pubblicare la maggior parte dei miei primi racconti anche perché non erano poi così buoni. Così avevo già pubblicato diversi romanzi quando ho avuto abbastanza racconti per formare una raccolta. Se escludiamo la durata del sogno non credo che scrivere racconti sia diverso da scrivere romanzi. È un lavoro esplorativo, costruito per frasi, un incedere lento e poi, quando le cose girano, una discesa libera.

La tua narrativa mostra una gran capacità di variare. Hai scritto satira (La vita finanziaria dei poeti), polizieschi (Senza passato) e una sorta di storia d’amore con L’odore dolce dei ricordi. In Viviamo in acqua c’è un racconto di zombie. Quando parti, da cosa cominci: genere, tema, personaggi?

Grazie, direi che per me viene prima la voce. Ascolto il suono di questa voce e ci lavoro su e poi i personaggi, le situazioni, le idee arrivano a sommergermi. Càpita che inizi da un’idea, ma sto ben attento a non cominciare da una scaletta o da qualche risposta a una domanda. La narrativa funziona solo quando pone la domanda, per cui di solito cerco di immaginare cosa sta chiedendo quello che ho scritto. Quando ho la voce e i personaggi, mi pare di essere all’inizio di qualcosa, quando il tema comincia a emergere, sono quasi alla fine. Non penso mai al genere.

Uno dei tuoi talenti spettacolari di scrittore, secondo me, è la capacità camaleontica di scivolare tra voci differenti. Ogni capitolo di L’odore dolce dei ricordi ha una voce distintiva. In Viviamo in acqua, ogni personaggio è rappresentato molto chiaramente dalla propria presenza narrativa. Quali sono i tuoi pensieri quando sviluppi la voce di una storia? Come descriveresti la tua voce di scrittore?

Grazie di nuovo. Penso proprio che spesso sia la storia a dettare i suoi termini, inclusa la voce. Qualche volta una storia sembrerà richiedere il noir, altre volte uno stile più esteso. La mia voce distintiva di scrittore… forse una confusa nostalgia? (la definizione più bella l’ha data il mio amico romanziere Jim Lynch che una volta mi ha accusato di fare standup tragedy). Comunque credo che nella voce, la forma e lo stile possano essere elastici. Di sicuro lo spero.

Per finire, come rivista che si occupa esclusivamente di scrittori nuovi e emergenti, quale consiglio o aneddoto sulla tua parabola di scrittura puoi condividere coi nostri lettori? Oppure qual è il miglior consiglio che hai ricevuto in questo senso?

Credo che ogni inizio per uno scrittore debba essere fallimentare. I primi sette anni ho scritto due romanzi (di cui solo uno finito) e mandato una dozzina di racconti. I romanzi sono stati rifiutati (dall’unico agente a cui ero riuscito a farli leggere) e ho avuto un unico racconto pubblicato, su Yawp la rivista di un mio amico. Poi mi sono piazzato al venticinquesimo posto in un concorso promosso da Story Magazine ottenendo un assegno da 25 dollari. Il racconto non è mai apparso sulla rivista. Nei miei primi sette anni da scrittore ho guadagnato la bestiale cifra di 25 dollari netti, che dovrebbero essere 3,57 l’anno, se escludiamo i 10 dollari che ho dovuto pagare per partecipare al concorso fa 2,14 dollari l’anno. Se farai qualcosa per 2,14 dollari l’anno devi amarla davvero. Ero un ragazzo-padre, primo in famiglia a fare l’università, uno zuccone working class senza master. Se ci sono riuscito io, possono farlo tutti.

Author Interview: Jess Walter© The Masters Review

©Traduzione italiana di Leonardo Neri